MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 2

«È in vacanza?» indagò lei, proseguendo a scrutarlo circospetta, ma poi un lampo la fulminò. Era già in terribile ritardo ed ancora doveva passare da casa per cambiarsi, visto che non poteva certo presentarsi in jeans e t-shirt. «Va bene, a quanto pare non ho altra scelta se voglio essere puntuale» tagliò corto, alla fine. «Dov’è la sua auto?»

«È quella» la informò lui, indicandogliela con una mano.

«Che?» si sbigottì, sgranando gli occhi. «E lei vorrebbe che io guidassi quella portaerei?» dubitò, mentre esaminava il mastodontico SUV nero con tanto di vetri oscurati, posteggiato di fronte alla tavola calda.

Sebastian sorrise. «Perché, ritiene di non essere in grado?»

«No, non è questo, mi stupisce soltanto che lei mi attribuisca una tale responsabilità. Ne è sicuro? Insomma, non è detto che potrebbe arrivare tutta intera a destinazione affidandola alle mani di una donna, la quale è popolarmente ritenuta poco pratica di motori e dunque inetta in seno al traffico convulso di una città come San Francisco.»

Sebastian restò in silenzio per alcuni istanti, persuadendosi che, alla lauta apparenza, qualcosa non collimava con le sue iniziali supposizioni. La proprietà di linguaggio della donna non era affatto caratteristica di una semplice cameriera, tutt’altro, si avvaleva di un gergo abbastanza articolato, diciamo sofisticato per certi versi.

«D’accordo, mi dia le chiavi» accelerò Sharise, dopo aver consultato il suo orologio, poiché quantunque l’uomo avesse potuto generare dei tentennamenti in seguito a quella sua dichiarazione, ormai non le interessava più. Doveva muoversi e anche di volata.

«Io abito a Pacific Heights, dalla parte opposta della città, perciò cerchi di memorizzare il più possibile le strade se non vuole correre il rischio di perdersi» gli suggerì lei, frattanto che si allacciava la cintura di sicurezza, ed avviò in tutta fretta il motore.

Sebastian le si accomodò affianco nutritamente assorto, analizzando con massima perizia ogni movenza della donna che, nonostante la sua esteriorità alquanto sprovveduta, gli stava sempre più dimostrando una certa risolutezza, forse perché urgeva di sbrigarsi, per qualche sibillina ragione che lui ancora non aveva inteso.

«Vedo che qualunque timore abbia voluto suscitarmi era infondato, Sharise, direi che se la cava piuttosto bene» si congratulò, dopo qualche semaforo oltrepassato.


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La donna sorrise appagata. «Sì, mi piace molto guidare.»

«Lo vedo» si limitò a confermare, con lo scopo di non pressarla più del necessario. Aveva arguito che quella donna, inversamente a come figurava, era abbastanza acuta e sagace, finemente intelligente, aspetto che purtroppo acuminava i suoi sospetti, ovverosia che si fosse lavorata a puntino il fratello per impossessarsi del suo fondo fiduciario.

«Ho un amico che lavora in un’agenzia, potrei chiedergli di passarmi informazioni su ciò che più potrebbe rispondere alle sue necessità» irruppe lei, dopo qualche minuto, ma subito inveì contro il conducente di un’autovettura che le aveva tagliato la strada senza rispettare il segnale di precedenza. «Ehi! Ma che modo di guidare, si può sapere chi ti ha dato la patente, idiota!»

Sebastian rise a fior di labbra, brigato da quella frizzante carica vitale. «Sbaglio, o siamo un po’ nervosetti?» la motteggiò, amabilmente ironico, determinato più che mai a procedere con cautela, impiegando tuttavia frasi che lo avrebbero potuto condurre fino ai punti salienti, sapere dove lei stesse dirigendosi con tanta impazienza.

E difatti lei, avendo ridotto la guardia, «Già, se arriverò in ritardo mi daranno sicuramente il benservito» presagì, e sbuffò un pochino risentita, nel ritenerlo in un certo senso responsabile, dacché la ragione primaria per cui non aveva prestato attenzione all’ora, risiedeva nei suoi occhi oltremisura magnetici che l’avevano deconcentrata dai propri impegni.

