LA SOFFERENZA NON UCCIDE, LA PAURA NON FA VIVERE, Cap. 3

«Io non sono un fumatore, sono rarissime le occasioni in cui fumo, e comunque non intendevo formulare simili illazioni. Per me non è certamente superfluo possedere un luogo in cui vivere, non lo è per nessuno» si schermì, attonito ed anche sufficientemente infastidito che la donna avesse tratto quelle poco lusinghiere opinioni su di lui, forse indotte, meritate, cionondimeno lei non lo conosceva. E, a prescindere dal suo gesto non ordinariamente corretto, dalla giustificata rabbia che provava nei suoi confronti per essersi reso il diretto responsabile del suo licenziamento, pervenire a screditarlo su ridotte e prevenute basi non era da una persona raziocinante, adulta.

«Però alla fine è così, per te lo è, tu che non hai problemi di sorta in questo senso e ovviamente non puoi immaginarlo, nemmeno se tu lo volessi. Ma in ciascun caso non mi va di parlarne, tanto meno con un tipo come te, ho altro di più importante a cui pensare che formulare giudizi sul tuo conto, e né ho il ridottissimo proposito di fare la martire. Non l’ho mai fatta e mai la farò in vita mia, neppure se mi ritrovassi a fare la barbona per strada, specie dinanzi ad un personaggio che non potrebbe comprendere che cosa s’intende per dignità umana, che cosa significano i diritti come il possedere una casa e valori come il decoro di una donna che si ritrova a subire iniquità a causa di qualche ormone impazzito» decretò, per chiudere irrevocabilmente il discorso prima di lasciarci tangibilmente la trebisonda, e reiterargli il regalo che gli aveva meritatamente elargito dopo il suo laido tentativo di rimorchiarla.

Lui fu largamente sconcertato dall’eccessivo orgoglio insito in quella donna, ma in conclusione questo non lo riteneva un difetto, anche se conseguentemente la conduceva a offendere, condannare altre persone più fortunate di lei che, di base, non detenevano nessuna colpa della sua malagevole condizione.

«Potrei riaccompagnarti io, qualora tu non trovassi un taxi» sviò, sentendosi in un certo verso responsabile del peggioramento della sua situazione, ed era il minimo, dati i fatti, nonostante che non fosse stato intenzionale.

Se avesse previsto che sarebbe andata a finire con il suo licenziamento non lo avrebbe mai fatto, o forse sì, tuttavia quella reazione, seppur giustificata, nello schiaffeggiarlo, lei, avendo l’indubbia cognizione di rischiare il proprio lavoro che a quanto sembrava era di vitale importanza, avrebbe potuto evitarla. Se non altro avrebbe potuto controllarsi, ma in conclamata evidenza la sua dignità era più importante di qualunque altra cosa, anche di restare con un tetto sopra la testa.

Leilah lo fissò scettica e investigante nel medesimo tempo. «Vorresti terminare la tua opera, per caso?»

«No» sillabò, semplicemente.

Già, pensò lei, tanto ci era già riuscito, e quella volpe lo sapeva, sapeva di aver già centrato il bersaglio. E sospirò, possibile che fosse arrivata a quel punto? Che si ritrovasse a guerreggiare dopo, e non prima del misfatto?

«Vorrei aiutarti, niente altro» integrò lui, distinguendola arginata e silenziosa, in sicuro dibattito con se stessa.

«Va bene, se è così ti ringrazio del passaggio» accettò, ponderando assennatamente che i soldi per la corsa in taxi era meglio risparmiarseli, specialmente a quell’ora, poiché per il tragitto fino alla periferia opposta della città, l’avrebbero di certo spellata.


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Luke non enunciò nulla, la invitò con un cordiale cenno a seguirla, e allorché furono entrati nell’autovettura, mentre stavano indossando le cinture di sicurezza le domandò: «Dove abiti?»

«Devi dirigerti verso Nashville ed imboccare la Jefferson Street, oltrepassare il ponte e…» Si arenò, forse queste indicazioni erano del tutto inutili per il soggetto con cui aveva provvisoriamente a che fare. «Hai il navigatore?»

Lui annuì e Leilah gli fornì l’indirizzo che Luke impostò, mettendo poi in moto per partire.

«Il tuo scooter ti ha lasciata a piedi?» presunse, d’un tratto, dopo aver svoltato al primo incrocio.

Flebilmente lei sospirò rassegnata, dacché quella era un’altra croce che aveva stabilmente sul groppone. «No, ma ero senza benzina, e poi ero in ritardo.»

«Ti piace guidare?»

Leilah si volse per guardarlo indagatrice, a causa di questa criptica domanda posta così a bruciapelo. Non inquadrava dove costui volesse andare a parare, se fosse un disinvolto accorgimento per intavolare una conversazione neutrale, allentare la tensione tra loro e per l’appunto non rendere sgradevole quel discreto viaggio in auto, ma allorquando lo vide di profilo, lei rabbrividì.

I suoi occhi, incontrando gli anabbaglianti dei veicoli che venivano dal senso opposto, scintillavano a tratti di una luce forse un po’ inquietante, ma al contempo di un fascino inverosimile, incomparabile, e da essi rilevò, nei galeotti momenti d’ombra, un blu ardesia profondo. Magicamente scomparso, era quel ghiaccio forse causato dal riverbero delle esuberanti luci psichedeliche del locale dove lei li aveva fissati, dove si era forse smarrita, in una specie di fulminante ipnosi che l’aveva indotta a smarrire finanche la cognizione della realtà.

Prontamente allontanò lo sguardo e lo riposizionò dritto dinanzi a sé.

«Sì, mi piace guidare» stringò, alquanto tesa, preferendo non dir altro al momento, non prima di svegliarsi da quest’ennesima, fuorviante suggestione.

«Bene.»

«Qual è il punto?» Lo guardò ancora, questa volta scrutandolo con zelante circospezione.

«Il mio autista è in malattia, per adesso non prevedo che tornerà in servizio, considerato che si sta lungamente sottoponendo a svariati test clinici, pertanto sono in cerca di qualcuno che possa temporaneamente sostituirlo. Sono quasi due settimane che mi muovo in taxi e riscontro numerose difficoltà per districarmi tra i vari appuntamenti, spesso sono in ritardo e non è positivo per la mia immagine» le illustrò lui, con una assoluta tranquillità trasparsa.

«Non c’è un dunque?» sospettò Leilah, un sospetto non riferito al succo di quell’esposizione, aveva chiaramente capito, era altresì molto chiara, bensì che cosa lui si proponesse tramite essa, quali fossero le effettive finalità nei suoi riguardi.

«Posso offrirti quel posto, se hai bisogno di un lavoro» le concretò, con costante quiete, pur senza rivolgerle un unico sguardo.

«Sarebbe a dire?» si stizzì Leilah, per cosiffatta doppia vettura di enunciazione, perché il termine bisogno attribuito a lei non le andava affatto a genio, oltre che inadeguato, se era vero che la necessità fosse primariamente quella di lui. «Io non ho bisogno della tua elemosina, né di quella di qualsiasi altro. Che sia chiaro d’ora in poi.»

«Nessuna elemosina, se non sbaglio ti ho appena specificato che ne ho bisogno anch’io. Ma finora non sono riuscito a trovare nessuno che sia accettabilmente in grado di sostituirlo, che conosca in dettaglio le strade di Memphis, quelle dalle distanze più ridotte e meno trafficate per risparmiare tempo» le decifrò, sempre assai tranquillo, palesemente sincero, pur nonostante s’ostinava a non guardarla, neanche di traverso.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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