MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 15

«Sharise, ogni relazione ha i suoi risvolti negativi, non puoi esigere che tutto sia rose e fiori, che tutto sia perfetto, purtroppo siamo nel mondo reale ed è normale che si possa incappare in difficoltà od ostacoli. L’importante è amarsi, rimanere uniti, e il resto può essere affrontato, con la dovuta calma e con la sovvenzione dell’inestinguibile sentimento che, a parer mio, provate l’uno per l’altra.»

«No, se dobbiamo stare insieme è per essere felici, senza dubbi né tormenti, né tanto meno sensi di colpa, e glieli ho letti in volto, ti giuro, è stato orribile scorgerlo in quello stato.» E svigorì il suo sguardo. «Joan, si sente terribilmente in colpa, e l’unica ragione può essere solo quella, ovvero che suo fratello ne soffrirebbe troppo e che lui non riuscirebbe ad essere felice con me alle spalle di Leopold.»

Ma sospirò malinconica, poiché in fondo, anche se era la cosa giusta da fare, quell’epilogo non era facile da accettare, più di tutto perché era stata lei a doverlo allontanare. Era lei l’artefice della sua infelicità, perlomeno all’apparenza.

«Ma in ciascun caso ti giuro che lo ammiro da impazzire, è un uomo meraviglioso, disposto a sacrificare se stesso per la felicità, per il bene altrui. È davvero un uomo d’altri tempi, è onesto e sincero, passionale e dolcissimo, e poi è bello come il sole. È unico.»

«Anche tu hai queste qualità, e appunto per questo, secondo la mia modesta opinione, sareste una coppia perfetta, potreste sul serio essere felici insieme, se solo superaste questo intralcio. Magari Leopold si è dimenticato di te, non puoi esserne certa, forse è già altrove a tartassare qualcun’altra, mentre tu invece stai sprecando un’opportunità che non ti ricapiterà molto presto, o addirittura non ti capiterà mai più» focalizzò, scaltra. «Te lo ribadisco, secondo me siete fatti per stare insieme, ho visto quando vi siete abbracciati ieri, eravate uno spettacolo ed ho provato un’emozione fortissima, strepitosa. Sorella, quello è l’uomo della tua vita, senz’alcuna ombra di dubbio.»

E la scrutò, per appurare se fosse riuscita ad infilarle almeno un minuscolo tarlo in mente. «Tu non credi?»

«Immagino di no, di solito sono gli opposti che si attraggono, che si compensano. Di certo noi ci respingeremmo in un assiduo gioco di riprese e tentennamenti, all’infinito e di una spossante continuità, fino a quando non ne usciremmo sfiniti, esausti, e tra noi finirà egualmente.»

«Ma che scemenze!» Joan s’infervorò e si pure seccò. «Non mi dire adesso che ti affidi a queste massime popolari! Non è da una persona intelligente e colta come te, questi aforismi stupidi e banali lasciali a chi non è capace di guardare al di là del suo naso e ha bisogno di appigliarsi a parametri simili per prodursi alibi e giustificazioni, e tu non ne hai nessuna necessità. Sei abbondantemente capace di pensare con la tua testa, e lasciarti condizionare, anzi, soggiogare così, non è da te. Si può sapere dov’è finita la tua obiettività, la tua grinta?»

«Insieme a lui, lontano, molto lontano…»

Joan fece per replicare, ma qualcuno che bussò alla porta del suo ufficio glielo impedì, per cui lo invitò subito ad entrare.


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E rimase nientemeno di stucco, allorché vide presentarsi il capitano in persona, fatto inconsueto o se non altro improbabile, perché quando si trattava di comunicare con i suoi subalterni l’uomo delegava di continuo terze persone, o comunque convocava riservatamente nel suo ufficio.

Ma l’uomo risanò ogni quesito generale rivolgendosi a Sharise: «Miss Queen, ho urgenza di parlare con lei, venga nel mio ufficio.»

Joan alimentò il suo stupore e le due donne si scambiarono un’occhiata stupefatta, prima che Sharise si levasse dalla sedia per seguire l’uomo nel corridoio.

E allorché furono nell’ufficio del capitano, questi introdusse: «Miss Queen, volevo comunicarle che la sua situazione è stata risolta.»

Lei lo fissò perplessa, non poté a tutta prima risalire all’origine di quell’asserzione, e meditò che si riferisse a Sebastian, però dopo si redarguì, dandosi della sciocca patetica e anche presuntuosa. Il capitano non si sarebbe certo scomodato per sistemare la loro relazione, e poi lui non lo sapeva nemmeno, non poteva immaginare che ci fosse qualcosa tra loro, pertanto perché si ritrovava senza sosta a pensare a Sebastian?

Era divenuta una vera ossessione, in qualunque luogo vedeva lui, da ogni frase enunciata c’infilava sempre un legame con la sua storia con lui, era come se si trattasse della stessa aria che respirava, che le mancava, ed aveva bisogno di ricercarla in ogni dove, all’infinito, senza potervi porre fine.

«Mi riferivo a quelle telefonate, al maniaco di cui ha denunciato molestie.»

«Ah…» si scosse lei. «Avete trovato il colpevole?»

«Sì, cioè, no…» ritrattò, appena tentennante. «Abbiamo solo capito di chi si tratta.»

«Vuol dire che è ancora in libertà?» scattò, iniziando a sbaldanzirsi sulla sedia. «E allora non capisco, perché mi sta sostenendo che il caso è chiuso, se evidentemente sono tuttora in pericolo?»

«Miss Queen, è un po’ complicato, tuttavia dispongo della facoltà di assicurarle che quel tale non potrà nuocerle, quantomeno non per ora.»

«Ma è insensato… che significa…» sfarfallò, mentre scrollava il capo allibita. «Come fa ad esserne sicuro se non lo avete neanche arrestato? E poi perché, perché non è in stato di fermo qui in centrale, se lo avete finalmente identificato?»

«Beh…» ciondolò, spillando una perspicua incertezza dal suo tono. «Perché non ci è possibile, non finché riusciremo a trovarlo.»

«Ma si può sapere chi è?» si esacerbò, non riusciva ad afferrare la bislacca genesi di tutti quei misteri.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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