MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 3

«Ha già qualche indizio concreto?» sboccò il capitano, dopo qualche minuto di silenzio nel quale ambedue si erano immersi per elaborare un’accurata riflessione.

«All’incirca, sto seguendo una pista, una persona che lui conosceva e di cui mi ha parlato. Ma purtroppo è tuttora infruttifera e temo che non mi procurerà nessuna traccia, almeno non utile per scoprire dove mio fratello si sia andato ad imbucare.»

«L’ha già trovata, o vuole ci pensi io?»

«Ho già avuto occasione di conoscerla, tuttavia non mi sono rivelato per chi sono, e questo per motivi che non sto qui a riportarle, più che altro perché in tale sede non lo ritengo necessario. Adesso vorrei solo sapere se lei ha avuto l’opportunità di vederlo, giusto per affrettare i tempi, per quanto possibile.»

«Ci stavo pensando, ma non mi pare» propagò l’uomo, seguitando ad analizzare la fotografia, «e tra i cadaveri presenti all’obitorio, non c’è nessuno che non abbia ricevuto il riconoscimento da parte dei familiari. Mi perdoni se sono così diretto, però è un’eventualità che dovrebbe tener da conto.»

«Ne sono cosciente» si risollevò Sebastian, giacché era basilarmente per questo che si era recato alla centrale di polizia, un’evenienza che aveva voluto scartare da subito. «E negli ospedali, non sa se qualcuno che possa essere lui, sia stato ricoverato a causa di un’aggressione?»

«Non per ciò che concerne suo fratello, a quanto risulta, nulla di grave che abbia richiesto le indagini da parte nostra. Però posso farle avere un elenco degli ospedali di San Francisco, così potrà controllare di persona.»

«Perfetto, è una buona idea, la ringrazio.» E si alzò. «Per il momento credo che sia sufficiente, la lascio al suo lavoro.»

«Certo, può accomodarsi in corridoio, così la mia assistente le fornirà la lista.»

Sebastian eseguì un gesto d’assenso, e dopo un garbato saluto s’incamminò per abbandonare la stanza, ma quando si ritrovò sulla soglia per varcarla, d’impulso si rivoltò verso l’uomo. «Capitano, volevo richiederle una cortesia, salvo che lei non mi ritenga troppo pretenzioso, a questo punto.»


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«Non tema, chieda pure» lo incitò compitamente l’uomo.

«È per una vostra collaboratrice, Sharise Queen. Questa mattina ha tardato a presentarsi sul posto di lavoro perché mi ha aiutato a trovare una sistemazione in città, finché non riuscirò a scovare mio fratello.»

Il capitano lo fissò esterrefatto, quella richiesta gli giungeva proprio inaspettata, ma ugualmente acconsentì: «Va bene, lo terrò presente.»

«Oggi è davvero una giornata assurda» mugolò Sharise, sbuffando e stralunando di poco gli occhi, mentre percorreva il corridoio della centrale sostenendo, stretta al suo busto, la scheda dell’ultimo identikit realizzato.

«In effetti sì, a come mi sembra di vedere, ti scorgo parecchio stremata. Qualcosa di grave all’orizzonte?»

«Beh, non esattamente» vagliò lei, un pochino ciondolante. «È solo che mi sono accaduti alcuni fatti insoliti che ancora non arrivo a collocare nella mia mente, coincidenze impreviste che se devo essere sincera, mi hanno un tantinello scombussolata.»

«Ti riferisci ad un uomo?»

«Joan, ma come sei perspicace, soprattutto indiscreta!» la rabbuffò, benevolmente derisoria, lanciandole un’occhiata smaliziata. «Comunque sì, ma non nel senso che credi tu.»

«Andiamo, Sharise, quando si parla di uomini il senso è sempre unico!» zirlò l’altra, sorridendole affettuosa.

«Hai ragione, e per dirti la verità, quel tipo mi ha folgorata. È difficile incontrarne di simili, specie allo Steakhouse che non è propriamente un raccoglitore di gente interessante sotto questo aspetto» valutò lei, ed inclinò la testa in corrispondenza del dossier che stava stringendo al torso. Ma appena elevò lo sguardo di fronte a sé, si pietrificò peggio di un mausoleo, nell’adocchiare l’oggetto dei suoi pensieri, di spalle, che discorreva con l’assistente del capitano.

«Oh, mio Dio…» fu ciò che riuscì a farfugliare, colpita e affondata da questa ennesima coincidenza, e Joan la osservò indagatrice, anche piuttosto allarmata per quella palesata espressione. Era visibilmente scompaginata, forse impietrita.

«C’è qualcosa che non va?» ipotizzò quindi, continuando a fissarla perplessa, e Sharise non mosse un solo arto, fragorosamente scossa da quella fatalità, ancor più inimmaginabile di quanto lo fosse stato il primo incontro con quel tipo.

«Direi di sì…» arrancò, con il cuore appallottolato nella faringe, quasi ad ostruirle le corde vocali. «È lui» deglutì, paralizzando gli occhi sull’uomo che, nel sentirsi osservato, si volse pigramente nella loro direzione.

«Wow…!» si compiacque Joan, sottovoce, quando lui si fu voltato per intero. «Beh, Queen, adesso capisco come mai non riesci a riprenderti, è un bell’esemplare di maschio, proprio da mozzare il fiato.»

«Joan, ti prego» barbugliò lei, cercando di inalberare un’espressione indifferente, al fine di non consentire a Sebastian di evincere che stessero parlando di lui.

«Vero, perdonami, è sempre preferibile non farsi distinguere troppo interessate» concesse la collega. «Bene, sorella, ti lascio a lui. In bocca al lupo e tienimi aggiornata.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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