MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 7

«Bene, agente speciale Godwin, vediamo se anche adesso sarai così coraggioso.» L’uomo estrasse velocemente un coltello a serramanico dalla tasca dei suoi pantaloni, e glielo puntò ferocemente alla gola.

Sebastian lo esaminò qualche istante per poterlo riconoscere, semmai lo avesse già incontrato in precedenza, dacché poteva anche essere uno dei tanti criminali che aveva indirettamente fatto sbattere in galera, attraverso indagini incrociate. Però, data la troppa vicinanza e l’assenza di qualsivoglia riflesso di luce, stentava ad identificarlo.

Ma successivamente ne individuò la voce, era quella di Tom, e senza scomporsi d’una virgola, incurante dell’arma che il tizio gli comprimeva animosamente sulla carne, «Non credere che sia così facile farmi fuori» ghignò, l’espressione sprezzante, lo sguardo fortemente indurito.

«Ma io non ho intenzione di farlo» grugnò quel bestione, oltremodo stizzito nell’aver rilevato che non si era minimamente intimorito. «Non voglio avere alle calcagna i tuoi compari dell’FBI, sono stufo di stare rinchiuso in galera, però se insisterai a gironzolare intorno a Sharise potrai pentirtene, un giorno molto molto prossimo. E ti avverto, non sto scherzando.» E calcò più a fondo la punta della lama sul suo collo.

«Se per questo, neanch’io» lo erudì lui, minaccioso e niente affatto intimidito, stringendo le palpebre per scagliargli un’occhiata mordace, tuttavia non reagì, deciso ad estorcergli qualche decisiva informazione, cosa attuabile unicamente facendogli confidare di essere alla sua intera mercé. «Sei stato tu, è per merito tuo se Leo si è levato di mezzo, dico bene?»

L’uomo rise concitato, quasi al graffiarsi la trachea. «Era soltanto un povero demente, nessuna grave perdita se fosse mancato all’appello.»

«Sei stato tu, oppure no?» si spazientì Sebastian, rinvigorendo agli estremi l’ostilità nel suo sguardo, ma costui non rispose, anzi, spinse più approfonditamente l’arma e a quel punto Sebastian dové reagire.

Subito gli assestò una ginocchiata tra i genitali, e allorché Tom si piegò dolorante per il ferino colpo inflittogli, lo centrò con un’altra ginocchiata sotto il mento e gli sferrò un destro violentissimo sullo zigomo che gli raggiunse anche il setto nasale, stordendolo subitamente a terra.

Ma Tom si alzò, sanguinante, irriducibile, fece per caricare su di lui brandendo in aria un pugno per prepararsi a percuoterlo, che Sebastian, disponendosi stabilmente in posa per riceverlo, appena l’uomo si fu approssimato al suo volto con la mano chiusa, fulmineamente si accucciò e con un piede lo colpì ad uno stinco per farlo inciampare, talmente cruento che Tom incespicò, e perdendo l’equilibrio della sua corpulenta figura, cadde al suolo.

Si rialzò, ma mentre stava erigendosi da terra, Sebastian sollevò una gamba e lo calciò dritto in volto e poi in pieno stomaco, così brutale che l’uomo ricadde all’indietro di schiena, totalmente tramortito.


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Sebastian lo guardò per alcuni secondi, tenendosi sull’avviso per prevenire un altro eventuale attacco, ma quando lo distinse rimanere inarticolato, pressoché svenuto, si scrollò leggermente la mano con cui l’aveva colpito, un po’ contusa e intorpidita in seguito alla colluttazione contro quella faccia di bronzo.

S’inclinò su di lui e lo abbrancò per il collo, comprimendolo contro l’asfalto. «Allora, Atkins, non hai niente da aggiungere?»

Questi tossì convulsamente, permettendo che sgorgasse un rivolo di sangue dalla sua bocca, ed abbozzò un segno di diniego col cranio, specie perché impossibilitato ad emettere un solo fiato.

