MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 10

«Non capisco, Sharise, se non è Tom, qual è il problema?» reclamò lui, facendosi agitato, iniziò sul serio ad inquietarsi, per l’immediato timore che sussistesse qualche preoccupante novità riguardo a Leopold o che, peggio ancora, lei avesse ricevuto un’altra di quelle telefonate anonime, che questa volta quel molestatore l’avesse apertamente minacciata.

E lei non poté resistere, il dispiacere che sentiva salirle dentro le premise di palesargli la sua delusione. «Vedo che sei molto loquace, Sebastian, non ti facevo così socievole con gli sconosciuti, o meglio, con le sconosciute.»

Sebastian tacque per alcuni istanti, ma in seguito, avendo infine inteso, «È questo, Sharise? Non dirmi che sei gelosa» sorrise intrigato, deliziato dal suo pepato disappunto.

Lei issò di più il mento istoriando un’espressione risentita, senza tuttavia rivolgergli un’unica occhiata.

«Mi chiedevo solo come mai fossi interessato alle chiacchiere di Darcey che, per quanto io le voglia bene, immagino di quale natura fossero. Non parlavate senza dubbio delle previsioni meteorologiche o del piatto del giorno alla tavola calda» si accalorò, rivendendogli la stessa puntualizzazione che le aveva espresso lui, quando la sera scorsa al ristorante, Sebastian le aveva specificato che se usciva con una donna, non parlava di cose essenzialmente inutili come quella del tempo.

«Sharise, sei una piccola sciocca» la rimproverò, a voce bassissima, e lei si voltò di scatto, sentendosi presa per i cosiddetti fondelli. Fece per aggredirlo tramite una trafila d’improperi, che Sebastian le circondò il viso con i palmi e la guardò in un modo così intenso e penetrante, che lei si ammutolì in un batter d’ali.

«Sharise, tu non ti rendi conto di ciò che dici.»

«Che vuoi dire?» pigolò lei, chinando gli occhi leggermente stordita.

«Che questo è merito tuo» sancì lui, morbidissimo, di una dolcezza unica, e la forzò a guardarlo catturandole il mento con le dita.

«Bambina, anch’io mi sono meravigliato di me stesso per essere stato così tranquillo nel fronteggiare l’assalto di una donna, perché oggi mi sento benissimo, forse diverso, ma strepitosamente bene.»


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«Non ti capisco» ondulò lei, palpitante, divinamente scossa da quei tocchi lievi sulla sua epidermide, quella voce musicale che ogni secondo in più, riscontrava irresistibilmente sensuosa e rassicurante, carezzevole come una reiterata cantilena notturna.

«Ascoltami, Sharise, quello che mi hai donato questa notte è speciale, non mi ero mai sentito così, e sbagli al solo pensare che io possa anche semplicemente guardare un’altra donna, quando invece ho una stupenda, deliziosissima bambola come te. Sarei uno stupido se fosse così, piccola, te lo assicuro.»

«Sul serio?» si ritrovò a chiedergli lei, di getto.

«Sul serio.» E la baciò teneramente sulla fronte. «Adesso andiamo, hai ancora la chiave?»

Lei rovistò nella sua borsa, ancora frastornata da quella smantellante dichiarazione, ed una volta trovata annuì, impossibilitata ad articolare una sola parola, anche perché il tremore che ne sarebbe trasparso l’avrebbe di gran lunga imbarazzata.

«Che cosa sarebbe preferibile controllare, a parer tuo?»

«Documenti, fotografie, articoli appena acquistati, qualsiasi oggetto che potrebbe illustrarmi i contatti che ha avuto ultimamente» enumerò Sebastian, dandosi un’occhiata circospetta intorno, e superò l’ingresso del magazzino per precederla, affinché non si fossero verificati rischi improvvisi e non schivabili.

«Sarà fatto, seguimi» lo istruì lei, e lo oltrepassò, incurante del dichiarato atteggiamento di Sebastian teso a volerla salvaguardare.

«Sharise» l’ammonì lui, abbastanza veemente, per quanto nella sua espressione permase amorevole. «Mi devi stare alle costole, intesi?»

«Oh, quante storie!» si ribellò, seccata. «A parte i topi, dubito che ci sia qualcuno che potrebbe attentare alla mia incolumità.»

«D’accordo» soccombé lui, effondendo un pacato sospiro. «Ma devi ascoltarmi, quello che faccio non è assolutamente perché ti ritenga una incapace, mi preoccupo soltanto per te.»

«Oggi ripetete tutti la stessa filastrocca…» borbogliò lei, miniando una smorfia infastidita, e Sebastian la fissò piuttosto confuso.

«Di chi parli?»

«Lo chef» schematizzò, incominciando a muoversi nell’interno del capanno.

«E cosa vorrebbe da te?» s’irritò lui, anche alquanto teso, ma Sharise lo percepì fulminea e si girò sbigottita nella sua direzione.

«Suvvia, Sebastian, adesso non essere esagerato. Rush è un amico ed un ottimo collega, non rappresenta un pericolo per me, si preoccupava unicamente perché mi scorgeva un po’ pallida» gli delucidò, un tantino inasprita. «Tutti con questa mania di volermi proteggere, neanche fossi un soprammobile di cristallo frangibile e inanimato.»

Lui non controbatté, era disorientato dall’istantanea dimostrazione di gelosia manifestata nei suoi confronti, dato che era tale l’effettiva causa della sua irritazione, e lei, senza volerlo, gli aveva devoluto la confortante certezza che quell’uomo non incarnasse un pericolo per lui, e non per lei, come invece quest’ultima aveva ipotizzato.

E si scrollò con il capo, incredulo e pensoso, per la possessività che non riusciva a riconoscersi, tanto meno nei riguardi di una donna che di fondo non era neanche sua o comunque, non legalmente.

Per un attimo lei lo scrutò, sicura che Sebastian stesse operando delle valutazioni in sé, ma per non rendersi invadente s’incamminò verso il suo obiettivo e, giunta a destinazione, gli indicò una grossa scatola sistemata su un ripiano collocato abbastanza in alto.

«Lì ci dovrebbe essere qualcosa che potrebbe interessarti.»

Sebastian la guardò un filino perplesso. «Come hai fatto a sistemarla lì sopra?» inquisì, avendo rilevato che era sufficientemente alto anche per lui, perlomeno che non sarebbe pervenuto comodamente ad impugnarla. Quindi gli era salito il sospetto che Sharise non fosse stata la sola ad eseguire la sistemazione degli effetti del fratello, oppure che, nella peggiore delle ipotesi, qualcun altro avesse setacciato il luogo dopo di lei.

«Esistono le scale, Sebastian» s’impermalì lei, sbuffando snervata. «Ma perché mi trattate tutti così?»

Lui sospirò ancora. «Era una domanda, Sharise, e penso che tu ti sia un po’ troppo incaponita su questo aspetto di te. Non è forse che ti ci senti primariamente tu, in questa maniera?»

Lei si mordicchiò le labbra e chinò gli occhi sconfitta, una movenza che lo intenerì tantissimo, e senz’attendere un unico secondo la chiuse tra le braccia, stringendola a sé con una tenerezza smisurata, davvero singolare, se non altro per lui.

«Piccola Sharise, credo che quando tutta questa storia sarà conclusa, dovremo parlare un po’ in merito a questa tua fissazione, almeno per farti entrare in quella testolina che preoccuparsi per qualcuno non significa necessariamente che non la si stimi o che la si ritenga una inetta, un’inabile o soltanto un’incompetente.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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