MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 3

«Ok, ci si vede più tardi» la assecondò Sharise, sorridendole in un’aria disinteressata, poiché Sebastian la stava praticamente mirando con gli occhi, senza separarsene un secondo, ed avrebbe di certo intuito che il tema della loro conversazione fosse esattamente lui.

E allorché lo vide avvicinarsi con strepitosa lentezza, Sharise deglutì ancora, impossibilitata a muoversi, come se fosse stata dispoticamente catturata dal campo magnetico che quell’essere sprigionava attorno a sé. Ma bastò poco che sospettò sulla sua venuta e, approfittando di tale sopravvenuto dilemma, forse miracolistico, tentò di farsi sopraffare da un pizzico di razionalità, meditando sulla sua presenza lì al distretto.

Che ci faceva alla centrale di polizia? Conosceva forse l’assistente del capitano? Era venuto a portarle un saluto? E si sentì di colpo gelosa, sensazione assai pungente per quanto notevolmente inaudita, cosa che completò ai massimi la sua immobilità.

Restò impalata, nebulosamente imprigionata da quegli occhi che le stavano inviando un nonsoché di amletico.

«Ciao» le sorrise lui, appena la raggiunse. «Allora, una bella strigliata stamattina?»

«Oh, no… per fortuna no, però non sono sicura se a fine giornata mi convocheranno per redarguirmi sui miei insistenti ritardi» si rammaricò, sviando in un attimo le sue valutazioni, giacché quella era un’eventualità che l’aveva angustiata per gran parte del pomeriggio.

«Vedrai che non succederà.»

«Come?» si disorientò, perché oltre a sopprimere le formali distanze, lui aveva liberato un tono oltremodo morbido e rassicurante, quasi come se la conoscesse da tempo.

«Stai lavorando ad un caso?» s’interessò lui, osservando il fascicolo che lei stringeva al suo costato come se fosse una corazza che avrebbe potuto proteggerla, o se non di più sovvenirla dai suoi oscillamenti, donarle una dose di stabilità fisica, ma di emotiva, proprio per niente.

«Ah, sì» nicchiò, un po’ imbarazzata, separando fulminea la cartella da sé, nel frenetico proposito di apparire la più disinvolta possibile. «Mi sto recando presso il responsabile per consegnare lo schizzo, per poi essere trasmesso alle altre stazioni.»


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«Posso vederlo?»

Lei batté un paio di volte le palpebre, ma poi istintivamente glielo consegnò. «Certo, se vuoi.»

Sebastian aprì il dossier e nel tempo di uno sfavillio si arginò, notando la perfezione dei particolari di quel disegno, non tanto per la tecnica impiegata, quanto per ciò che riusciva a trasparire da essi.

«Sei molto brava, sembra quasi reale, anzi, il termine adatto è vivo» la elogiò, poco dopo, superbamente impressionato.

«Grazie, e se farai il bravo anche tu, semmai dovessimo rincontrarci di nuovo ti permetterò di vedere alcuni dei miei lavori» lo dileggiò lei, per non farsi troppo centrare da quella lusinga.

«Sono qui per questo» diramò lui, sempre molto affabile.

«Come?» si ritrovò a ripetere. “Sharise, ma ti sei rincretinita!” si sbertucciò, in sordina, sentendosi come una stupida oca starnazzante a cui scarseggiasse il dizionario per esprimersi in forma adeguata.

Sebastian esordì in un allietato sorriso. «Intendevo dire, Sharise, che sono qui per esprimerti la mia gratitudine, perché grazie al tuo gentile intervento ho potuto affittare l’appartamento. E per ricambiare la tua disponibilità, considerando che un semplice passaggio in auto non credo possa essere sufficiente, volevo invitarti questa sera, se ti fa piacere.»

“E me lo chiedi anche!” esultò Sharise tra sé, sorridendo all’istante per schernirsi da sola.

«Questo sarebbe un

«È probabile, ma voglio innanzitutto precisarti che non è necessario che tu t’imponga degli obblighi nei miei riguardi, perché se posso aiutare qualcuno in difficoltà lo faccio ben volentieri, non mi aspetto di essere ripagata» gli chiarificò, decisa e pure impettita, giacché la sensazione di essersi esibita troppo disponibile come peraltro lui le stava specificando, anche in seguito ai suoi atteggiamenti da liceale dopo averlo adocchiato in quel luogo, le aveva prolificato il preminente dubbio che Sebastian la stesse ritenendo come una facile preda da divorare. O, se non di più, che ambisse a non sentirsi in debito con lei, pertanto che il suo scopo fosse di pareggiare i conti.

«Lo so, Sharise, era un modo per dimostrarti la mia riconoscenza ed anche perché mi farebbe molto piacere uscire con te, sempre se gradisci la mia compagnia.»

Lei fu privata per un sovversivo attimo del suo respiro, ammaliata, addirittura rapita dalla sicurezza e dal savoir-faire di quell’uomo, dalla disinvoltura mediante cui le aveva formulato quel galante invito. Ma in seguito, per non smarrire di netto la sua compostezza si sbrigò a dichiarare: «D’accordo, se la metti su questo piano, sarò felice di trascorrere una serata con te.»

«Allora è deciso, ti può andar bene per le otto?»

«Ok per le otto, verrò a prenderti io, nel tuo appartamento.»

«Beh, inusuale ma carino» si deliziò lui, assai intrigato dall’originalità della donna. «Va bene, Sharise, ti aspetto per quell’ora. A dopo.»

E fece per allontanarsi, che d’improvviso la guardò, e in una maniera che Sharise non riuscì a decifrare, ma che in ogni caso la imbalsamò.

«Sharise, hai bisogno di qualcuno che ti riaccompagni a casa?»

«No, perché?» si strabiliò, nel simultaneo pensiero che lui fosse a conoscenza di qualche dettaglio su di lei.

«Non so, forse una sensazione. Intesi allora, a più tardi.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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