Sebastian lo fissò furente. «Per adesso ti lascio stare, ma non finisce qui» lo avvertì, ribadendogli beffardo le medesime parole che Tom aveva sbandierato per intimidirlo al ristorante, qualche ora addietro. «Scoprirò cos’è successo, e se c’entri di mezza tacca in tutta questa storia, prega di finire in galera perché soltanto lì potresti cavartela.»

Gli sbatacchiò vigorosamente la faccia contro il suolo per stordirgli la mente, e saettando fulmini furibondi dai suoi occhi ghiacciati gli intimò: «E non farmi ripetere cose inutili. Lascia stare Sharise, stalle alla larga e innanzitutto tieni le mani a posto.»

Detto ciò, lo mollò a terra e ritornò alla sua auto, montandoci in protuberante stato di contrarietà.

Accese il motore e partì, teso alla maniera di un arco stirato fino all’esagerazione. Questo episodio aveva eccellentemente sconvolto i suoi piani, sia che quell’avanzo di galera fosse a conoscenza della sua identità, e sia che, laddove quel tale aveva raccolto informazioni su di lui, stava platealmente ad indicare che non fosse affatto disposto a desistere con Sharise, fino a quando non l’avesse fatta sua.

Quel delinquente era anche pervenuto a minacciare il primo sconosciuto di passaggio, nientemeno un agente federale, senza crearsi nessun tipo di problema pur di riuscire nel suo dissoluto proposito di possederla, e prevedibilmente quell’esecrabile individuo sapeva con precisione chi lui fosse perché in seno all’FBI c’era qualche suo complice. Ed era impiantato per bene per giungere a ricevere informazioni addirittura da Washington, quindi gli stava accertando l’idea che fosse un pesce grosso, all’opposto di come aveva ipotizzato all’inizio, ovvero ritenendolo solamente un piantagrane di strada.

Pertanto la sua intuizione di non render noto ad anima viva, tranne che al suo più fidato amico Clark, di essersi recato a San Francisco per mettersi sulle tracce di Leopold, era stata azzeccata, ancorché non ne avesse detenuto, in principio, la plausibile spiegazione nei confronti di se stesso. Ma, anche tenuto conto di ciò, dalle poche parole enunciate da quel tizio Sebastian non aveva limpidamente inteso se fosse implicato o meno nella sparizione del fratello, e comunque, qualora quell’Atkins non fosse stato al corrente della reale motivazione per cui si era recato in quella città, alla fine glielo aveva rivelato lui.

Sì, e l’aver scoperto le sue carte con quel malvivente lo stava innervosendo parecchio. La situazione si stava complicando di netto, per non parlare che quel marcantonio si era sin troppo intestardito su Sharise ed avrebbe adoperato qualsiasi mezzo per mettergli i bastoni tra le ruote.

Orbene, che si fosse incaponito su di lei non era molto allettante. Certi soggetti potevano diventare maneschi e decidere di prendersi persino con la violenza ciò che puntavano come meta, specie se si fosse trattato di una donna, comodamente ottenibile da questo punto di vista, in particolare una donna come Sharise, dotata di ben poche armi fisiche per potersi proteggere dai suoi assalti. E se quel bandito non ci era ancora riuscito, beh, non ci avrebbe impiegato poi tanto, sempre che non ci fosse stato qualcun altro che glielo avrebbe impedito.

E lì entrava in ballo lui, poiché malgrado si trattasse francamente di un bel grattacapo, non avrebbe mai potuto permettere che accadesse. Ma provvidenzialmente, per una strana, prodigiosa casualità, era giunto in tempo per ostacolarlo e ci sarebbe senza dubbio riuscito, sia con la forza che mediante l’autorevolezza della sua professione, perciò era provvisto di tutte le armi necessarie per poterlo inibire nei suoi malsani intenti.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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