MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 15

«Sebastian, perché sei qui?» sondò, in un tremulo bisbiglio, decisa a conoscere con precisione quelli che fossero i suoi reali propositi, il perché si trovasse lì, a San Francisco.

«Leopold, questa volta è attendibile che sia stato rapito, sono qui per cercarlo.»

E quella pugnalata giunse dritta a destinazione. Sharise s’irrigidì e si separò freddamente da lui, ormai cosciente di non aver alcuna speranza che Sebastian potesse amarla libero e incondizionato.

L’ombra del fratello sarebbe stata persistente tra loro, e benché lui stesse dimostrando la sincera, nitida predisposizione al volerlo attuare, il plenario desiderio di stare con lei, alla lunga non sarebbero arrivati da nessuna parte, anzi sì, da qualche parte innegabilmente, ovvero ad un punto morto in cui tutto sarebbe implacabilmente crollato, distrutto. E neanche le ceneri avrebbero potuto rappresentare un piccolo ardente di speranze per risorgere come quelle che erano invece sussistite finora, perché quel soffio di brezza tiepida che avrebbe potuto spazzarle via si stava elevando ad un autentico, tempestoso maestrale, dissipante e distruttivo.

«Mi dispiace, spero che lui stia bene e che riuscirai a trovarlo» vibrò, tristemente sommessa, e chinò lo sguardo affranta, trattenendo a stento un’esile ma graffiante lacrima che le stava insediando crudele le ciglia.

Lui la guardò turbato, e seppur a stento la lasciò andare, deciso a non costringerla in alcuna maniera. Doveva rispettare appieno la sua scelta di non essere disposta a perdonarlo, dato che in assoluta evidenza lei ancora conservava amaro il ricordo del suo silente ma riecheggiante abbandono, per giunta nel venire a conoscenza che il motivo principale per il quale si era recato in California, risiedesse per l’ennesima volta nel voler tutelare Leopold e che non era dunque per lei.

Perciò la comprese, o più che altro s’impose di attuarlo, tenendo doverosamente conto che lei lo aveva sempre eseguito nei suoi riguardi, e non doveva, non poteva categoricamente intestardirsi, altrimenti sarebbe risultato peggiore del fratello. E lui in essenza era differente da quel fenomeno di vizi e capricci, profondamente e radicalmente, quindi l’unico comportamento sano e giusto da adottare era di accettare remissivamente ciò che lei avrebbe deciso di fare.

Sharise lo squadrò attenta, tentando di capire se lui avrebbe insistito, se avrebbe lottato per loro, per salvare ciò che provavano l’uno per l’altra, ma per sua pungente e devastante delusione lo avvertì dimesso, persino impassibile, esponendole in siffatta guisa la dimostrazione conclusiva che per loro non ci fosse futuro. Sebastian avrebbe pensato al fratello e alla sua famiglia, e lei era fuori da tutto questo, la scelta più ovvia, come in origine aveva sospettato, o più che altro temuto.

Ma allora, perché le aveva detto quelle cose? Perché l’aveva riempita di dolci parole d’amore, se poi il tutto sarebbe confluito in un ulteriore addio, questa volta tangibile ed ancor più doloroso?

Non aveva senso, tutto era così confuso, lui la guardava in quel modo, silente ma tormentato, immoto al pari di una statua.


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“E che statua…” pensò, d’impulso, e sorrise di se stessa, scrollò la testa e si rassegnò.

Non c’era nulla da fare, quell’adone, quella sorta di venerabile divinità greca non era alla sua portata, ed era sopraggiunto l’ineluttabile tempo di piantarla con le sue vacue illusioni. Stava volando troppo alto, al di fuori delle sue concrete possibilità, ed incaparbirsi seppur solo nella sua mente, l’avrebbe condotta a distruggersi, senz’alcuna facoltà di rialzarsi incolume, o al limite scevra di complicazioni eccessivamente gravose.

Pertanto effuse un sereno sospiro ed accettò la realtà.

«Addio, Sebastian, sono felice di averti rincontrato, anche se per un’ultima volta» palpitò, ornando un lievissimo ma lindo sorriso, e dopo un lungo e struggente sguardo innamorato, gli mostrò le spalle per separarsi definitivamente da quel sogno che per pochi, irripetibili istanti, le aveva donato felicità completa.

Chinò gli occhi rassegnata e s’incamminò dalla parte opposta, presa com’era dalla sua rasserenante conclusione, movenza che non le concesse la possibilità di accorgersi che Sebastian, mentre la vedeva allontanarsi per sempre da lui, versò una lacrima satura di rimorso e rassegnazione, un’unica goccia di pianto che aggregò in sé tutta l’immane sofferenza che l’uomo sentì invaderlo dentro, dilaniarlo, ucciderlo, malvagia e fatale.

«Tu sei pazza…» Joan agitò la testa a ripetizione, incredula, per non dire scioccata, tirandosi all’indietro i folti e lunghi boccoli color rubino.

«No, Joan, affatto, era l’unica cosa che potevo fare. Lui non aveva il coraggio di dirmelo a chiare lettere, ed io con il mio comportamento gli ho solo risparmiato la pena di doversi dibattere in quella decisione che avrebbe dovuto prendere.»

«Sharise, lui ieri ti ha detto che ti ama, cioè, non esplicitamente, però sono sicura che fosse questo ciò che intendeva» si oppose l’amica, con il salubre intendimento di farla ragionare.

«Anche a me sembrava fosse così, ma quando mi ha comunicato che era qui per trovare il fratello ho capito, ho capito che lui non sarebbe mai venuto a San Francisco esclusivamente per me, e l’avermi incontrata forse ha risvegliato in lui dei dubbi, forse davvero voleva stare con me, ecco perché magari mi ha parlato in quel modo. Ma qualsiasi sia la spiegazione, non posso pretendere che lui soffra e che si tormenti nell’intrecciare una relazione con colei che potrebbe condurre all’inevitabile distruzione della sua famiglia, perché succederebbe, sicuramente. E nel caso che Leopold abbia concretamente commesso qualche pazzia per causa mia, Sebastian non lo dimenticherebbe, ne sono sicura, anche se non me lo farebbe mai pesare, non lui.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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