MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 12

E le diede un caldo bacio sulla fronte, attardandovi qualche secondo le labbra per protrarre il più possibile il contatto con la sua pelle, sentire il suo profumo, il suo dolce e trepido anelito che gli raggiungeva il collo quasi a straziarlo di sussulti e potenti fremiti, il dolore che stava provando nella lancinante consapevolezza che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe potuto toccarla, guardarla, tuffarsi nella vivida opalescenza dei suoi occhi da cui poteva scorgere il mondo intero, tutto ciò che voleva, tutto ciò che gli mancava.

Ma d’un tratto arretrò, la toccò per un’ultima volta su una guancia, e dopo un affranto, stentato sorriso, chinò lo sguardo e prese inesorabile la via del corridoio.

«Buonanotte, Sharise.»

Lei impietrì, consolidati tutti i suoi sospetti, rinsaldati i suoi spietati timori, e lo fissò allontanarsi pacifico ma teso, sussultante, come se stesse assistendo ad un’illusione che pian piano stava svanendo dai suoi desideri e che non sarebbe più ricomparsa. Non lo avrebbe più rivisto.

«Addio, Sebastian, addio, mio grande amore. Spero di rivederti, un giorno…» vibrò, esalando un lungo, struggente sospiro, dopo che lui si fu dissolto dalla sua vista.

E si rintanò nel suo appartamento, aggredita e invasa da sanguinarie lacrime, una disperazione che improbabilmente l’avrebbe abbandonata, e se con il tempo si fosse affievolita, non sarebbe mai svanita, come lui, lui che ora, faceva parte di lei.

«Siamo un po’ biliosi oggi, eh?»

«Clark, non è aria.»

«Andiamo, Sebastian, se ci stai così male, perché non torni a San Francisco per riprendertela?»


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Lui sviluppò un prolungato respiro. “Magari…” anelò tra sé, ma ormai era tardi. Aveva dato atto a quel passo risolutivo e non sarebbe potuto tornare indietro, in particolare dopo il suo abominevole gesto nell’essere sparito così, senza nessuna parola, senz’alcuna spiegazione.

«Lasciamo perdere. Allora, il caso Cooper?» travalicò, più avanti, fermamente propenso a cambiare discorso.

«Chiuso» celebrò l’amico, impacchettando un’espressione pomposa e soddisfatta. «Comunque» s’incapricciò, seppur un filino titubante, «anche se in effetti non è affar mio, ma come mai sei ritornato con tanta furia al dipartimento? Tanto che ti trovavi potevi finire la tua vacanza, magari ti saresti riposato e saresti rientrato un tantino più rilassato», infilando nel suo tono una velata ammonizione. In quello stato Sebastian non avrebbe di certo risolto gran parte dei casi che gli sarebbero stati affidati, o quantomeno, non nella consueta procedura migliore.

«Preferisco lavorare, Clark, non ho proprio voglia di starmene senza far nulla» derogò, con stipata freddezza, dato che quella conversazione lo stava scagliando in un reiterato turbinio di pensieri, ed il suo iniziale intento di voler rientrare ad ogni costo in servizio era dovuto proprio a questo.

Quando aveva affrontato il viaggio di ritorno, era stato ininterrottamente subissato da dannate riflessioni sul cosa fare o non fare, su quale fosse il comportamento o più che altro l’atteggiamento mentale giusto da adottare. E più volte era stato tentato di tornare indietro e travolgere il suo graziosissimo cucciolo di donna, portarla via con sé verso un futuro edificato d’amore e di fantastiche aspettative.

Ma se da un lato aveva avvertito vivida e prepotente l’esigenza di tornare da lei, quasi come al voler ripristinare l’aria nei suoi polmoni, da un altro, molto più saldo e coscienzioso che aveva ineluttabilmente spadroneggiato, lui si era persuaso, praticamente imposto, che quella di abbandonare il campo fosse la soluzione più corretta e sana possibile, per tutti, nonostante che per i primi tempi sarebbe stata dura da sostenere.

Il ricordo di Sharise lo perseguitava, ogni sacrosanta notte, ogni benedetto istante, senza l’infinitesima possibilità di cancellarla dalla sua mente, eliminarla in via definitiva dal suo cuore, ferito e sanguinante, il suo cuore spezzato che apparteneva irrimediabilmente a lei e che sarebbe stato sempre suo, fintanto che avrebbe palpitato di vita.

Eppure doveva farsene una ragione, e poi, come aveva sperato e come anche adesso si ritrovava a confidare, il tempo avrebbe smorzato qualsiasi angoscia, qualora si fosse salubremente rincanalato per gradi e con diligente solerzia, in quella che era stata la sua vita a Washington prima d’incontrare lei, prima che la squallida mistificazione di Leopold gli avesse sconvolto l’esistenza.

Ed ora, a neanche dieci giorni dalla sua fuga, iniziava a percepirsi un po’ più sgravato, abbastanza sollevato. Questa decisione lo aveva condotto a sentirsi meglio, meno inquisitore nei confronti di se stesso che sulle prime aveva colpevolizzato a dismisura, biasimandolo in continuazione per la sua meschinità e per la quasi assenza di scrupoli nell’avvicinarsi intimamente a lei.

Cionondimeno era giunto a martoriarlo un incombente nervosismo, un’ingente rabbia nei riguardi del fratello e del mefistofelico destino che lo aveva condotto ad incontrare Sharise nel momento sbagliato, quando non avrebbe mai potuto pretendere di averla perché costretto a scegliere tra lei e se stesso, e la scelta sarebbe immancabilmente dovuta ricadere su di lui, come di fatto era poi accaduto.

«Beh» gorgogliò Clark, sradicandolo dalle sue incalzanti meditazioni. «Io, se fossi stato in te, onestamente non sarei stato così clemente con mio fratello. Lo avrei strigliato per bene e inoltre non mi sarei posto nessun problema per decidere di stare con quella bambola, tutt’altro, non ci avrei pensato neppure un microsecondo, visto che a quanto sembra è unica nel suo genere per averti ridotto in questo stato, e stiamo parlando di te, Sebastian, pertanto un vero prodigio.»

«Clark, non è così semplice come ritieni» si sconfortò lui, accettando infine d’introdursi nell’argomento, giacché dapprincipio non ne aveva detenuta la ridottissima intenzione. Ma sviscerare ad una persona fidata che potesse comprendere quelle che erano le sue opinioni al riguardo, era forse un ulteriore espediente per devolversi un po’ di leggerezza, liberarsi da quel macigno che lo opprimeva quasi a soffocarlo, a soppiantarlo dalla plenaria regolarità che avrebbe dovuto assumere la sua esistenza.

«E perché mai? È stato un bugiardo e vi ha fatto patire senza valido motivo la sua mancanza, avete temuto per la sua vita e lui non se n’è preoccupato nemmeno di un bruscolo. Non lo merita, amico, perché tu stai soffrendo e si vede.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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