MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 10

«Sherry, quest’oggi sei un sacco tra le nuvole!» la punzecchiò Rush, sguainandole un sorriso smagliante, mentre la discerneva barcamenarsi nell’allestire una portata.

«Come?» trabalzò lei, issando lo sguardo intontita.

«Allora, questi hot dog?» si udì d’un tratto, dalle porte prospettanti sulla sala della tavola calda.

«Darcey, la piccola Sherry oggi non è proprio in forma!» si sbellicò Rush, e Sharise lo occhieggiò caustica e inviperita.

«Che ti prende, Sharise, sei forse nervosa perché quel tizio si è rifatto vivo?» alluse Darcey, in tono manifestamente provocatorio.

«Che?» s’incespicò lei, ancor più tra le nuvole.

«Quel fusto da copertina che hai servito ieri, è qui e sta consumando la colazione al banco.»

Sharise si catapultò istantanea agli oblò delle porte della cucina e bastò un brillio delle sue iridi che si mummificò, nell’avvistare Sebastian di un sex-appeal invero superlativo che stava sorseggiando una bevanda seduto al bancone.

«È proprio uno spettacolo, vero?» la risvegliò la sua collega, disponendosi d’improvviso alle sue spalle, tant’è che Sharise sobbalzò.

«Immagino che vorrai uscire dalla tua tana adesso, o sbaglio?» la stuzzicò, avendo rilevato in pieno la frenesia della donna che era scattata senza il più lillipuziano indugio per recarsi ad accertare chi fosse, non appena aveva intuito a chi potesse appartenere la presenza citata.


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Sharise arrossì, turbinosamente, quindi Darcey, con il suo consueto, perpetuo scopo di pungolarla indisse: «Ok, se non t’interessa, mi darò io da fare con quel capolavoro. Tentar non nuoce, e poi vale estesamente la pena di mostrarsi un po’ sfacciata, c’è tutto da guadagnarci.»

Ed uscì rapidissima dalle cucine per accostarsi a Sebastian che con grande, deludente stupore di Sharise, accolse la sua collega mediante un bellissimo sorriso, iniziando a discorrere insieme a lei.

Beh, questo sì che era un colpo duro, rimuginò afflitta, e fu quasi trascinata dall’impulso di scappar via dall’accesso al locale ubicato sul retro, desiderio che si moltiplicò a iosa allorché li distinse conversare spensieratamente, anzi, a ridere e a giocherellare, e in sostanza alle sue spalle.

«Uff…!» Sbuffò così forte che Rush la fissò inebetito, non arrivando ad individuare quale fosse la genesi del suo disappunto.

«Sherry, forse dovresti mangiare qualche cosuccia, ti vedo piuttosto debilitata, anzi, ti consiglio di andare subito dal medico, visto che sei molto gracile di costituzione.»

«Piantala, Rush, smettila di trattarmi come una bamboccia debole e inetta, ho solamente dormito poco, questo è quanto. Non serve che ti dilunghi di continuo in queste battutine da taverna.»

«Ma che blateri, Sherry!» si offese l’uomo. «Io mi preoccupo solo per te.»

«Già… e lo fai con il sorriso sulle labbra…» borbottò, tra il sardonico e il risentito.

«Sei troppo permalosa, piccola Sherry, credi in continuazione che io voglia burlarmi di te ed invece mi preoccupo sul serio» puntualizzò lui, ingentilendo la sua intonazione, nell’idea che la suscettibilità della donna, di tanto in tanto era preferibile che fosse aggirata.

«Sarà…» sospirò lei, nell’esibirgli un’aria arrendevole. «Scusami, forse sono un tantinello nervosa.» E sapeva bene quale fosse l’origine della sua intolleranza. «Vado a cambiarmi.»

Rush la scrutò attento. «Sei strana, Sharise, che ti è successo, così, in quattro e quattr’otto?»

