MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 17

E intanto che Tom Atkins riprendeva colore e vigore dall’altra stanza, appena si chiuse la porta alle spalle Sebastian esordì: «Allora, cosa c’è di così importante da non poter aspettare? Ti avverto, Clark, Atkins stava per ritrovarsi alle corde, e se mi hai portato a sciupare il ben fatto per qualcosa d’inutile, potrei anche irritarmi.»

«Andiamo, Sebastian, sono io, il tuo amico Clark, non vedermi come un nemico. Ritorna in te, non sei più di fronte a quel criminale.»

Lui si scrollò e compì un paio di sedanti inspirazioni. «Sì, scusami, dimmi pure.»

«Non avevi presupposto male, Wilcox è implicato nella faccenda» riassunse, persuaso che non disponesse del tempo per dilungarsi in eccessive prefazioni.

«E da cosa lo avresti appurato?» s’informò lui, fissandolo con dinamico interesse.

«Ho fatto un giro al deposito, giusto per scrupolo, e l’ho intravisto che armeggiava con i lucchetti dell’ingresso. È entrato con la chiave, non so dove l’abbia presa, forse Sharise gliel’ha data e…»

«Lasciala fuori da questa storia, Clark» lo censurò, fulmineamente irrigidito, perché tutto gli avrebbe permesso e concesso, tranne che dislocare i sospetti su di lei.

«Non hai capito, Sharise ritiene che lui sia un amico, può essere che ingenuamente lei abbia…»

«Frena la lingua, Clark, non proseguire su questa strada. Se Sharise è una persona ingenua, non lo è affatto in tal senso, e non ammetto che si cerchi di insinuarmi dubbi su di lei, nemmeno da te.»

«Non intendevo agire in questo verso, Sebastian, sei un po’ troppo suscettibile. Comunque lasciamo correre per il momento, visto che quando si parla di Sharise non sei disposto a ragionare.» E trasse un rigoglioso respiro, passandosi un palmo sulla fronte ancora imperlata per l’affannata corsa sostenuta. «Ho avvisato il capitano e lo stanno già pedinando, però è preferibile che andiamo anche noi.»


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Sebastian ragionò a fondo per un paio di minuti, prima di decidere sul da farsi.

«Ok, forse è prioritario tallonare Wilcox piuttosto che tartassare Atkins. Ho dedotto che non sia a conoscenza del luogo del sequestro, ma che sappia soltanto delle persone coinvolte, e a questo punto mi viene la certezza che sia stato Wilcox a perquisire il mio appartamento. Era davvero la chiave che cercava, quindi quella sera Atkins non è stato l’unico a seguirmi fino al deposito, c’era anche quel bastardo nascosto in qualche anfratto e ci ha ascoltati. È lì che ha capito che avevo un certo legame con Leopold, e probabilmente credeva che Sharise, una volta che io fossi ritornato nello stabile, me l’avesse consegnata.»

«Già, adesso il discorso fila alla grande, e ti conviene passare subito all’azione perché secondo me è quel tizio che ti condurrà dritto a Leopold, qualora non fosse tecnicamente lui uno dei rapitori.»

«Sì, andiamo.» E prima di avvicinarsi ad un agente per incaricarlo di sorvegliare Tom Atkins, Sebastian gli ingiunse: «Aspettami in auto, arrivo tra un secondo.»

Clark assentì e si allontanò spedito per raggiungere l’auto, frattanto che Sebastian rivolgeva brevi disposizioni agli agenti che sostavano sulla porta della stanza riservata agli interrogatori.

Ma quando fu sul punto di catapultarsi fuori dall’edificio, in un atto istintivo si voltò alla sua sinistra, come se avesse d’un tratto avvertito una presenza che gli stava magnetizzando l’attenzione, e in mezzo secondo s’immobilizzò, scorgendo Sharise, ferma e trepida, che lo fissava immota ma luminosa al pari d’un astro vivido e ardente, di una luminescenza esorbitante.

