MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 5

«No, nessuno, e a questo punto dubito anche che il suo vero nome sia Leo, o forse sarà l’abbreviazione di Leonard o Leopold, chi può saperlo. Ma comunque, se devo dirti la verità, inizialmente mi sono preoccupata. Ora sono circa due mesi che non si fa vivo, e a giudicare dall’ostinazione che aveva manifestato nel volermi sua ad ogni costo, io avevo ritenuto improbabile che avesse desistito così drasticamente, di punto in bianco.»

«Quelli erano i presupposti» oggettivò lui, nel riapparirgli alla mente il carattere tenace del fratello quando si ficcava in testa una cosa, e principiò ad agitarsi, avventato dalla paura che non fosse scomparso per sua volontà, proprio come congetturava Sharise, bensì che ne fosse stato costretto. E se non era tornato per riprendere almeno le sue cose, era possibile che si trovasse in una situazione malagevole che gli impedisse di muoversi, sempre che fosse ancora vivo.

E agitò violentemente il capo, no, non doveva neanche presumerlo.

Sharise lo guardò stordita, incapace di decodificare quella reazione. «Ti ha colpito, non è così?»

«All’incirca» semplificò Sebastian, esibendosi piuttosto distaccato per ristabilire la sua compostezza, sebbene dentro di sé spadroneggiasse un tumulto di proporzioni smisurate. Si era scatenata una sostanziosa rabbia nei confronti di quel Wilcox che dalle esaurienti parole di Sharise poteva essere il primo indiziato, e non per denaro come aveva ipotizzato, bensì per la frenesia di giungere a possedere la donna, nonostante riuscisse a celarlo o perlomeno a non palesarlo come Leopold, una persona irrefutabilmente meno losca e più trasparente nei modi di comportarsi e nella manifestazione dei propri sentimenti.

«Sai, Sebastian» lo destò Sharise, estirpandolo repentina dalle sue analisi, «ti sto facendo questo discorso per spiegarti la ragione per cui non ti avevo rivelato che la mansarda fosse sfitta. È un’altra singolare coincidenza, ma il nostro incontro è avvenuto un po’ come quello tra me e Leo, quando era piombato alla tavola calda in cerca di una veloce sistemazione, e senza pensarci su l’ho presentato a Rich, perciò temevo che mi si fosse ripresentata una situazione analoga.»

«Non preoccuparti, ne avevo tenuto conto. In fondo per te ero un estraneo e non potevo pretendere che ti fidassi di me, anche se non immaginavo l’effettiva ragione, il perché tu fossi stata così malfidente e restia a volermi aiutare.»

«Oh, Sebastian, è sempre lo stesso motivo…» si angustiò, esalando un fioco sospiro. «Quando mi rendo disponibile ne approfittano di continuo, e se sono educata nel cercare di far capire loro un rifiuto, lo interpretano invece come un chiaro invito ad insistere, che forse la mia intenzione è di farmi desiderare e null’altro.»

«Non credo sia colpa tua, Sharise» la rinfrancò, in una morbida voce indulgente. «Forse è perché hai incontrato persone sbagliate, magari è per gli ambienti che frequenti, ma dovresti valutare più equamente i soggetti che hai intorno. Lo sai anche tu che nella maggior parte dei casi risiede un doppio fine, gli uomini sono fatti così, in particolare quando credono di aver a che fare con una bambolina indifesa, e pensano di essere autorizzati a costringerla addirittura con la forza a soccombere ai loro istinti. Non tutti meritano la tua disponibilità, talvolta il loro comportamento può schermare prettamente un gioco per ottenere ciò che vogliono, e alla riprova dei fatti sei tu.»

«Beh…» consonò lei, in un friabile compianto. «Questo non tanto mi rincuora, però a come sembra, non sono tutti così.» E riversò un brillio significativo dalle sue iridi, illuminandone l’azzurro vivido e cangiante.


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«Con me puoi star tranquilla» la rassicurò, nell’aver recepito il velato messaggio permeato dalla sua osservazione, e si eresse per andare, dacché, giunto a quel punto, non poteva più aspettare.

Ormai aveva in mano le informazioni sufficienti per proseguire proficuamente le sue indagini, e quand’anche la compagnia di quella donna lo appagasse sul serio, aveva cose ben più importanti di cui occuparsi.

«Vuoi andare?» si stupì Sharise, un pochino scontenta, nel sospetto che Sebastian non gradisse trascorrere del tempo insieme, forse avendo assodato, con l’ausilio di quanto lei gli aveva confidato, che lei fosse una tipa banale, e che di conseguenza lui, in parole povere, non fosse alla sua portata.

Ma per non buttarsi troppo giù, principalmente per non concedergli la facoltà d’intuire che ne fosse rimasta delusa, si affrettò ad enunciargli: «Beh, dopotutto non è una cattiva idea, considerando che devo essere al lavoro per le sei.»

«Di domani mattina?» ribatté lui, stupefatto.

«Sì» confermò, con un candido risolino. «Perché?»

«È una levataccia, ce la fai a mantenere questi ritmi?»

«Perché no, in fondo è una semplice questione di allenamento, oppure d’abitudine, chiamala come vuoi. L’unico lato che mi ostacola a sufficienza è il fatto di non avere l’auto e ciò mi affanna quanto basta.»

«Lo credo, non è molto pratico, tenendo conto che vai in autobus, tra l’altro la mattina presto» ratificò lui, manifestamente impensierito. «Se vuoi posso accompagnarti io, finché la tua auto non sarà sistemata.»

Sharise spalancò le palpebre, nella convinzione di aver udito male, pur nonostante si conservò disinteressata, alquanto vaga nel rispondere: «Ti ringrazio, ma non è necessario.»

«Sicura?»

«Certo, forza, anche tu sarai stanco dopo il viaggio, e non ti farebbe male rilassarti un po’.»

Lui le inviò un tenero sorriso, anche squisitamente ammaliato dalla fermezza di colei che in principio aveva ritenuto un’autentica sprovveduta, e si diresse al banco per saldare il conto.

«Toh, ma guarda un po’ chi si vede!» stornellò d’un tratto una voce raccapricciante, e Sharise, nel timore di averla ravvisata, si orientò di scatto verso il detentore di essa.

E purtroppo, nel lucidare spiacevolmente il suo dubbio, individuò chi fosse l’uomo che la osservava, e che in sincrono scintillava una poco promettente luce nei propri occhi.

Cosicché, tentando di esibire una certa nonchalance per non farsi predominare da lui, «Ciao, Tom, addio, Tom» lo congedò, gelidamente ironica, e subito si mosse con il volto per guardare al di là delle vetrate, al fine di non incontrare più quello sguardo aberrante.

«Come siamo spiritose stasera!» cantilenò costui, addossando i palmi sul tavolo, e s’inclinò torvo ed incombente nella sua direzione. «Mi pareva che fossi tu, mia piccola Sherry, però non immaginavo che ti dessi da fare con un tipo del genere, per di più in una maniera così sbrigativa.»

«Io non sono tua, Tom. Va’ via, per favore, non è serata» gli ordinò, sforzandosi di essere salda nella sua postura, nonostante che l’uomo le instillasse i brividi per quella che era la sua reputazione, ma al disopra di tutto per quello che era in realtà.

«Hai bisogno di qualcosa?» si udì reclamare, d’improvviso, e Tom si voltò intimidatorio verso colui che aveva audacemente formulato quella domanda.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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