«Non capisco, non ha appena terminato di lavorare?» si sorprese lui, sciorinando un tono disinteressato, per passare prudentemente al punto.

«Sto parlando del mio vero lavoro.»

«Ah…» accennò lui, senz’aggiungere altro per non principiare in una sorta di terzo grado. La sua professione lo induceva ad agire in anzidetto metodo, però in questa circostanza doveva rimanere accorto, non stava svolgendo un interrogatorio ed una persona sconosciuta, per giunta intuitiva come lei, avrebbe di sicuro sfornato qualche sospetto.

«Sì, quello allo Steakhouse non è il mio reale impiego» si ritrovò a spiegargli lei, spontaneamente. «Sto soltanto dando una mano a Delice, una mia carissima amica, finché non riuscirà a trovare una persona qualificata, e in verità spero che si sbrighi. Questa situazione è divenuta insostenibile, però non me la sento di abbandonarla, è stata sempre tanto disponibile con me, sono anni che ci conosciamo e quando ha dovuto licenziare quella megera che oltretutto era pure una ladra, mi sono sentita in dovere di aiutarla. Non meritava affatto di capitare con quella squallida vipera, è una persona in gamba e ingentemente ligia al dovere, è sempre la prima a rimboccarsi le maniche quando occorre, lavorando umilmente al pari dei suoi collaboratori.»

«Non è l’unica, a quanto vedo.»

«Come?» s’ingarbugliò lei, credendo di aver interpretato male quel commento, anzi, quel complimento.

«Nulla, pensavo ad alta voce.»

«Beh…» annotò Sharise, nel sentirsi incredibilmente a proprio agio. «Comunque lavoro al distretto di polizia.»

Sebastian si voltò attonito verso di lei, brandito da un sottile ma consistente dubbio. Questo particolare Leopold non glielo aveva raccontato, ed era bizzarro, in quanto sarebbe stato preferibile riferire ai loro genitori un qualcosa di similare, piuttosto che riportare che la sua fidanzata fosse una modesta cameriera.

«Cos’è?» sogghignò lei, aveva avvertito il suo mutismo controverso. «Ha paura che possa arrestarla, Sebastian?»

Lui rise d’istinto. «Probabile, e a questo punto dovrei stare molto attento a come mi comporto, dico bene?»

«Dice bene» avvalorò, sorridendo anche lei. «Ma ad ogni modo non ha da preoccuparsi, non sono un’agente, la mia prestazione al distretto è tutt’altra.»

“La storia si fa interessante” elucubrò lui, precipitosamente intrigato da quest’inaspettata novità, e infilandoci un pizzico d’allusività riguardo alla professione del padre, «Spero non sia un patrocinatore d’ufficio, non mi sono molto simpatici gli avvocati» manifestò, nell’ipotesi che la dialettica della donna fosse dovuta alla condizione di esercitare una professione analoga.

«Ah, neanche a me, ed ho le mie buone ragioni» approvò lei, un po’ accigliata, e Sebastian dubitò se si riferisse a suo padre, che fin troppo schiettamente aveva posto il veto sulla relazione tra lei e Leopold. Ma comunque non ribatté, dato che lei lo stava man mano delucidando di sua spontanea volontà.

«È stato a causa di un maledetto di quegli avvoltoi che mio padre ha dovuto pagare per colpe che non erano in assoluto da attribuirsi a lui, manomettendo pure le prove per tutelare un famigerato imprenditore di San Francisco» s’inaridì la donna, senza troppo controllarsi.

«Odio la gente di quello stampo» sbandierò, indignata. «Soggetti meschini e senza scrupoli che credono di poter comprare tutto con il denaro, anche le persone.»

Ma poi si avvide di aver forse espletato una gaffe, tenendo conto dell’autovettura di cui era alla guida, che senz’altro costava un bel mucchio di bigliettoni. Anche il soggetto in questione, di affinata educazione e parecchio distinto, benché indossasse un paio di semplici jeans ed una felpa dello stile hip hop con tanto di cappuccio e scritte trasgressive sulla parte anteriore, era proveniente da un’ottima famiglia, o quantomeno abbastanza facoltosa.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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