LA SOFFERENZA NON UCCIDE, LA PAURA NON FA VIVERE, Cap. 3

Lei tacque, saldò gli occhi sul finestrino alla sua destra cominciando a riflettere sul da farsi, perché se da un lato non si fidava un granché del soggetto in questione, visti i loro freschissimi trascorsi, da un altro lato stava ponderando che, giusto qualche minuto precedente, era stata alla ricerca di una soluzione. Si era indotta a non abbattersi, convinta che ce l’avrebbe comunque fatta, auspicando nell’avvento d’una miracolosa mano divina che la soccorresse per ricevere l’opportunità di un immediato impiego sostitutivo.

Insomma, in definitiva non poteva girare le spalle all’unica e rapida soluzione che le stesse capitando sottomano. Sarebbe stata una pazza, oltre che una vera incosciente, malgrado non fosse sicuramente l’ideale, almeno non del tutto.

«Tu la conosci abbastanza bene la città con il lavoro che svolgi, dico bene?» riprese Luke, valutando in contemporanea il suo significativo silenzio.

A rilento Leilah accennò un , ancora elucubrante, ragionando che tutto sommato non fosse una proposta così inaccettabile, all’inverso, era una cosiddetta svolta in effetti, poiché viaggiare al caldo e senza soprattutto imbrattarsi sarebbe stato più comodo, anche meno faticoso, non essendoci in agguato gli abituali imprevisti dovuti all’uso delle due ruote. Eppure una prevalente ed incisiva paura si stava insinuando in lei, non sapeva di quale genere, o forse sì, ma non voleva ammetterlo, non voleva soccombervi.

«Allora?»

«Su due piedi non saprei risponderti, devo pensarci» temporeggiò lei, continuando a vagliare nella sua mente tutti gli eventuali risvolti che avrebbero potuto prodursi lavorando per lui, anzitutto gli incagli che le sarebbero potuti capitare, i così chiamati pro e contro.

Ma al presente rilevava solamente benefici, giacché la sua fondamentale priorità era di procurarsi denaro, e se si era prestata a fare la ballerina improvvisata e pure denudata, un decente incarico da chauffeur era innegabilmente meglio. In fondo non le stava mica chiedendo di fungere da concubina, oddio, non direttamente, però a conti fatti se si prefiggeva una meta lui puntava dritto verso l’obiettivo, non s’avvaleva di mezzucci per girarci intorno. Questa era l’unica cosa assodata.

Ipoteticamente era in questo modo, ma era indubbio che bisognasse constatarlo all’atto pratico, sì, doveva prima di tutto scoprire che cosa velasse quell’inaspettata proposta.

«Come preferisci» indulse Luke, in tono cortesemente conciliante. «Sai dove sono, e se deciderai di accettare questo incarico, potrai venire in azienda domani mattina alle otto. In questo periodo sto lavorando anche di sabato ed ho il mio primo appuntamento fissato per le nove e trenta, perciò presumo che disporremo di tutto il tempo occorrente per organizzarci.»

«Dovrei guidare questa qui?» s’intrigò, guardandosi istintivamente intorno. Quella era un’auto pazzesca, un coupé nero a due posti, di sicuro cabriolet, una pantera che sfrecciava felina e regale nel traffico, e lei aveva sempre desiderato guidarne una simile, per cui il pensiero la stava euforizzando, momentaneamente sovrastando.


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Anche senza guardarla lui lo notò, e lietamente foggiò un sorriso. «No, questa la uso per uscire di tanto in tanto. Quella che dovrai guidare è sempre una Mercedes, ma è una berlina.»

«Ah…» si crucciò, leggermente, ma in qualsiasi maniera neanche la berlina le dispiaceva, niente affatto. Guidarla sarebbe stata un’autentica, proverbiale passeggiata, grazie al comfort e all’indiscussa qualità del mezzo, oltre che un piacere, un vero confortevole piacere.

