MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 15

«Purtroppo è riservato» brancicò l’uomo, emettendo un fievole colpo di tosse.

«Riservato?» E si alterò. «Ma come riservato! Capitano, lei non può omettermi il suo nome, ho il diritto di saperlo. Ero io la vittima, o forse lo ha dimenticato?»

«Sì, ma…» inficiò, traballando maggiormente.

«Niente ma» s’intestardì, facendosi inflessibile. «Mi dica come si chiama, devo saperlo, perché semmai mi capitasse di incontrarlo, almeno saprò chi è, e di conseguenza avrò la cognizione da chi dovermi difendere.»

«Lo escludo, non avrà occasione di incontrarlo ancora. Lo ritengo irrealizzabile, intendo dire, sempre per il momento.»

«Ma insomma, perché tanti misteri?» s’impuntigliò lei, sbuffando spazientita, disturbata. «Non sarà mica il presidente in persona da essere tanto riservato, o sbaglio?»

«D’accordo» si piegò l’uomo, e decise infine di parlare, nell’aver giustamente assodato che la donna avesse ragione, possedeva il sacrosanto diritto di venirne a conoscenza. «Ma le dico che ho cercato di evitare di rivelarglielo su espressa richiesta dell’agente Godwin.»

«Sebastian… e perché?» s’intontì, per poco non vacillante. «E lui cosa c’entra in tutto questo?»

«Perché la persona che la perseguitava era suo fratello.»

«Leo…!» schizzò, damascando una fulminea espressione sbigottita, ma repentinamente dopo s’irrigidì. «Perseguitava… ma come mai si esprime così? Santo Dio… non sarà mica morto…!» si sgomentò, ad occhi sgranati, dacché in effetti era da qualche tempo che non riceveva più quelle telefonate.


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«Lo ignoriamo, per adesso quello di cui siamo certi, è che l’uomo è scomparso da una decina di giorni e l’agente Godwin sta indagando per riuscire a trovarlo, se si tratta di un sequestro oppure…»

«Ne dubito» escluse lei, asperrima, lasciandosi cadere di peso sullo schienale della sedia. «Non penso sia un rapimento, capitano, di sicuro sarà un’ulteriore sceneggiata per far impazzire le persone che gli vogliono bene.»

«Vedo che è ben informata» rimarcò, osservandola sorpreso. «In ogni evenienza, a parte questo, le preciso che nell’attuale circostanza ci sono tutti i presupposti per consolidare la conclusione che si tratti di un reale sequestro di persona, ci sono testimonianze basilari ed anche contingenze che riconducono ad una simile ipotesi. D’altronde anche lei mi aveva riportato che quello psicopatico aveva cessato di molestarla, e risale proprio ai giorni in cui Leopold Godwin è stato avvistato per l’ultima volta.»

E lì Sharise ripensò a Sebastian, al suo grande cuore che ancora una volta aveva attraversato l’intero continente per ripulire il bavaglino a quell’autentico viziato del fratello, anche dopo quello che costui aveva combinato, quando aveva architettato quella messinscena per attirare la sua attenzione.

Questa storia stava diventando una vera epopea, meno male che se n’era tirata fuori in tempo, rifletté, eppure in un barbaglio si sgridò. Di base stava insistendo a mentire a se stessa, facendo altresì finta di accettare passivamente l’epilogo della vicenda.

Adesso più che mai desiderava stargli accanto, forse anche contro la sua volontà, giacché se era vero che Sebastian era una persona altruista e disponibile ad aiutare il prossimo incondizionatamente, ciò significava che lui, per amor proprio o magari per quello degli altri, non avrebbe mai richiesto aiuto a nessuno, preteso alcunché, perlomeno non espressamente.

Ciononostante Sebastian aveva bisogno di lei, ed era questo ciò che aveva letto nei suoi occhi, una tacita richiesta d’aiuto, chissà, anche in maniera inconsapevole. E sul momento Sharise capì che non poteva più occultarlo a se stessa, quantunque si trattasse di un’azione compiuta per le medesime ragioni di lui, ovverosia di non voler pretendere alcun tipo di sacrificio dalla persona che amava.

Però lei gli aveva detto addio, e questo in pratica rappresentava una risoluzione definitiva. Inoltre gli aveva lanciato limpido il messaggio che non intendeva stargli tra i piedi, forse anche trasmettendogli che di fondo non ci tenesse a lui.

Ed era una cosa sterminatamente errata, dato che lei avrebbe sacrificato l’infinitesima cosa di sé per poterlo aiutare, per poterlo vedere ancora, per potersi perdere in lui, in qualsiasi forma le fosse concessa, anche per mera amicizia. Anche vederlo da lontano ma vederlo, percepire il suo inebriante effluvio nell’aria, udire la sua voce così musicale, sentire su di sé quelle calde mani, talmente protettive e rassicuranti da scatenarle la voglia indicibile di essere protetta da lui.

E stavolta senz’alcun orgoglio ostentato, senza nessuna paura di sentirsi fragile e indifesa, accogliendo per intero il desiderio di protezione che Sebastian aveva dimostrato di avere nei suoi confronti, e non perché la ritenesse un’incapace.

Lui desiderava proteggerla per il semplice motivo che le voleva bene, magari la amava nel più pieno senso del termine, e Sharise lo percepiva. Sentiva che seppur assurdamente per la repentinità con cui era avvenuto, quell’uomo nel giro di pochissimi giorni, anzi, ore, avesse generato in sé un sentimento puro, infinitamente rispettoso e scevro di qualsivoglia negativa opinione sulla sua sprovvedutezza, sul suo essere debole e vulnerabile.

Però, in onesta conclusione, lei lo era, era sostanzialmente indifesa, e non perché inabile e goffamente ingenua, bensì perché esistevano di fatto circostanze che lei non era in grado di fronteggiare, in primis dal punto di vista fisico.

Ora lo stava comprendendo alla grande, ma probabilmente era tardi, sì, lo aveva capito troppo tardi.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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