MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 13

«Miss Queen?»

«Sì!» Sharise piroettò di volata verso quella voce, nell’aver assodato che fosse quella del capitano.

«Può venire con me nel mio ufficio, per cortesia?» le richiese l’uomo, garbatamente, e lei consentì con un cordiale sorriso, anche se alquanto interdetta, facendosi subito un paio di rapidi conti in mente per verificare se avesse commesso qualche piccola infrazione e che lui, di conseguenza, le avrebbe riservato la tanto attesa, seppur spiacevole lavata di capo.

D’altronde però, a parte l’ultimo episodio in cui aveva conosciuto Sebastian, non aveva più ritardato sul posto di lavoro, e inoltre aveva ripreso pieno possesso della sua automobile che, per buona sorte avverata, non l’aveva più lasciata a piedi. Ed era il minimo, data la cifra spropositata che il meccanico le aveva richiesto come corrispettivo della manutenzione.

Sicché si animò, lo seguì tranquilla nel suo ufficio dove si sedé su una delle sedie posizionate di fronte alla scrivania, e il capitano sollecitamente preludiò: «Miss Queen, avrei bisogno di una gentilezza da parte sua.»

Sharise lo fissò scombussolata, non avendo la più pallida idea di ciò che avrebbe potuto fare per l’uomo. Dopotutto lui era il grande capo e lei una semplice disegnatrice, ma per non dimostrarsi scortese, attraverso un immediato cenno acquiescente lo esortò a proseguire.

«Sono a conoscenza che lei ha contatti con l’agente speciale Godwin di Washington, e siccome avrei alcune informazioni importanti da comunicargli, mi chiedevo se potesse rivelarmi dove si è sistemato qui a San Francisco, perché in tutto questo fermento mi sono dimenticato di richiedergli il suo numero di telefono.»

Ancora più meravigliata Sharise scrollò la testa. E lui come lo sapeva che si erano frequentati? Certo, era il capo della polizia, colui che ne sapeva di tutto e di tutti, ma indagare sui suoi fatti personali oltre che essere insensato, era pure illecito ed arbitrario. Lei non era coinvolta in nessun tipo di reato né civile né penale, dunque l’uomo non aveva alcun diritto d’investigare sulle sue frequentazioni.

«Signore, io non so come lei faccia a sapere che io e Sebastian, sì, insomma…» s’impantanò, imporporandosi in un batter d’occhi, molto più che imbarazzata.

L’uomo la intravide un tantino in difficoltà, quindi per soccorrerla, forbitamente le espresse: «Forse dovrei fornirle alcune delucidazioni. Tempo fa l’agente Godwin mi aveva richiesto di non tener conto di uno dei suoi reiterati ritardi, dal momento che lei lo aveva aiutato a procurarsi una sistemazione in città per un periodo indeterminato, ed è per questo che sono giunto dritto a lei, per quanto io non sia a conoscenza degli effettivi rapporti che intercorrono tra di voi.»


Advertisment

loading...

Lei restò a labbra schiuse, taciturna e turbinosamente sommersa dai suoi pensieri, catapultata al giorno in cui aveva incontrato Sebastian al distretto, quando ancora non si conoscevano, e il capitano, soppesando il suo significativo silenzio, diplomaticamente procedé: «Mi chiedevo se lei potesse cortesemente darmi l’indirizzo così da mandare una pattuglia per contattarlo, o eventualmente se conosce il suo numero di telefono.»

«Non ce l’ho, voglio dire, il suo numero» gli inoltrò Sharise, ancora assai frastornata dal gesto di Sebastian che lei ricordava benissimo, l’aveva rincuorata nella circostanza in cui si erano incrociati nel luogo, allorché lui le aveva assicurato che nessuno l’avrebbe sgridata per il suo ennesimo ritardo. E questo fatto, le stava amplificando all’esagerazione quello che provava per lui, lui che lei aveva tentato di cancellare con tutta se stessa dalla sua mente, dal suo cuore, dopo il crudele e silente abbandono, quantunque lo avesse alfine compreso, giustificato, anche se tuttora non riusciva ad accettarlo.

