MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 11

«Perché non mi rispondete!» strepitò Leopold, sull’orlo della detonazione. «Mi fidavo di te, Sebastian, è per questo che ho fatto in maniera che vi incontraste, che la conducessi da me così che lei riuscisse a capire, nella paura che mi fosse accaduta una disgrazia, che mi amava, che ci tenesse a me. E invece proprio tu, un fratello che ora rinnegherò per sempre, me l’ha portata via.»

«Non è mai stata tua» esplicitò lui, glacialmente conciso.

«Ah!» E traballò dalla collera. «Ora infierisci pure su di me! Proprio tu, Sebastian, proprio tu! Eppure ero sicuro che non ti piacessero le donne come lei, le hai sempre rifiutate e denigrate, offese e condannate, ritenute delle poco di buono, delle sciatte gattemorte licenziose e melense!»

«Ehi, frena, ora stai esagerando» s’indurì lui, nel farsi flagrantemente minaccioso per limitarlo, perché con quelle parole era come se avesse trafitto a morte la sua dolce Sharise, la quale si era irruentemente contratta, a momenti tremante, sofferente. Le stava facendo del male e questo lo stava innervosendo al parossismo.

«Di che hai paura, eh? Hai paura che Sharise capisca che l’unica tua intenzione è di spassartela con lei? O che lo hai fatto esclusivamente per punirmi, con la tua solita mania di fare il fratello maggiore, il paladino della giustizia?»

«Piantala, Leopold, sto per arrabbiarmi sul serio.»

«Non mi fai paura, sei solo un vigliacco, un maledetto egomaniaco narcisista che colleziona donne e successi con il suo lavoro da agente federale e che pensi possano innalzarti ad eroe… Onori e gloria, non è così? Anche tra le donne, tutte al tuo seguito come una specie di harem? Ah, forse è questo!» Ormai era andato. «Certo, ma che stupido, un tipo come lei mancava all’appello, oppure il tuo archetipo di femmina ti ha stancato e sei alla ricerca della novità?»

«Basta!» tuonò Sebastian, così riecheggiante che Sharise si spaurì del tutto e si aggomitolò inconsultamente a lui, forse timorosa di vederlo in volto per l’ira che ne avrebbe scorto, o forse soltanto per la conferma che avrebbe ricevuto di ciò che asseverava Leopold.

Sì, perché quest’ultimo, essendo prevaricato da un momento così rabbioso, era quindi sincero, e di conseguenza lei temeva che fosse la verità, ossia che davvero Sebastian aveva sempre denigrato le persone come lei, che in sintesi la riteneva una sciocca donnetta insignificante.

«E allora, che vorresti farmi, eh?» lo istigò Leopold, beffardamente impavido. «Vorresti suonarmele di fronte a lei? Vorresti terminare col pennello la tua infima opera di capitolazione, di squallida seduzione? Beh, scordatelo, perché escludo che Sharise verrà a letto con te, specialmente adesso, dopo aver saputo quello che sei. Lei non è una facile come tutte le donnacce con cui ti accerchi, lei è diversa e non si lascerà turlupinare da te, su questo ci metto la mano sul fuoco, caro fratellone.»


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E si rivolse alla donna. «È vero, Sharise? Digli che non sei come quelle sgualdrine, diglielo che non andrai mai a letto con lui!»

Ma lei non confermò, quantomeno non a parole, lo guardò avvilita rispondendogli implicitamente, benché un prodigioso senso di sollievo l’avesse sovvenuta, avendo inteso, grazie a quest’ultima dichiarazione di Leopold, che quelle invettive erano solo finalizzate a farla desistere, a non permetterle di lasciarsi andare con Sebastian.

Però arrivava tardi, era già successo, e Leopold, infilzato da una roncola più che affilata, glielo lesse dagli occhi.

«Sharise…» riuscì a boccheggiare, senza essere in grado di dir dell’altro, perché fino all’ultimo aveva creduto, confidato che tra i due non fosse effettivamente accaduto, che non si fossero spostati fino a quel punto, un punto troppo intimo per lui da poter sopportare.

«Non mi dirai che… Sharise… lo hai fatto, sei andata a letto con lui?» annaspò, quasi al divenire balbuziente, cereo, tramortito.

Lei continuò a fissarlo assai sintomatica, e un successivo gesto che compì nello stringersi irruente al torace di Sebastian, completò quella risposta che non riusciva ad enunciargli a parole, triste di fargli del male così volontario, ma in definitiva lei non gli aveva mai formulato alcuna promessa. Anzi, gli aveva sempre ribadito a chiare lettere di non essere interessata a lui, e alla resa dei conti tutto questo male se lo era causato da solo.

Ed ora Leopold non poteva prendersela con nessuno tranne che con se stesso, in particolare dopo aver ordito quella squallida ed infantile montatura che lei difficilmente avrebbe potuto accettare da chicchessia, in quanto losca e sordida, sporca. Era imperativamente da non giustificare, ancorché il fine ultimo consistesse nel coronamento di un sentimento nobile e puro come l’amore.

«Sei stata con lui… siete andati a letto insieme…» rifece Leopold, fino all’esasperazione, incapace di credere a quella nefasta realtà, dimenando il capo come un ossesso, turbato, tirannicamente frustrato.

«Leopold» s’ingentilì Sebastian, di nuovo tranquillo, compiutamente sedato, ma comunque dispiaciuto che lui stesse soffrendo in un modo di un tal smisurato.

«No!» echeggiò, elevando di scatto lo sguardo che aveva inchiodato al suolo. «Tu non esisti più, è chiaro? Tu non sei più mio fratello, scordati di me e sparisci, non voglio più vederti, non ti rivolgerò mai più la parola!» deragliò, disperato, traumatizzato, e corse a razzo verso l’uscita.

«Leo…!» lo richiamò Sharise, al fine di arrestarlo, e si sciolse piano dalla confortevole stretta di Sebastian che, quando rimarcò che lei fosse in procinto di rincorrerlo, le serrò un polso per trattenerla.

Sharise si volse angosciata verso di lui. «Ma, Sebastian, potrebbe commettere qualche sciocchezza, dobbiamo fermarlo.»

Lui dissonò con la testa, scuro in volto, inesauribilmente deluso ed amareggiato. «Lascialo andare.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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