Però in un barbaglio si riconquistò, il dubbio che non si estingueva, altroché, si alimentava. «Sei sicuro che non sia un metodo per scusarti, che lo fai soltanto perché ti senti in colpa che sono stata licenziata per causa tua?»

«In parte» semplificò lui, essenziale ma eloquente.

L’aveva colta alla sprovvista e lei sobbalzò, ma d’altronde non era la prima volta. Sembrava che quell’uomo avesse una particolare attitudine a spiazzare le persone, nella sua sbalestrante schiettezza mescolata con continui, intrinseci significati immessi, talora misteriosi, emblematici, ed in guisa così naturale da ottenere un effetto raddoppiato, a dir poco disorientante.

Si ammutolì, non ebbe alcuno stimolo di richiedergli un’ulteriore delucidazione, a parte che la immaginava, forse, oppure alla fine non ci stava capendo un piffero.

Già, magari per davvero non si nascondeva nulla di covato o contorto a tergo di codesta proposta professionale, o al limite di non ambiguo, di non pericoloso, riferendosi sempre allo scontro avvenuto nel locale. Ma ad un tratto adocchiò l’ingresso di casa sua, e sospirando intimamente di sollievo s’affrettò ad asserire: «Ecco, puoi accostare qui, siamo arrivati.»

Non appena Luke arrestò il veicolo, Leilah fece per solertemente sgusciare via, un po’ perturbata da quella vicinanza che man mano si faceva sempre più ingestibile, ma lui s’inclinò verso di lei e la bloccò afferrandole morbidamente un braccio.

«Non so il tuo nome.»

Leilah lo guardò un po’ oscillante, subitaneamente sperduta. Quella presa pressappoco ermetica le stava scaldando il braccio in un modo esorbitante, quasi rovente, ancor più invasiva di quella stessa vicinanza, ma bastò poco che si riebbe e tossicchiando si presentò: «Leilah, mi chiamo Leilah.»

«Io sono Luke» le sorrise, amabilmente, senza però lasciarle andare il braccio, come incatenato, incantato.

«Luke…» ripeté, scombussolata da quel nome.

Lui corrugò la fronte, avendola scorta inspiegabilmente impallidita. «Ho detto qualcosa che non va?»

Scuotendo la testa lei si divincolò con leggiadria dalla presa, giusto per recuperare una certa distanza che le concedesse di esprimersi in forma regolare. «Mio padre si chiama così.»

«E quindi?» approfondì lui, esaminandola in volto.

«Niente… niente» svicolò, facendosi evasiva. «D’accordo, vedrò se sarà il caso di accettare la tua proposta, e se la riterrò accettabile sarò da te alle otto di domani mattina.»

Lui mosse il capo in segno d’assenso e si rimise correttamente al posto di guida. «Leilah, spero che quanto è successo non diventi un problema. Tra noi, intendo.»

«No, non lo diventerà, se non succederà più, se vuoi che io lavori per te.»

Luke non replicò, la fissò abbastanza indecifrabile per Leilah, ma che in quel frangente lo ritenne attendibile, che lui non si sarebbe più permesso, andando per logica, dopotutto se si preoccupava della sua immagine per un semplice ritardo, era molto probabile che quel gesto istintivo fosse dovuto all’ilarità della serata, all’alcool, al fatto che fosse simbolicamente la sua ultima libera uscita e che lo avevano un tantino traviato, senza contare che lei avrebbe lavorato per lui.

Di conseguenza, era indubitabile che l’uomo non avrebbe rischiato di essere al centro di pettegolezzi, in primo luogo nella sua azienda, tenendo inoltre conto che era in procinto di sposarsi e la fidanzata avrebbe accidentalmente potuto scoprirlo. Le voci sarebbero corse in fretta semmai si fosse dato da fare con lei di fronte a tutti.

«Ok, Leilah, se è questo che vuoi.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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