MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 1

Ma magari era tutto un malinteso, già, era possibile che il fratello avesse soltanto tagliato i ponti con la sua famiglia, per ricominciare la propria vita senza nessuna intromissione di sorta. Nonpertanto, qualora avesse potuto ragionevolmente eseguirlo nei confronti dei loro genitori, gli risultava assai improbabile che avesse potuto effettuarlo con lui.

Dopotutto Sebastian lo aveva sempre sostenuto, dichiarandogli che per quanto lo riguardava, non esistevano problemi se avesse desiderato sposarsi con una californiana di umile estrazione sociale, se fosse ansioso di vivere un’esistenza normale rispetto alla loro. Di base lui non riscontrava alcuna differenza, era una pura questione di scelte, ed ognuno avrebbe dovuto operare quella più idonea per raggiungere il fine ultimo, identico per chiunque, ovvero la felicità.

Comunque, ipotesi a parte, l’unico ferace sistema per scoprirlo era di familiarizzare con quella donna, rendendolo altresì casuale per giungere alla certezza matematica che Leopold stesse bene. Infatti, casomai si fosse presentato come suo fratello era ben prevedibile che costei, su precisa disposizione del fidanzato, non gli avrebbe rivelato un granché, nel caso che davvero il proposito di quest’ultimo fosse stato di sparire, di non farsi più rintracciare neppure dalla sua famiglia.

«Allora, ha deciso cosa gradisce, signore?»

Sebastian sollevò adagio lo sguardo, ancora fittamente elucubrante, e Sharise s’immobilizzò nuovamente, trattenendosi con gli occhi fissi, quasi incatenati a lui.

Era abbastanza frastornata dalla figura di quell’uomo che, seppur assomigliasse a qualcuno che aveva già visto da qualche parte, era munito di un fascino inquietante, misterioso e impenetrabile, ma con quegli occhi così tersi da sembrare quasi iridescenti, i quali risaltavano prepotenti dalla sua pelle scura, i capelli di un nero corvino che per l’intensa gradazione, era come se fossero stati tinti con il colore del carbone.

Onestamente era stata sempre attratta dai soggetti maschili di una tale presenza, forse perché attirata da caratteristiche fisiche antitetiche alle sue, e siccome lei era dotata di un aspetto per così dire, incolore, la carnagione che arduamente riusciva a dorare con il sole e i capelli molto chiari, di un biondo pressoché marmoreo e liscissimi al pari di lunghi spaghi, possedeva una parvenza opposta. La sua esageratamente angelica, mentre quella appartenente a quel tipo era a momenti diabolica, sebbene di un carisma impressionante.

E quando Sebastian le riservò un leggero sorriso, Sharise deglutì debolmente e reclinò gli occhi imbarazzati sul taccuino, essendosi avvertita abbastanza insistente nel contemplarlo, tant’è che dentro di sé si ammonì spropositata. In linea di principio non era solita ad esibire un atteggiamento simile, a lanciare invoglianti messaggi ad uno sconosciuto di passaggio, oltretutto parecchio tenebroso e senz’altro di dubbie intenzioni.

«Sandwich al pollo e tè ghiacciato, grazie.»

Sharise trascrisse l’ordinazione alquanto oscillante, perché quella voce che ancora non aveva avuto l’opportunità di udire prima di quel tempo, le aveva procurato un gran bel brivido.


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“Ma che fai!” si strapazzò tra sé, furente con se stessa. “Sei forse in cerca di guai, Sharise?” si spregiò, rimproverandosi veemente. Il manifestarsi così suggestionabile era in assoluto un comportamento da non adottare, non con gli estranei e in particolare di quell’aspetto, uomini che erano indubbiamente alla ricerca di diversivi, come adescare una scialba cameriera sprovveduta e neanche tanto acculturata per essere presa sul serio, che inoltre risultava profumatamente abbordabile data la sembianza fragile e gentile. Una pupa con cui trastullarsi per qualche ora e poca cosa di più.

Già in passato aveva pagato ben cara la sua eccessiva timidezza sbandierata, laddove era stata interpretata dagli uomini come uno schermato messaggio di seduzione. Probabilmente non era tale il caso specifico, ma era altresì assodato che quel tizio la sapesse lunga, prendendo in considerazione la magnificenza della sua avvenenza e quegli occhi che esprimevano, e pure ai massimi, sicurezza ed assoluta coscienza delle proprie armi.

“Come corri con la testa, Sharise!” si criticò, ancora muta, mentre si allontanava di soppiatto da lui, insistendo a conservare gli occhi saldati sul taccuino. Sì, perché non si erano rivolti nemmeno mezza parola che potesse esser pregiudizievole, eppure lei già camminava con la fantasia, sempre troppo affrettata nello squadrare le persone.

Ma d’altronde ne aveva conosciuti a sufficienza di soggetti similari, soprattutto alla tavola calda, ed aveva commesso più di un errore nel profilarsi idee sbagliate sui tipi del momento che, a dispetto di quanto all’apparenza sembravano, erano dei gran veri furbacchioni. Gente sposata o che, se non di più, possedeva già una compagna, oppure anche soltanto squallidi dongiovanni in cerca d’avventura, per non parlare che parecchi, a prescindere dall’indigente professione, erano già schedati al distretto di polizia per risse o disturbo della quiete pubblica.

Difatti quel luogo non era da ritenersi un locale che richiamasse gente di un certo livello, e dopo le prime, amarissime conseguenze nell’essersi esibita troppo gentile e disponibile, aspetto che invece lei reputava necessario per svolgere una professione analoga, via via si era indurita. Aveva serbato all’esagerazione le distanze diventando in talune occasioni marcatamente scortese, al fine di non incappare in spiacevoli, irrimediabili situazioni.

Cosicché, cercando di darsi un tono distaccato ed immune dallo charme di quello strepitoso avventuriero, preparò l’ordinazione e gliela sistemò sul bancone senza neppure guardarlo in volto. Ma nell’istante in cui stava per sgusciare via, udì da quella voce pronunciare il suo nome e si voltò di scatto, allibita.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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