MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 11

«Non c’è nessuno in casa» verificò Sebastian, mentre scrutava da lontano l’interno del fabbricato. «Forse una controllatina sarebbe idonea, a questo punto.»

«Che intendi fare?»

«La recinzione in legno che circonda l’abitazione è agevolmente oltrepassabile, passerò da lì. Tu resta qui ad aspettarmi.»

«Te lo puoi scordare che ti lascerò andare da solo» rifiutò Shatise, sempre più risoluta, indisposta ad ascoltare qualsivoglia obiezione da parte sua.

«Sharise» si esasperò, passandosi insofferente una mano tra i capelli. «Ora non tirare troppo la corda.»

«Dovresti fidarti, Sebastian, perché alle brutte potremmo inventare la scusa che abbiamo suonato e che non c’era nessuno, ma che stiamo cercando il gatto che è saltato al di là della staccionata e che forse è impossibilitato a tornare indietro.»

Sebastian rise di cuore. «Sei incredibile, hai sempre la risposta pronta. Non saresti niente male come agente dell’FBI, anzi, ritengo che un ruolo analogo potrebbe elevare il tuo fascino incontaminato.»

«Non fare dello spirito, sto parlando seriamente» si corrucciò, un po’ indispettita, benché quella lusinga l’avesse riccamente lusingata.

«Anch’io, bambina.» E la fissò per qualche secondo, intensissimo, tanto che lei si sentì percuotere da un portentoso tuffo al cuore.

Pur tuttavia Sebastian si accorse che non era quello il contesto adatto per compiacerla, ed accettando in silenzio la sua proposta, si diresse verso un punto in cui la palizzata era più bassa.


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«Semmai dovesse beccarci e tu riuscissi a mentirgli, ad essere del tutto convincente, suppongo che d’ora in avanti dovrei stare molto attento.»

«In che senso?» rimandò lei, sgranando gli occhi stupita.

«Che il tuo bellissimo viso d’angelo potrebbe incantare chiunque, me compreso.»

«Sebastian» s’inasprì, ammonendolo con lo sguardo, avventata dal dubbio che lui, tramite quella dichiarazione, la stesse denigrando. «Se io riuscissi a mentire, se lo facessi per bene, lo eseguirei solo per valide e benevole ragioni, non per ingannare chicchessia, e spero che tu te ne convinca.»

Lui condiscese, sicuro ma non troppo, e non perché dubitasse di lei, tutt’altro, or ora stava solo dubitando di se stesso, della sua incrollabile sicurezza che ad oggi riscontrava vacillare, nell’essere addirittura giunto a temere che una donna potesse prendersi gioco di lui, quella paura che non aveva mai avvertito, in alcuna circostanza.

Ma non ci si soffermò più di tanto e velocemente si arrampicò, balzò dall’altra parte e si piantò dirimpetto alla recinzione per attendere che lei lo raggiungesse.

Sharise si fermò sul bordo della palizzata per mantenere l’equilibrio e prepararsi a saltare giù, un po’ ciondolante, e lui, distinguendo la sua esitazione, spalancò le braccia.

«Vieni, salta, ti prenderò io.»

Lei rifinì un gesto assenziente e si sporse per farsi ospitare, intanto che Sebastian si accostava di più alla staccionata, e allorché stava per lanciarsi, lui si tese per avvolgerle il busto con le mani, così da tenerla saldamente per accoglierla.

Eppure Sharise realmente perse l’equilibrio, prossima a cadere da quell’altezza che non era nemmeno molto esigua, tant’è che si ritrovò selvaggiamente aggrappata al suo collo, sollevata a mezz’aria e vis-à-vis a lui, lui che si arginò, la strinse fortissimo per un interminabile istante in un puro impeto di protezione.

E la depose delicatamente a terra, saldando la propria attenzione sul suo volto, immerso in chissà quali celatissimi pensieri.

«Che c’è?» s’imbambolò lei, candidamente postulante.

Sebastian dissentì col capo e d’istinto si chinò per sfiorarle le labbra con le sue, legandola poi a sé in un abbraccio ineffabile, di un tal intenso che per un momento permise a Sharise di volare con la sua mente, libera e fluttuante. Era inebriata e stordita, confusa ma felice come una bambina che avesse trovato il principe delle favole, bellissimo sul suo cavallo argenteo, così forte e aitante, un uomo senza paura e senza alcuna screziatura, il sogno di tutte le bambine del mondo.

E lui, lui fu come se per un infinito attimo si fosse estraniato da tutto l’ambiente circostante, dall’intero universo. Chiuse gli occhi e sentì solo lei, lei e il suo calore, la sua dolcezza, il suo essere incantevole, perfetto.

Tuttavia dopo brevissimo tempo Sebastian si sforzò di raffreddarsi, non era certo questo l’ambito adatto per ammettere a se stesso di provare per Sharise qualcosa di particolare, ma di grande, un qualcosa forse simile all’amore, chissà, non ne aveva nessuna idea. Non sapeva cosa fosse l’amore in realtà, non ne conosceva né l’intensità né le fattezze.

Pertanto ignorava i sintomi che gli avrebbero consentito di ravvisare quel sentimento che improvviso gli era esploso dentro, in una guisa inimitabilmente insolita, ossia nell’averla vista così, fiduciosa, che si lanciava dall’alto tra le sue braccia. Un’emozione che lo aveva nientemeno travolto e che aveva definito in sé, sancito, accettato il presunto amore nascente, ma nello stesso tempo oltremodo crescente.

«Bene» consolidò, infine, e le fasciò morbido una mano con la sua. «Stammi dietro e non fiatare.»

Lei gli rispose attraverso un cenno d’approvazione e lo seguì muta finché Sebastian ad un certo punto non si arrestò, nell’aver udito un rumore proveniente da una rimessa situata al termine del cortile.

Le fece segno con un dito di seguitare a tacere, e ad ovattato rilento la condusse con sé in direzione di quei rumori che divenivano sempre più rintronanti, come se qualcuno stesse fabbricando un manufatto di sana pianta.

E un monumentale stupore si affrescò sui loro volti, quando, giunti all’ingresso del piccolo capanno, individuarono Leopold alle prese con un attrezzo mentre latrava ed inveiva, probabilmente ce l’aveva con qualche oggetto che non si stava plasmando alla sua opera.

«Leopold» si oscurò Sebastian, lasciando istantaneamente cadere la mano di Sharise che era rimasta inchiodata, a bocca spalancata.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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