LA SOFFERENZA NON UCCIDE, LA PAURA NON FA VIVERE, Cap. 3

«Adesso sono davvero nei guai, anzi, sto sguazzando in una bella e ricca concimaia» si avvilì, nel ripensare di colpo al lavoro perso.

Già, perché malgrado non fosse propriamente la sua aspirazione, tutt’altro, sotto un certo aspetto deteneva l’alibi di essersene liberata, si stava al contempo giudiziosamente rendendo conto d’essere piombata in un bel problema, grossissimo, calcolando i debiti che aveva ultimamente accumulato e non per togliersi sfizi. Magari, ma disgraziatamente ne andava perfino dell’opportunità di dormire in una scarna stanza, salvo che non avesse richiesto la cortesia a qualcuno di ospitarla a casa propria. Ma questo mai, anche a costo di dormire in mezzo ad una strada.

«Coraggio, non ti abbattere, vedrai che qualcosa ne verrà fuori, non tutto ha sempre un risvolto negativo» si spronò, giacché il recriminare o compatirsi non l’avrebbe condotta da nessuna parte, perlomeno non buona. Al presente doveva conservarsi ottimista, riflettere su come risolvere la situazione, scorciarsi le maniche e provvedere al guaio.

Però in fin dei conti ce l’aveva sempre fatta, qualche volta davvero faticosamente ma alla fine era riuscita ad andare avanti, a risolversi. Era preparata e molto addestrata per far fronte alle circostanze più dure, anche se sinceramente s’era stancata, innanzitutto di dover eternamente combattere, di non poter godere di almeno uno straccio di tranquillità. Di felicità non ci sperava neanche, in quanto utopico, difatti si sarebbe semplicemente accontentata di non dover più lottare per sopravvivere.

Si accostò al bordo del marciapiede e si sporse sulla carreggiata per adocchiare un taxi in lontananza, tuttavia quella zona era a dir poco periferica. Persino il traffico automobilistico a quell’ora era pressoché inesistente, seppur preferibile, insomma, che tutti gli individui alticci e molesti fossero ammucchiati dentro il locale o altrove.

Poi intravide un’ombra scura fermatasi a pochi passi da lei. In un balenio la riconobbe e potentemente s’irrigidì, si caricò, forse per aver alfine trovato un possibile sfogo all’irritazione che non riusciva tuttora a domare.

Subito gli si avvicinò e lo fulminò: «Non ti sembra di aver già fatto abbastanza?», sicurissima che quel damerino travestito l’avesse seguita con l’intento di completare la sua invereconda impresa, che sapesse alla perfezione cosa fosse succeduto a quel suo intollerabile exploit. O che addirittura fosse stato lui ad aver sbrigliato, attraverso una sua subdola e mirata lamentela, la reazione sproporzionata da parte del boss nei suoi riguardi.

Luke la guardò interrogativo, intanto che lanciava sul marciapiede la sigaretta che aveva appena finito di fumare, anche un po’ sorpreso di trovarla lì fuori da sola.

Eruttante, lei avanzò un ulteriore, collerico passo per avvicinarsi.

«Sei venuto pure ad infierire, datosi che mi hai fatto licenziare?» gli chiarificò, indurita, seriamente prossima ad aggredirlo.


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«Non era mia intenzione» esplicitò lui, pacifico, benché interdetto dall’animosa enfasi impiegata per formulargli quell’infondata domanda, oltre che per il licenziamento distintamente avvenuto per involontaria opera sua.

«E allora, qual era la tua intenzione?» lo rimbeccò, esacerbando il suo malanimo, poco convinta che lui fosse sincero, ma che al contrario stesse ancora beffandosi di lei.

«Credo che tu lo sappia» accentuò lui, concisamente.

«Ah, e dimmi, che cosa d’immorale dovrei sapere a tuo avviso?» s’incarognì, dardeggiandolo con due rabbiose iridi scintillanti sdegno e furia.

Luke si mantenne imperturbato, non si lasciò provocare, non si scompose di neanche un refe mentre rispondeva alla sua infervorata domanda: «L’immoralità è un concetto abbastanza ampio per poterlo rapportare ad un banale episodio come questo.»

Lei si arrovellò, detonò. «Ah, bene, ora ti sembra pure banale! È assurdo, non ci credo, io sono davvero senza parole, sono costernata… e te ne stai pure qui, tranquillo tranquillo a fumarti una sigaretta come se nulla fosse, a rinfrescarti quella faccia di bronzo… ma in che razza di mondo mi è capitato di vivere!»

«Per banale non intendevo sminuire, ma soltanto ridimensionare» enucleò lui, serbandosi sempre imperturbato nella sua precisazione, pressappoco impassibile.

Leilah lo fissò acida e non controbatté, era meglio lasciar perdere prima di trascorrere tutta la notte alla centrale di polizia per il reato di aggressione, o come minimo per schiamazzi notturni. Indi per cui tolse lo sguardo per trovare un benedetto taxi, guardandosi seguitamente intorno, nella vivida speranza di cavarsi prestamente da quell’intoppo che pareva non volesse terminare.

«Stai cercando qualcuno?»

Socchiudendo le palpebre lei inspirò per sedarsi, ma più che altro per non saltargli addosso, essendo sul serio punto di farlo, e non come lo aveva messo in atto lui. Di sicuro non per gli stessi suoi motivi.

«Non sono affari tuoi, e comunque sto cercando un taxi, visto che grazie a te sono rimasta anche a piedi.»

«Non capisco.» Luke a questo si frastornò, benché di già lo fosse significativamente stato per la precedente notizia che lei avesse perso il lavoro per causa sua. Ma lo fu assai più, nel venire a conoscenza che la donna non avesse la possibilità di rincasare.

Forse qualcuno le aveva danneggiato l’automobile quando era stata all’interno del club, un posto poco raccomandabile pertanto, addirittura infrequentabile, ma del resto come la sua originaria idea, che per quella sera sarebbe stato preferibile starsene a casa, o al limite ritornarci.

«Sto dicendo che in genere, quando non posso recarmi qui con lo scooter, vengo insieme ad una mia collega e non di certo con l’autista che mi aspetta fuori dal locale. Ma siccome mi hanno licenziata» ribadì, accentando scandente queste ultime tre parole, «non posso tornare con lei, dato che prima delle cinque non staccherà, se non ancora più tardi, senza considerare che sono già in ritardo con l’affitto. Perciò, per merito tuo, prevedibilmente rimarrò pure senza casa, perché sebbene io odi farmi vedere come un’oca svampita che sgambetta in mezzo ad un gruppo di maschietti alcolizzati e libidinosi, era l’impiego che mi consentiva di pagare un posto in cui stare.»

A questa sonora chiarificazione Luke si fece ancora più confuso. «Non lavori con il Pony Express?»

«E presupponi che mi possa bastare?» lo dardeggiò, indurendo lo sguardo inviperita. «Ah, certo, valutando il tuo evidente tenore di vita, da cui si evince perfettamente che l’unica tua preoccupazione è quale donna di turno scegliere da importunare o con quale marca di sigarette straviziare, il posto in cui alloggiare è superfluo per te, giusto?»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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