«E l’indirizzo?» perseverò l’altro, scrutandola dubbioso.

«Neanche» denotò, sconfortata e sospirante. «È partito, capitano, è tornato a Washington più di una settimana fa e non ho sue notizie da allora.»

«Uhm…» ponderò l’uomo. «Allora immagino che dovrò rintracciarlo al dipartimento.»

«Temo di sì, io non posso aiutarla, mi dispiace» si desolò lei, e a tale atteggiamento il capitano confermò le sue iniziali supposizioni, ovvero quelle originatisi nel momento in cui era stato pronunciato il nome di Godwin.

«Miss Queen, è sicura di stare bene?» s’impensierì, pur avvalendosi di un’aria indifferente per non alludere ad un qualsivoglia fatto in particolare, considerando altresì, che non erano propriamente affari suoi.

Sharise abbozzò un mesto sorriso. «Sì, più o meno.»

E l’uomo non insisté. «Va bene, può andare.»

Lei si alzò dalla sedia, gli insignì un inchino per congedarsi e si avviò rigidamente verso l’uscita, abbattuta e silenziosa, inabissata nella sua tristezza, contemplando l’immagine di Sebastian che le era ricomparsa impetuosa, incancellabile.

E quando si ritrovò nel corridoio si cosparse con la schiena su una parete, chiuse gli occhi e sospirò, all’infinito, cercando di trattenere quelle lacrime che si erano affacciate impietose alle sue ciglia.

Sebastian l’aveva sempre aiutata, sin dal primo istante in cui aveva posato gli occhi su di lei, un uomo incredibile, dolcissimo, che per pochissime ore lei aveva ricevuto la magica fortuna di possedere, ma che sventuratamente era dovuto andar via per conservare integro il proprio nucleo familiare d’origine. Una scelta ovvia che lei non poteva in assoluto contestare, non poteva pretendere che Sebastian alla fine avrebbe scelto la loro relazione.

In fondo si erano appena conosciuti ed era dunque naturale che lui prediligesse l’unità della sua famiglia. Del resto anche lei avrebbe operato una scelta analoga, per cui non era di certo nella facoltà, nella posizione adatta per recriminare alcunché.

Non che poi questa conclusione l’avesse acquetata e di conseguenza le avesse offerto una valida motivazione per poterlo accettare, per riprendere quindi la sua vita in maniera regolamentare, tuttavia se ne era fatta una ragione, soccombendo per forza di cose alla situazione.

E poi, a computi saggiamente operati, era consapevole di non aver insistito con Sebastian quando lei aveva intuito, l’ultima volta in cui si erano salutati, che lui le stesse tacitamente dicendo addio. E non avendo tentato il tutto per tutto al fine di trattenerlo, una parte di colpevolezza avvertiva che fosse anche sua.

Infatti, era probabile che qualora avesse cercato di dissuaderlo, di condurlo a lucidamente ragionare, gli avrebbe fatto capire che avrebbero potuto impegnarsi insieme, per non causare del male ad alcuno mediante la loro relazione. E Sebastian avrebbe forse ripiegato, chissà, ed avrebbe in definitiva scelto se stesso, anziché tutelare primariamente i sentimenti del fratello, della sua stessa famiglia.

Ma in pratica, purtroppo, queste erano solamente mere congetture. Probabilmente si stava soltanto illudendo che Sebastian provasse per lei lo stesso sentimento che invece le palpitava dentro in un’espansione strepitosa, a tal punto da giungere a non voler assolutamente rinunciare a lui. Una cosa che in effetti Sebastian non aveva messo in atto, all’inverso, non le aveva rivolto una sola parola in proposito, forse appunto per evitare che lei lo supplicasse di non partire, ormai deciso ad andarsene e che nessuno, compresa lei, sarebbe riuscito a fargli mutare idea.

In conclusione, era possibile che per mezzo di quel comportamento, lui avesse posto le mani avanti per dimostrarle l’incrollabile intenzione di volerle dire addio, per sempre e senza ritorno.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

Tag:, , ,



loading...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *