MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 12

«Signor Herrington, le porgo le mie scuse per essermi introdotto nella sua proprietà senza esserne autorizzato, ma come può ben immaginare ipotizzavo che lei fosse implicato in un ipotetico sequestro. Lei risultava come beneficiario di ingenti somme di denaro, controllando alcuni movimenti bancari operati da mio fratello, e ho dovuto ovviamente agire sottobanco per indagare a fondo sulla sua scomparsa.»

«Non se ne faccia un cruccio, agente Godwin, però tengo a precisarle che avevo avvisato Leopold che fosse una grossa balordaggine quando mi ha confidato il suo piano per conquistare Sharise, ma purtroppo non ha voluto ascoltarmi. E poi il nostro era un puro rapporto d’affari, lui ha affittato la mia casa ed io, che sinceramente non navigo in buone acque in questo periodo, avevo urgenza di contanti, perciò da ultimo ho accettato la sua offerta» gli esplicò, con una placida e garbata impostazione. «Non che mi sia precipitato ad accogliere tale proposta, che sia ben inteso, ci ho riflettuto qualche giorno prima di prendere una decisione, innanzitutto perché non avevo nessun desiderio di ritrovarmi impelagato in sgradevoli situazioni. Ma in seguito mi sono reso conto che non vi era nulla d’illegale o di compromettente, per quanto sia stato, a mio avviso, un gesto di dubbia moralità.»

«Posso capirla» tollerò Sebastian, pur nonostante s’innervosì ancora, ripensando al fratello che, come fin troppo di consueto, aveva utilizzato il denaro come spregevole strumento di persuasione.

E a giudicare dagli importi versati sul conto corrente intestato alla Barrymore Systems, che originariamente lui aveva presunto essere dovuti ai costosi regali acquistati per Sharise, era stata senz’altro un’offerta che in tali disagiate condizioni nessuno avrebbe potuto respingere. Quel verme aveva fatto grettamente leva sui problemi economici dell’uomo, inducendolo persino a rischiare di rendersi oggetto di indagini da parte della polizia, se non addirittura arrestato per sequestro di persona.

«Bene, signor Herrington, noi togliamo il disturbo.» E si volse verso Sharise, protendendogli un palmo teso all’insù. «Tesoro, andiamo.»

Sharise si scosse tenue nel sentirsi denominare con quell’epiteto, e sempre più mesta si lasciò prendere per mano e condurre in direzione dell’auto, un silenzio quasi funereo finché non approdarono a Pacific Heights, al piano dov’era situato il suo appartamento.

Lui l’accompagnò fino all’uscio, immerso in un reiterato silenzio meditativo, mano per la mano, efferatamente taciturno e pensoso. E nel momento in cui furono giunti a destinazione, senza pronunciare alcuna parola l’attirò a sé e l’abbracciò in una guisa pressappoco dilaniante, trasparendo da quel contatto un potente martirio interiore, un’angoscia lautamente percettibile, tanto che lei tremò tutta al modo di una foglia percossa da una raffica imponente e incontrastabile, impietosa.

Sebastian, al sentirla così ondeggiante, la strinse più intensamente e sospirò abbattuto, distrutto, perché quel breve e raccolto percorso in auto gli aveva delucidato gran parte dei suoi pensieri, conducendolo all’amara conclusione che doveva andarsene via da lì, al più presto.

Tutto si era infangato, proprio come aveva presagito, ma per prima cosa se stesso che, al presente, nella sua moralità sentiva pesantemente imbrattato dall’inesorabile evoluzione della vicenda. E il tutto si sarebbe senza dubbio rovinato, man mano decaduto, dopo l’inaccettabile epilogo delle sue ricerche.

Si sentiva un vero bastardo per aver capitolato senza eccessivi scrupoli dinanzi all’impeto di sedurre Sharise, specie nell’integrale coscienza che Leopold fosse innamorato di lei. Anzi, era pervenuto in un certo qual verso ad infischiarsene, come se non lo riguardasse affatto, alla stregua di uno sconosciuto a cui non doveva tendenzialmente nulla anziché suo fratello, parte di sé, parte integrante della sua famiglia.