Lei gli diresse uno sguardo affranto e d’istinto si voltò verso il banco, al di là dell’oblò, luogo in cui aveva visto crollare nel tempo di un respiro le sue illusioni, le magiche premesse d’amore che aveva sognato per tutta la mattina, pensando a lui, lui che con codesto atteggiamento le stava formalmente dichiarando che non era l’unica donna alla quale avrebbe rivolto le proprie attenzioni.

Forse era questo il suo messaggio, dimostrandole che quanto aveva vissuto con lei fosse soltanto un’unione occasionale, un qualcosa che molto spassionatamente avrebbe ricercato in qualcun’altra, o come minimo avrebbe tranquillamente accettato un’offerta così spudorata come quella di Darcey per vivere una notte incandescente, e che dunque sarebbe stato alla reiterata ricerca della novità, di soggetti femminili talora, o regolarmente differenti.

E sospirò un’altra volta, ferita e disincantata. «Nulla… già, non è successo proprio nulla.»

«Si fermerà per molto?» miagolò Darcey, infiocchettando uno sguardo adescante, sveltamente passata all’offensiva.

Lui stranamente, come di solito non accadeva dacché non amava affatto ravvisarsi in un predabile bottino mirato da una donna, seppur audace come di regola le preferiva lui, le rispose attraverso un sorriso molto sereno, senza proferire una sola parola.

Darcey incartocciò una minuscola, celata smorfia irritata, nell’aver accertato che quell’uomo fosse davvero un osso duro. La sua spiccata maneggevolezza nel trattare gli uomini stava facendo cilecca, e in siffatta circostanza stava nientemeno dubitando sulla sua avvenenza, aspetto di sé che aveva sempre oculatamente sfruttato per catturare l’attenzione di un uomo, centrando sempre, con grande perizia e compiuta infallibilità, il bersaglio prefisso.

Poi d’improvviso lo vide illuminarsi in volto e saldare la propria attenzione su un qualcosa che le sostava di fianco, al di là del bancone, e come una saetta si roteò per appurare quale fosse il tanto rimirato oggetto.

E stralunò vorticosamente gli occhi nel riconoscere in esso Sharise che, immota e taciturna, si era disposta un po’ distante da loro ed esibiva uno sguardo limpidamente inquieto, di poco reclinato verso destra.

Ma lo sbalordimento maggiore Darcey lo ricevé nell’istante in cui scorse quel gran bel pezzo d’uomo tirare fuori dalla sua tasca qualche banconota e depositarla sul bancone, alzarsi verso Sharise e rivolgerle un sorriso che chiunque avrebbe desiderato poter riscuotere da un incanto simile.

«Sei pronta?» si avvicinò lui, e Darcey sgranò ancor di più le palpebre, incapace di realizzare che la sua collega avesse messo in atto, e così di gran fretta, un tentativo di seduzione nei confronti di una persona che aveva incontrato soltanto il giorno precedente. Non ne era propriamente il tipo, e questo stato di fatto la stava trasecolando fuor di misura.

Sharise, molto fredda, assentì con la testa e Sebastian incurvò un sopracciglio speculativo. Nonpertanto, ignaro di quanto fosse accaduto in sua assenza, se lei avesse tangibilmente riscontrato complicazioni grazie a quel manigoldo, la involse alle spalle e amabilmente soggiunse: «Andiamo, la mia auto è qui davanti.»

E mentre Sharise lo seguiva in silenzio, rigida ma malferma, Darcey rimase automaticamente a bocca aperta, neanche avesse adocchiato una valanga di ghiaccio imperversare nello stesso inferno fiammeggiante.

Sebastian, dal canto suo, s’innervosì lieve, ma attese in ciascun caso di essere saliti in auto per porle le domande necessarie, al fine di chiarire ogni suo dubbio.

«Tom è stato qui, stamane?»

«No, non s’è visto.» Lei fu telegrafica, e nell’enunciarlo conservò lo sguardo fiero, il mento sollevato dritto innanzi a sé.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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