MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 11

«Ma perché?» contravvenne lei, rabbrividendo al distinguere quella sua espressione coriacea, distaccata, era come se la sorte del fratello non lo riguardasse.

«Non doveva farlo, Sharise, tutta questa messinscena, farmi venire fin qui da Washington, i rischi che hai corso anche tu, merita di pagare. Sono stufo di coprirgli continuamente le spalle, di passargliele tutte vinte, anche perché così non imparerà mai, insisterà a comportarsi in base a questi dissennati criteri e alla fine qualcuno potrebbe soffrirne seriamente, qualcuno potrebbe farsi male.»

«Non posso credere che tu stia parlando così, è tuo fratello… possibile che non t’importi nulla di lui?»

Sebastian scosse di nuovo il capo, ancora più glaciale. «Non è questo, anzi, appunto perché ci tengo voglio che incominci finalmente a vivere e a comportarsi come un uomo. Ha quasi trent’anni ed è ora, prima che sia troppo tardi.»

«Sebastian, non comportarti in questa maniera, non ti riconosco… sei così freddo…»

«Basta, Sharise, Leopold deve imparare a ripiegare su se stesso la propria frustrazione e non sugli altri, non su di te.»

Lei orientò gli occhi a terra e con setosa leggiadria si liberò dalla sua presa, ripensando alle orribili parole che Leopold aveva enunciato su di lui, a quanto inesprimibile male le avesse intenzionalmente procurato, per come glielo avesse dipinto, impiegando implacabile quell’arma per allontanarla da lui, non curandosi affatto che l’unica a soffrirne sarebbe stata lei.

Sebastian avanzò di un passo e le coprì le guance tremule con le mani, ammorbidendo a dismisura il suo sguardo.

«Te lo avevo detto, Sharise, non permetterò a nessuno di farti del male e nessuno ci riuscirà, non fin quando dipenderà da me.»

Lei lo guardò sussultante, supplichevole di conforto, che smentisse le parole di Leopold, ne aveva un’incommensurabile necessità.


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«È vero ciò che dice, Sebastian? È vero che pensi questo di me, delle persone come me, che io non sono…» Ma un gemito le stroncò la frase, sbaragliata dalla fagocitante paura che lui potesse confermarle quelle dissacranti asserzioni, poiché era molto probabile, Leopold non aveva potuto inventarsele, esacerbarle sì, per evidenti incentivi, ma inventarle no. Era partito troppo diretto, troppo convinto, e conosceva Sebastian sicuramente meglio di lei.

Poi in uno sfolgorio le ricomparvero alla mente le parole che Sebastian le aveva sussurrato mentre si univano per la prima volta in un atto d’amore, la notte scorsa, quando le aveva dichiarato che lei riusciva a stravolgere tutte le sue idee e le convinzioni di come preferisse una donna, l’amara conferma che Leopold non le aveva mentito. No, purtroppo non lo aveva attuato, almeno non completamente.

Ma Sebastian mosse le mani per rincuorarla attraverso tenere carezze al suo volto, e con suprema dolcezza, guardandola negli occhi con una splendida luce trasparsa dichiarò: «Sharise, quello che posso dirti è che credevo di aver tutto, di non aver bisogno di nient’altro, ma mi sbagliavo, mi mancava qualcosa e quel qualcosa sei tu.»

Lei lo guardò pulsante, emozionata, tuttavia rilevò in lui un’ombra inequivocabile che la indusse a sospirare. «Però non è sufficiente, giusto?»

Lui la guardò fisso ma indugiante, e l’unica movenza che riuscì ad eseguire in quel frangente fu di stringerla, avvicinarla al proprio cuore e fruire di un suo caldo abbraccio.

«Che sta succedendo qui? Leopold, dove sei?» si frappose un uomo, apparso di sorpresa all’ingresso della rimessa. «E voi chi siete?»

Sebastian si slegò dall’abbraccio con Sharise e gli andò apaticamente incontro. «Sono Sebastian Godwin, il fratello di Leopold.»

«Ah, sì, io sono Ted, piacere.» Gli allungò una mano per presentarsi e si scostò per guardare meglio la donna dietro di lui, la quale si era voltata dall’altra parte per celare il suo volto. «Sharise, sei tu?»

Lei rispose mediante un gesto d’assenso e si volse mestamente in direzione dell’uomo che, dopo un’esauriente occhiata, un po’ stupefatto le chiese: «Sharise, ma tu… tu stai piangendo?»

A quella domanda Sebastian si voltò di sbalzo e la guardò stordito. Non si era accorto che lei stesse versando lacrime, non lo aveva previsto, specie perché in concreto non ve n’era motivo.

O forse si sbagliava, già, magari Sharise era molto più turbata di quanto lui volesse ammettere, non per Leopold, indubbiamente, quanto invece per quello che suo fratello le aveva rivelato in merito alle sue femminee predilezioni, o eventualmente per quello che sarebbe potuto accadere, dato che a questo punto non v’era più ragione che lui si trattenesse a San Francisco. Ormai aveva concluso la sua missione ed era possibile che lei fosse triste per questo, che temesse di non rivederlo più.

Difatti non era poco complicata come situazione, c’erano tante cose da valutare, principalmente adesso che aveva scoperto la motivazione per cui il fratello era scomparso. E forse Sharise lo aveva percepito, sapeva che lui avrebbe dovuto prendere una decisione riguardo a loro, e temeva che lui avrebbe operato la più ovvia per limitare i danni, ovvero di tornarsene a Washington per non complicare ulteriormente le cose.

Comunque per il momento preferì non pensarci, era ancora estremamente confuso. Tutto era accaduto troppo freneticamente, anche il portentoso affiatamento con lei, la piena sintonia instauratasi in brevissimo tempo tra di loro, la deprecabile impresa di Leopold, tutti fatti avvicendatisi così turbinanti e alla rinfusa, che per equamente ricollocarli doveva rifletterci con calma, soprattutto da solo.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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