MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 4

All’argomento emerso Sharise illuminò il suo sguardo. «Oh, sai, non saprei cosa scegliere, mi piacciono tutti. Ognuno ha un qualcosa di molto avvincente, dipende da come vengono sfumati o abbinati uno con l’altro, dall’armonia che ne traspare, dalla luminosità che riescono ad evocare nell’essere contemplati, anche se devo dirti che io non sono precisamente quel genere di artista che presumi tu. Non uso acquerelli, olio o tempera su tele, uso gessetto e carboncino, disegno al tratto su carta semplice, talvolta con i pastelli, a volte senza colori, un po’ come gli identikit al distretto. Ma in certi casi mi piace utilizzare la china per definire i contorni, per accentuare i dettagli, come dici tu, per rendere vivi i soggetti, o anche solo le forme, in quanto di solito mi oriento sull’astratto, i ritratti li realizzo soltanto per lavoro.»

Sebastian la fissò meditativo, segretamente centrato, e lei incorporò: «In qualsiasi caso prediligo il giallo e l’arancio, tutte le gradazioni del porpora ed anche il blu, ma vivo, che contiene una buona percentuale di magenta che lo accende e lo fa quasi riflettere.»

«Sono impressionato» commentò Sebastian, con un’alzata della sua arcata sopraccigliare, e in quel mezzo ripensò alle valutazioni di Clark, il quale lo sarebbe stato senz’altro più di lui, nel venirne a conoscenza.

«E il nero, dove lo sistemeresti?» si ritrovò a chiederle, sentendosi forse un po’ stupido, eppure l’amico gli aveva lanciato un’idea che insomma, al momento, non riteneva troppo illogica, anzi, seppur nella stravaganza, deteneva il suo senso intrinseco.

«È un colore che sostengo sia completo, come il bianco che può armonizzare qualunque altro colore, direi glorificarlo, e a parer mio sono ugualmente molto affascinanti, direi suggestivi. Ma d’altronde ogni colore ha bisogno di un altro per accentuarsi, per risaltare, anche per completarsi nel messaggio, proprio come le persone che possono potenziarsi nella perenne comparazione con gli altri.»

Sebastian si ammutolì, sempre più concentrato, e lei cinguettò: «Allora, è finita l’intervista?»

Lui le lanciò un’occhiata intensa ma enigmatica, curvò le labbra in un modulato sorriso e si issò improvvisamente dalla sedia.

Sbalordita, Sharise lo guardò dirigersi ad un jukebox sistemato ad un’estremità della sala, il quale abbracciava una piccola pista riservata ai clienti, semmai avessero gradito dilettarsi in qualche ballo romantico, e lo intravide infilarvi una moneta.

Stette immobile con lo sguardo saldato su di lui, impossibilitata ad interpretare quell’impulso. Ma allorquando lo vide selezionare il brano ed incedere adagio verso di lei, con un’aria che a parer suo, definirla uno schianto era una vera quisquilia, definitivamente s’impalò, per non parlare dell’attimo in cui Sebastian le porse una mano per invitarla ad alzarsi.

«Sharise, mi concedi di ballare con te?»


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«Beh…» indugiò, ancora impalata, neanche l’avessero inchiodata alla sedia, ma si rimbrottò tacita per essersi dimostrata troppo imbarazzata, per cui disinvoltamente si levò in piedi. «Perché no.»

Lui la prese per mano, e frattanto che lei riconosceva le note di quella canzone, un brivido la percosse a ripetizione.

«È Stevie Wonder…»

Sebastian confermò mediante un impalpabile sorriso, ed approdati alla loro destinazione le coprì intera la schiena con un braccio in un gesto deciso, quasi possessivo, che in una vampata la frastornò. Poi, con una mano lui le avvolse morbidamente la sua ed approssimò le labbra al suo orecchio, dove le mormorò sensuoso il titolo della canzone: «You are the sunshine of my life

Lei sorrise. «Sì, è proprio una bella canzone.»

