MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 4

«Novità?»

«Macché, oggi mi sono sciroppato tutti gli ospedali di San Francisco ed è stato davvero raccapricciante, è incredibile quanta gente patisca gravi sofferenze a questo mondo…»

«Sebastian, non mi tornerai mica nobilitato!» lo irrise Clark, enfatico, nell’aver individuato una sensibilità che non gli aveva mai riscontrato, sempre così duro, un vero uomo dalla tempra d’acciaio, inflessibile e inattaccabile anche dinanzi ai più elementari sentimenti umani.

«Via, non scherzare, dico sul serio» s’infastidì Sebastian, avendo inteso che l’amico, per sunto, lo riteneva un essere senza cuore.

«Lo so, perdonami se sono stato indelicato. Allora, sei riuscito a ricavarne qualcosa?» si ricompose, dopo aver emesso un riequilibrante colpetto di tosse.

«Purtroppo no, negli ospedali non c’è alcuna traccia di lui, né di un suo precedente ricovero, per cui mi ritrovo al punto di partenza. Anche alla stazione di polizia non sanno nulla di lui, proprio oggi ho parlato con il capitano e sembra che non lo abbiano mai visto.»

«Veramente mi riferivo a quella Sharise» smaniò l’altro, impaziente di sapere se l’amico si fosse dato da fare con lei.

«Ah, sì…» la gettò lì, in tono volontariamente casuale.

«Beh? Ora che ti succede?» s’insospettì, rizzando le antenne.

«Nulla, anche da quelle parti tutto tace, comunque ci sto lavorando.» E rise di straforo. «Uscirò con lei stasera stessa, così potrò carpire tutte le informazioni che mi occorrono.»


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«Ma, dimmi…» ficcanasò Clark, rosicchiato da una panciuta curiosità, ed anche moderatamente invidioso che il suo collega fosse riuscito ad adescarla in pochissime ore. «È come in foto? Oppure dal vivo è ancora più carina?»

«Direi la seconda.»

«Ma come sei telegrafico!» s’indispettì, enfatizzandosi di nuovo. «Non vuoi accennarmi null’altro? Beh, sì, insomma, ad esempio qual è il suo colore preferito.»

«Ma che idiozie!» diruppe lui, dichiaratamente canzonatorio, seppur ridendosela sotto i baffi. «Clark, questa te la potevi risparmiare.»

«Ehi!» s’indignò l’altro, esagitato e scoppiettante. «Guarda che se può sembrare banale, non è affatto una pispola. Il colore è importante, delinea la personalità del soggetto, perché se dovesse piacerle il nero, allora sì, che saresti nei guai…»

«Clark…» Ma un battito alla porta lo limitò. «Ok, ascolta, ora devo lasciarti, ci sentiamo con calma domani. Tu nel frattempo controllami la posizione di quel tizio, qui non posso mettere le mani sugli archivi senza ufficializzare la questione, come puoi ben immaginare.»

«Ti riferisci all’SMS che mi hai inviato oggi pomeriggio, su quel Wilcox?»

«Esatto» sintetizzò, per evitare che la presenza sostante dietro la soglia potesse udire un che di pregiudizievole. «Ed io ti farò sapere per il colore, Michelangelo» lo sbeffeggiò, sogghignando divertito.

«Ne sei sicuro? Non credi di depistarti, Sebastian, di perdere tempo preoccupandoti di lui?» diffidò, sviando per l’istante il suo motteggio, oramai era più che abituato ai suoi sberleffi.

«Non mi convince.» E udì bussare un’altra volta. «Ti saluto, devo proprio andare.»

«Ok, ok!» desisté, in uno sghignazzamento giocondo. «Fa’ il bravo, mi raccomando!»

«Ci puoi giurare» suffragò lui, rinnovando un gaio sorriso, e terminò la comunicazione. Spense la sua ennesima sigaretta nel posacenere e s’infilò il telefono in tasca, sempre dopo essersi premunito d’averlo spento, per non ritrovarsi ad intrattenere una telefonata compromettente alla quale avrebbe dovuto rispondere, e data la perpetua circospezione che palesava Sharise, in sua presenza non sarebbe stato facile sostenerla manifestando integrale indifferenza.

E allorquando aprì la porta, fu subito affascinato dall’aspetto di lei. Esibiva i tratti del volto più distesi, con un filo di make-up che glorificava appieno la sua già pronunciata bellezza, e indossava un vestito svasato che le arrivava poco fin sopra il ginocchio, sfumato dal bianco al rosa e molto carino nella sua semplicità. Era davvero deliziosa ma non appariscente, veramente incantevole nella sua discrezione e nella sua delicatezza.

Ebbene, questa fu una tacita valutazione che per un momento lo disambientò, nel tener conto che di norma era attratto dalle curve ben poste in evidenza, anche un tantino aggressivamente, una bellezza più spudoratamente esaltata.

Ma forse il punto fondamentale era che non considerava quella donna come una possibile cacciagione, ancora sussisteva il dubbio che fosse la compagna del fratello, benché adesso, a rigor di logica, fosse improbabile. Pur tuttavia lui non era minimamente intenzionato a comportarsi come un Caino, assodato che Leopold stravedeva per lei e di conseguenza non era opportuno lasciarsi andare a lusinghe fuori luogo, senza prima esserne minuziosamente sicuro.

«Vuoi entrare per un drink?» la ospitò, ma la donna scosse di slancio il capo per rifiutare.

«No no, ti ringrazio, preferirei evitare di bere» declinò, al ricordo della precedente occasione che aveva alzato un po’ troppo il gomito, circostanza in cui, sprigionando globale la sua esuberanza, aveva smarrito l’autocontrollo combinando una torma di danni. E poi, in tutta onestà, con un uomo di quel calibro preferiva rimanere lucida casomai fosse stato necessario, ammesso che già da sobria riscontrava qualche piccola complicazione a contenersi in sua presenza.

«Come preferisci.» Lui non insisté, e da un mobile vicino all’ingresso impugnò le chiavi dell’auto. «Andiamo.»

«Bene, Sharise, dove vorresti andare?» la consultò, allorché furono dinanzi al veicolo.

«Non vuoi che guidi io?» giocherellò lei, sagomando un’espressione tra l’ironico e l’ingenuo provocatorio.

Sebastian si adombrò lieve, sorvolando per il momento la sua burla inoffensiva. «Pensavo che avessimo superato quella fase, Sharise, anche perché i tuoi colleghi e conoscenti mi hanno intravisto parlare con te, sia alla tavola calda che al distretto, dunque dubito che io possa anche solo pensare di farla franca.»

«Beh, in effetti…» finse di valutare lei, ma ritrattò alla svelta. «Stavo scherzando, è che ci avevo preso un tantinello gusto, era un po’ che non guidavo una macchina decente.»

«Se vuoi puoi farlo, Sharise.» E socchiuse le palpebre in un rinnovato sguardo penetrante, cadenzando a dovere il suo nome, tanto che lei fu aggredita da un ennesimo brivido, tale come le accadeva ogniqualvolta in cui lui la guardava, che le parlava con quel tono sublime.

Nessuno riusciva a pronunciare il suo nome a quel modo.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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