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Infatti, prima di pervenire a quel punto avrebbe dovuto in qualsiasi evenienza porsi un freno, aspettare di trovarlo, chiarire la situazione esponendogli le sue intenzioni e in caso decidere cosa fare, comportarsi come un adulto, un uomo corretto e scrupoloso, tutte cose che alla fine dei conti non era stato. E invece l’aveva travolta e si era travolto, senza minutamente pensare alle inevitabili conseguenze, al dolore che Leopold avrebbe patito, per non parlare di come si sarebbe sentito lui, un traditore e un uomo indegno, esattamente come si sentiva in quel preciso momento, reale e perforante.

E in questo purtroppo riscontrava, doveva ammettere che il fratello aveva ragione, per quanto Sebastian fosse certissimo che non fosse stata un semplice avventura con Sharise, altrimenti ci avrebbe all’istante rinunciato, per nulla pensato, perché sarebbe stato oltre che vile, anche squallido, e di norma detestava comportarsi così. Non aveva bisogno d’intrufolarsi in relazioni altrui per prendersi una donna, tutt’altro, le amanti degli altri non gli interessavano affatto, il mondo era gremito di donne più o meno avvenenti che avrebbero fatto al caso suo.

Non aveva mai sentito la necessità di far le scarpe a chicchessia, non era nel suo stile e in primo luogo non amava competere, men che meno comportarsi al metodo di un gallo che si sbeccava nello stesso pollaio, indecoroso e poco consono alla dignità che aveva sempre conservato di se stesso.

Ciononostante lasciare Sharise gli stava risultando imponentemente difficoltoso. Percepiva una prorompente angoscia all’idea di doverla abbandonare, ora che l’aveva trovata, ora che quel qualcosa che gli era sempre inconsciamente mancato era comparso al cospetto della sua futile esistenza, talmente improvviso ma splendido, di un’intensità pura e sconvolgente, un sentimento che fino ad allora non aveva neanche mai sospettato di poter provare per qualcuno, o meglio, che potesse esistere realmente.

E non ce la faceva, non riusciva a dirlo, a trovare le parole adatte, perciò restò lì, così, con lei stretta al suo cuore, quel cuore ora riempito di un bellissimo sentimento, pulsante, di un palpito esorbitante.

«Sebastian, mi stai dicendo addio, non è così?»

Lui sprigionò un altro sospiro, la strinse ancora, dilaniato dalle sue stesse mani.

Lentamente si divise, e facendosi cadere le braccia lungo i fianchi, le riservò uno sguardo di sconfinato amore miscelato a efferato tormento, espugnato, sbranato dal suo senso di colpa, sentendosi un autentico codardo nel voler fuggire, nel voler sistemare la questione tagliando la corda anziché affrontarla a pieno viso, come di regola preferiva.

Però questa volta era diverso, non sarebbe mai riuscito a dirle addio, almeno non di persona, ed anche se lei avrebbe sofferto molto di più in seguito a quel suo vile gesto, era la soluzione più semplice e per giunta la migliore, o forse era unicamente quella che lui sarebbe riuscito a porre in atto.

Ma era comunque indispensabile per ripristinare la normalità nella loro esistenza, per sconfiggere i loro sensi di colpa e ripulirsi la coscienza, purificare la loro anima, decontaminare quel meraviglioso sentimento che meritava di conservarsi pulito, anche se nel ricordo, anche se non avrebbe potuto dispiegarsi nelle loro vite. Un sentimento nato e distrutto nel giro di pochissime ore ma vivo e persistente, immutabile, come se da anni librasse nei loro cuori, inveterato, radicato, magnifico.

Sì, doveva andarsene, e con il tempo si sarebbe poi tutto sistemato.

«Ora vai a riposare, Sharise, è stata una lunga giornata.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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