MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 2

«Va bene, va bene, basta così…» mugugnò, immusonita, ma accolse comunque lo scherzo, grossomodo, nel considerare che stessero innegabilmente facendo leva sulla sua più che spiccata permalosità. «Ok, io ritorno al banco.»

«Ops!» eruppe Rush, allegro come un fringuello, poiché la reazione a quello che stava per enunciare lo avrebbe divertito ancor di più. «Piccola Sherry, temo che si sia fatto tardi.»

«Che?» Sharise consultò a razzo il grande orologio sulla parete della cucina. «Accidenti!» imprecò istantanea. «Sono in ritardo!»

E si catapultò in direzione della stanza degli spogliatoi, frattanto che gli altri continuavano a ridere nel vederla correr via come un fulmine, scompigliata e smaniosa.

«Accidenti, accidenti!» ripeté più volte, intanto che si affannava a cambiarsi d’abito. «Signore, ti prego, fa’ che non perda l’autobus!» agognò, nervosa e sussultante. «Quegli idioti! Eh, tesorini, ma questa me la pagherete cara! Anche tu, sconosciuto dagli occhi luminescenti, bello come il sole, è solo tua la colpa! Ma tanto mi ricapiterai sotto tiro, e allora sì che…»

«Sharise, si può sapere con chi ce l’hai?»

Lei si voltò di slancio, arrossendo a dismisura. «Con nessuno, sono solo in ritardo… anzi, al diavolo! Ce l’ho con tutti, mi hanno presa in giro neanche fossi una bambina dell’asilo, e non mi sono resa conto che il mio turno era finito. Fortunatamente la fermata dell’autobus è qui di fronte, altrimenti non ce l’avrei certamente fatta ad arrivare in tempo.»

«Difatti mi pareva strano trovarti ancora qui, pensavo che per oggi non saresti andata» smussò la donna, impiegando un tono zuccherino e molto amichevole.

«Oh, Delice, è invivibile questa situazione, mi stanno tutti col fiato sul collo. Pare che mi abbiano presa come bersaglio con i loro banali giochi infantili!»

«Ma che cosa dici, Sharise» respinse l’amica, pur serbando una voce mansueta e assai bonaria. «Ti vogliono bene e lo eseguono senz’alcuna intenzione malevola, ne sono sicurissima. È probabile che lo facciano per pungolarti, visto che sei molto permalosa, ma dubito che il loro scopo sia di offenderti.»


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«Questo lo pensi tu, ora scusami ma devo scappare, ne parleremo un’altra volta. A domani.» E dopo averle dato un affettuoso bacio sulla guancia per salutarla, Sharise si affrettò a raggiungere l’uscita.

Di tutta corsa attraversò le porte scorrevoli dello Steakhouse, concitatissima, ma non appena fu in strada si paralizzò al pari di un simulacro, scorgendo quel tenebroso sconosciuto dinanzi a lei, ben riconoscibile dalla postura fiera seppur le desse le spalle. E si sentì imbrigliata da un energico balzo al cuore, allorché lo avvistò voltarsi verso di lei e gettare la sua sigaretta quasi intatta sul marciapiede.

Ciononostante, la sua attenzione fu catturata dall’autobus che stava serrando le porte per incanalarsi nel traffico, e si apprestò tempestiva a rincorrerlo, ma il veicolo, malgrado lei stesse urlando a squarciagola, non si arrestò.

A quella disastrosa contingenza lei si puntò sul bordo del marciapiede, sbuffando ansiosamente, nel mentre che per l’indomabile agitazione sopravvenuta, le sgusciava via la borsa dalle mani, rovesciandosene gran parte del contenuto a terra.

«Oddio…» si crucciò, sospirando sfiduciata, e s’inginocchiò al suolo per raccogliere le sue cose. «E adesso…?»

«Serve aiuto?»

Sharise erse il volto demoralizzato in corrispondenza di quella voce, raffreddandosi in un baleno nell’individuare quell’inquietante figura che torreggiava su di lei.

