MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 15

«Gentili signore, per quanto mi faccia piacere conversare con voi, purtroppo ho una questione della massima rilevanza di cui occuparmi» si accomiatò Clark, prodigando a Joan e Sharise un amichevole sorriso.

«Ma certo, l’accompagno all’uscita» si offrì Joan, avviluppandogli predatrice un braccio per fargli strada.

A questa veduta Sharise sorrise fievole, nel pensiero che l’amica non perdesse affatto tempo, era decisa e molto intraprendente, ma in fin dei conti non sbagliava a comportarsi con tanta audacia. Forse era la tecnica migliore per avere la situazione in pugno, per non lasciarsi sfuggire occasioni che potenzialmente si sarebbero affacciate ben poche volte al proprio cospetto.

Ma comunque Sharise non si pentiva di essere così, com’era lei, preferiva lasciare tutta la libertà possibile ad un uomo, per valutare e decidere, e poi, a onor del vero, da questo punto di vista si sentiva un po’ all’antica. Gradiva che fosse lui a farsi avanti, a corteggiarla, creare un po’ di mistero e di romantica magia, nonostante che nell’ultima esperienza un simile comportamento l’avesse condotta a lasciarsi sfuggire dalle mani come sabbia un uomo come Sebastian. Di certo l’unico che le avesse fatto battere il cuore, anche lui un uomo d’altri tempi, tenero e premuroso, così forte e scintillante nella sua invisibile armatura da cavaliere, un autentico sogno.

Li osservò pian piano dissolversi dalla sua vista e sorrise un’altra volta. Magari stava assistendo alle premesse di una nascita, un nuovo amore che sarebbe potuto sbocciare, ed un pochino li invidiò. In teoria loro non avrebbero incontrato ostacoli che si sarebbero solidamente impiantati per impedire loro di unirsi, perlomeno non saldi ed insidiosi come quelli innalzatisi nella sua storia, brevissima emozione che aveva provato con Sebastian.

E si avviò per l’esteso corridoio che in quel malinconico istante le parve così misero e deserto, ma forse lo era soltanto il suo cuore, che dopo quel frangente vissuto, si sentiva ancor più solo, più sofferente, disincantato.

Svoltò l’angolo e in un baleno sobbalzò, ricordandosi di aver del tutto dimenticato il dossier che Joan non aveva recuperato, e fece per voltarsi, che uno spettacolo paralizzante le impedì egemonicamente di muoversi.

Sebastian era lì, e le stava camminando incontro di un fascino irresistibile. Abbigliato in completo classico dal grigio perlaceo, con tanto di cravatta e nivea camicia che glorificava a regola d’arte il colore della sua carnagione, era strepitoso nel suo portamento elegante ma deciso, lento, come un vero leone che spadroneggiasse nella sua foresta.

Non riuscì ad emettere nessun suono, né ad eseguire un minimo movimento. Quindi rimase così, abbagliata e intrappolata, le labbra schiuse e gli occhi sgranati ma rischiarati di una luce indefinibile, di una felicità immensurabile per averlo dinanzi a sé, ancor più magnifico di quanto lo avesse scolpito nella sua mente.

Lui, dal canto suo, era emozionato al pari di un bambino, e non appena l’aveva vista apparire così, come un sogno che si era per incanto meravigliosamente materializzato, d’impulso le sue gambe si erano mosse libere per raggiungerla, magnetizzato, senza rispettare il microscopico indugio.


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E quando le giunse ad un passo rimase immobile a contemplarla, illuminato e trepidante, ferocemente spinto di attirarla a sé e stringerla, magari anche stritolarla tra le sue braccia per farle sentire intera l’energia dell’immenso sentimento che lo aveva depredato dentro. Ma l’atteggiamento di lei alquanto imperscrutabile lo raffreddò in un soffio, e subito s’infilò le mani in tasca, insistendo comunque ad inviarle, attraverso gli occhi tersi e vividi, infiniti messaggi d’amore che giunsero tutti implacabili a destinazione.

«Come stai, Sharise?»

Lei tremò, ma per non troppo scomporsi, gli accennò un sorriso significativo teso ad assicurargli che tutto andasse a gonfie vele, anche se, di fatto, non era per niente così.

Sebastian la guardava attento ma rapito, prendendo coscienza in quel magico momento di amarla come un folle, inesorabilmente, incontestabilmente, e obbedendo ad un altro impulso incontrollabile, sfilò la mano dalla tasca e la portò al suo viso su cui scorse il dorso delle dita, in un gesto così caldo, così amorevole, che Sharise si sentì quasi morire e gli rivolse uno sguardo talmente innamorato, da farlo sentire in una dimensione tremendamente divina.

«Sharise, dimmi qualcosa, dimmi che posso star tranquillo, ti prego» pulsò, rimettendosi la mano in tasca, come una specie di deterrente per impedirsi di travolgerla in un abbraccio di cui sentiva interminabile la necessità, come la stessa aria per sopravvivere.

Ma a quelle parole Sharise si destò, nel prevaricante timore che lui si sentisse in dovere nei suoi riguardi e nulla di più, che il suo interesse fosse puramente di natura protettiva per una donna che fruiva di poche armi per potersi difendere da una qualsiasi aggressione, fisica od ancor peggio morale.

Pertanto, dopo aver sprigionato un copioso sospiro disilluso, poiché fino alla fine aveva sperato che fosse lì per lei, per la fantastica ragione che la amava e che si fosse reso conto di voler stare insieme a lei, gli indirizzò un freddo sorriso e dichiarò: «Puoi stare tranquillo. Scusami ma ho da fare, addio, Sebastian, e buona fortuna, per tutto.»

Ma lui, nell’attimo in cui la vide apprestarsi a voltargli le spalle, la afferrò prontamente ad un polso per arrestarla.

Lei si frastornò, guardò prima la mano di Sebastian che le premeva di un calore ineffabile la pelle, e poi sollevò ritrosamente lo sguardo per incontrare quello di lui, immobilizzandosi all’immediato nel ravvisarlo così intenso e profondo, di una bellezza sconcertante, inesprimibile.

E non fu fornita del tempo di reagire, di proferire un’unica parola, che Sebastian, fulmineo e risoluto, la tirò per quel polso incarcerato avvolgendola istantaneamente in un abbraccio saldo e caldissimo, tanto da scioglierla in un palpito d’ali, liberandola nel tempo di un respiro da qualsivoglia opposizione. Si legò immantinente al suo torace e lo strinse di un’intensità inenarrabile, rifugiandosi tra quelle braccia così confortevoli e rassicuranti, quel battito d’amore che gli percepiva percuotere il petto su cui, leggera e beata, sistemò una guancia, sentendosi quasi in paradiso.

Sebastian la strinse fortissimo, la accarezzò sui capelli e sul volto ripetutamente, emozionato e vinto dal proprio sentimento, fino a che non adagiò le labbra in prossimità del suo orecchio, e con una voce dolcissima e così inebriante da farla vibrare in un gigantesco fremito le sussurrò: «Dio, quanto ti ho pensato, Sharise, quasi a star male, non ne potevo più di starti lontano. Avevo bisogno di vederti, di toccarti, di sentirti.»

E lei si stordì, s’intorpidì, seppur battente in un’emozione pazzesca, sconvolgente, e si rannicchiò ancor più irruente a lui, febbrilmente timorosa che sarebbe di colpo svanito, che sarebbe di nuovo andato via da lei, lasciandola stavolta inguaribilmente ferita, pugnalata a morte.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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