Mossero alcuni passi e lui, di sorpresa, tirò poco indietro il capo, la guardò fisso per un fugace momento e in un impulso che non seppe sedare, le sfiorò le labbra con le sue in un bacio lieve, brevissimo, ma che comunque la elettrizzò.

E non appena si separò per scrutare quelle labbra ancora dischiuse, Sebastian, avvalendosi d’una voce suadentemente attenuata, formalizzò il suo gesto nel domandarle: «Non mi dici nulla, Sharise?»

Lei non riuscì a rispondergli, seguitava a guardarlo incantata, quel semplicissimo bacio l’aveva colpita.

«Questo significa che posso farlo ancora?» rinsaldò lui, accendendo di una luce dilagante il color pervinca delle sue iridi.

Sharise non rispose nemmeno a quell’ulteriore domanda, ma in un battito d’ali fu prevaricata da un impeto irrefrenabile. Liberò la mano dalla sua e gliela scorse lungo tutto il braccio per chiudergli il collo insieme all’altra, legandosi vaporosamente a lui.

A quel messaggio Sebastian non se lo fece ripetere, e nel tempo di una folgore le catturò di nuovo le labbra. Ma stavolta quel bacio, lui stesso, fu di un’intensità stravolgente, risalì le mani per cingerle la testa e gliele affondò nei liscissimi, fluttuanti capelli, inebriato dal modo in cui gli scivolavano tra le dita, come in una sorta di vellutata carezza.

E l’attirò energico a sé per aderire, assaporare agli eccessi quella bocca che per un sedizioso istante gli aveva annebbiato interi i suoi sensi, lei che si legò suggestionata al suo collo, rapita da quello stile di baciarla che le stava permettendo di nebulare la sua mente, leggera ma vertiginosamente oscillante.

E quel bacio durò parecchio, a dir poco spodestante nella sua vivida passionalità, ma di una dolcezza, di una sensualità che Sharise ritenne superlativa, magari unica, fintanto che lui, a sbaragliante rilento, si divise per guardarla in volto, muovendo le mani per avvolgerglielo, un po’ disorientato da ciò che aveva sentito durante quel contatto.

Rimase così, fisso su di lei, immoto, potenziando a dismisura il colore luminescente dei suoi occhi.

«Vieni» la incitò, dopo qualche secondo, e le fasciò una mano con la sua per condurla con sé in direzione del loro tavolo.

E quando lei si accomodò sulla sedia, con stringente calma Sebastian le prescrisse: «Ordina anche tu per me, mi sta bene qualsiasi cosa, vado un attimo alla toilette.»

Senza proferir vocale lei assentì, riccamente scombussolata da quella novità che da ultimo non aveva neanche più previsto, ma di cui, siccome era stata di un’intensità incredibile per quanto singolare, anche per come si fosse sentita viva nell’accogliere quella bocca così calda e decisa, non volle affibbiarsi alcuna spiegazione. Anzi, la momentanea assenza di lui le avrebbe concesso di protrarre al limite l’impareggiabile sensazione che aveva percepito quando Sebastian l’aveva stretta, così come forse non le era mai accaduto di essere avvolta, determinato, quasi dominatore ma detronizzante ai massimi.

E nell’attimo in cui Sebastian si voltò per allontanarsi dal tavolo, lei lo rimirò stregata, in quella camicia a maniche corte di un nero riflettente e satinato al pari dei suoi capelli, la quale s’incollava alla perfezione a quel fisico maestoso, una specie di scultura dottamente intarsiata che esprimeva vigore e potenza. Un vero diletto per gli occhi di un’artista.

«Chissà, Sebastian…» si gingillò, a bassa voce, sorridendo smaliziata. «È possibile che ti chieda di farmi da modello, ne potrebbe venir su, un gran bel capolavoro.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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