«No, grazie» brontolò, tesissima, ma lui non la ascoltò e si abbassò sulle proprie ginocchia per aiutarla a racimolare i suoi effetti sparsi sul marciapiede, permettendole di rimanere col cuore incartocciato in gola, a causa di quella vicinanza troppo ristretta che la stava elettrizzando in una entità pazzesca.

E quando si rialzarono, ancora in imbarazzato silenzio lei si orientò verso l’autobus ormai lontano, quasi ansimando per lo scoraggiamento, incapace di far mente locale per scovare un’immediata soluzione.

«Posso accompagnarla io» le propose Sebastian alle sue spalle, e lei s’irrigidì. Però dipoi si fece coraggio, e tentando di non scomporsi, si girò adagio nella sua direzione.

«È gentile, ma non credo sia il caso.»

«Ha paura di me?»

«Beh, io…» s’incagliò, e reclinò il volto di nuovo imbarazzata, poco meno che scarlatta sulle guance, ma pressoché all’istante lo risollevò, strenuamente decisa a non farsi intimidire. «Senta, io non la conosco, quindi non sono nemmeno al corrente delle sue intenzioni, comunque non è niente di personale, glielo assicuro» circostanziò, propensa a non rendersi sgarbata o meramente imbranata.

Lui sorrise compiaciuto e le tese una mano. «Mi chiamo Sebastian.»

«Ah, sì… molto lieta» brancolò, ricambiando il gesto. «È inutile che le dica il mio, giusto?»

«Giusto» aggiudicò, dopo aver adornato un sorriso affabile. «Sharise, non ha nulla di cui preoccuparsi, mi rendo conto che potrebbe ritenerlo un rischio, ma non ho cattive intenzioni. Non sono il tipo, come ha potuto ben constatare.»

«Dicono tutti così…» bofonchiò, a momenti sarcastica, e cominciò a guardarsi intorno. «La ringrazio, ma credo che prenderò un taxi.»

Sebastian stilizzò un ulteriore sorriso, ma sottile, quasi impalpabile, osservandola con estrema attenzione. «Può guidare lei, in caso temesse che voglia condurla in qualche posto non gradito. Del resto non sono di San Francisco e combinerei un gran caos nel traffico, facendole far tardi più di quanto non lo sia già.»

«Lei mi lascerebbe guidare la sua auto?» E lo fissò molto più che scettica, avendolo distinto annuire per risponderle. «E perché? Perché si dà tanta pena per me, Sebastian?»

«Perché ho un favore da chiederle e forse potremmo scambiarci la cortesia, sempre se lei sarà disposta ad aiutarmi.»

«Ossia?» scandagliò lei, iniziando a tamburellare un piede sul manto stradale, poco convinta che le sue intenzioni fossero benevole. Era partito troppo spedito, e in qualsiasi evenienza non vedeva proprio cos’avrebbe potuto fare per lui.

«Ho in programma di trattenermi in questa città per qualche tempo, e per tale motivo non ritengo che sia conveniente affittare una stanza in un motel, francamente è una spesa che mi sembra inutile sostenere» le chiarì lui, placido, pressappoco flemmatico, ma sorridendole in una guisa ancor più affabile.

«Quindi?» inquisì, dubitando sempre più, ancora non capiva dove quel tizio volesse andare a parare. Cosa credeva, che lo avrebbe ospitato a casa sua?

«Avevo pensato di rivolgermi ad un’agenzia, però è un’altra spesa che vorrei evitare. Pertanto mi chiedevo se lei, gentilmente, dato che lavora in un luogo che le concede l’opportunità di conoscere numerose persone, potesse chiedere un po’ in giro per trovare un appartamento a buon mercato, senza vincoli di tempo e adatto alle mie esigenze.»

Sharise lo osservò attentamente prima di rispondergli, perché a dispetto di quelle parole formali e apparentemente innocue, sospettava alla grande di questo inusuale approccio, non riusciva a discernere se velasse un mero tentativo di adescamento. «Perché proprio io? Voglio dire, se si trova qui a San Francisco ci sarà pure un motivo, conoscerà di certo qualcuno che possa aiutarla, o sbaglio?»

«Si sbaglia, non conosco nessuno in città, mi sono allontanato parecchio dal luogo in cui vivo.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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