E la guardò, impossibilitato a muoversi, efferatamente tentato di correrle incontro e mandare all’inferno tutto e tutti, pensare finalmente a se stesso e a lei, travolgerla, costringerla a dimenticare il suo gesto riempiendola di baci e vigorose, tenerissime carezze. E forse anche supplicarla di perdonarlo, di concedergli una seconda possibilità che lui di certo non avrebbe sperperato, pur sorprendendosi di se stesso per un tale stimolo, giungere a desiderare di pregare una donna affinché avesse accettato di stare con lui.

Ma del resto Sharise non era come le altre, e quell’orgoglio, quella fierezza maschile, indomita e virile, che lui aveva sempre conservato nelle sue relazioni, con lei non necessitava di esistere, non più.

«Sharise…» la invocò, pianissimo, con il cuore incalzante, come se avesse anelato chiamarla, implorarla, ma in uno spietato attimo di prevaricante senso del dovere, dimenò la testa e prese la via del suo inesorabile destino, lasciandola lì, ondeggiante e in balia dei suoi più irrealizzabili desideri.

Sharise stava posteggiando la sua automobile davanti al distretto, martoriata e sfinita a causa delle ultime due nottate trascorse insonni.

Gli occhi di Sebastian l’avevano torturata per tutto il tempo, quello sguardo che aveva scorto l’ultima volta che lo aveva visto, di un così traumaticamente significativo da instillarle un’angoscia intraducibile, dapprima tentata di buttare all’aria ciascun giusto e rigoroso intento e di corrergli incontro per abbracciarlo, stringerlo, seguire il consiglio di Joan, ma allorquando si era ritrovata di fronte a lui ogni coraggio era svanito.

Aveva letto nei suoi occhi quel maledetto tormento triplicato, di un tale lampante da frenarla all’immediato, sopprimendo in un semplice rintocco il suo proposito di esortarlo a mettere da parte i suoi sensi di colpa e le sue rette intenzioni, poiché stava sacrificando un qualcosa che sarebbe potuto essere magnifico.

Ma forse per lui non lo era, forse per Sebastian era facile rinunciare a loro, e lui non la amava, o come minimo non nella medesima entità in cui lo amava lei, difficile da superare perché sconfinato, stratosferico, un sentimento che non aveva mai provato e che verosimilmente in pochi avevano avuto la fortuna di sentire per qualcuno.

E questo, purtroppo, era un elemento da mettere scrupolosamente in conto, da non sottovalutare, considerando altresì ciò che era lui, un uomo emancipato che di sicuro era assediato da una moltitudine di donne che si sarebbero lanciate su di lui in seguito ad un singolo schiocco di dita, permettendogli così di vivere relazioni effimere e soprattutto sprovviste di eccessive complicazioni. Senza dubbio la via più facile per star bene con se stesso e gli altri, ricevendo nel medesimo tempo tutti i benefici di un rapporto di coppia, indisturbati e dunque più belli, spensierati e vivibili.

Improvvisamente il suo telefono cellulare trillò e rilevò, sul display, che il numero chiamante era dell’amica.

«Joan? Sono qui al distretto, sto parcheggiando, ho qualche minuto di ritardo, ma…»

«Ascoltami, Sharise» tremolò la donna. «Vieni subito nel mio ufficio, è urgente.»

«Cos’è successo?» si allarmò, il suo tono l’aveva atterrita.

«Non per telefono, forza, ti sto aspettando.»

Sharise acconsentì, e alla maniera di un fulmine posteggiò l’auto e si scaraventò nell’edificio, a momenti correndo per raggiungere il più presto possibile l’ufficio di Joan. Il sospetto che fosse accaduto qualcosa di letale a Sebastian era più perforante che mai, altrimenti l’amica avrebbe di certo adottato un altro tono per convocarla così a rompicollo da lei.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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