LA SOFFERENZA NON UCCIDE, LA PAURA NON FA VIVERE, Cap. 2

«Non ti procede bene il lavoro al Pony Express?» desunse la collega, dispiaciuta, nell’aver rilevato una piccola ombra che le aveva velato l’espressione.

«Procede, cioè, a grandi linee, però è dura, insomma, per racimolare qualche dollaro in più devo fare i doppi turni, e la questione si è fatta complicata, a tratti una vera epopea, tenendo conto che il mio scooter è diventato una mezza carretta. Non è più spedito come lo era un tempo, senza contare che mi lascia sistematicamente a piedi, questo mese ho forato ben tre volte, le gomme sarebbero da cambiare, sono liscissime per tutte le miglia che ci ho percorso. Poi in questo periodo piove quasi sempre, e più di una volta ho rischiato di rompermi l’osso del collo.»

«Non potresti acquistarne uno nuovo, vero?» si dispiacque ancora Penny, guardandola sinceramente comprensiva.

«Eh sì, manco a pensarlo, pure se fosse usato e già pronto per la rottamazione, stando che non ho neanche i soldi per comprare gomme nuove!» declamò, scivolandola sullo scherzo, ancorché la disturbasse grandemente il doverglielo ammettere. Per lei era molto poco dignitoso, oltre che ragguardevolmente umiliante, forse al pari di quanto lo fosse essere costretta ad avere addosso quella tipologia di vestiario, seppure per mere esigenze di copione.

«Però sarebbe un investimento, faresti più consegne e recupereresti quel denaro, non trovi?» le prospettò, per sovvenirla proponendole una eventuale alternativa.

«È proprio tecnicamente impossibile, non ho soldi da investire, non per adesso» escluse, raffreddata, pure per essersi vista allo specchio così conciata.

«Abbi pazienza, Leilah, vedrai, sono sicura che giungerà anche il tuo tempo. Arriva per tutti, presto o tardi» la incoraggiò Penny, sorridendole affettuosa.

«Me lo auguro.» E si vivificò con l’ausilio di una lenta, e voluminosa inspirazione. «Bene, io vado, il cavallo qui fuori sta scalpitando, non vorrei che una volta montata in sella, mi disarcionasse per l’eccedente attesa.»

«Che?» controbatté basita l’altra, rimanendo a bocca sfrenatamente spalancata, a dir meno scompaginata da quella forma di esprimersi nel riferirsi ad un uomo, inimmaginabile.

Leilah ridacchiò, aveva arguito la perplessità, a cosa Penny avesse ricollegato quella sua spiritosa analogia.


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«Ah, Penny, tu e i tuoi doppi sensi, la mia era solo una metafora. Intendevo dire che sono vestita come un cow-boy e quindi con tanto di destriero al seguito, non di certo mi riferivo al tizio di cui parlavamo prima!»

«Allora, brindiamo al matrimonio del secolo!»

Tutti gli amici sollevarono contemporaneamente il calice per quel reiterato cincin, provocando un gran baccano nell’attuarlo.

Luke rimirò Sly sardonico, avendo ben afferrato l’antifona. «Quanti ne vuoi fare ancora, di brindisi?»

«Suvvia, Luke, siamo soltanto al terzo, oppure hai perso la mano?» lo canzonò, alludendo però all’altro fatto scottante, ormai divenuto il fulcro della loro effervescente serata.

Con uno sguardo pregnante, lui delineò un sorriso divertito. «Non sono più abituato a bere, dovresti averlo presente.» Ma in sostanza, anche Luke alluse a quello.

«Oh, amico, ti riabituerai, certe cose si fermano nel sangue, non aver alcun timore delle possibili conseguenze!» lo istigò, incartocciando un sorrisetto maligno, ma in un batter d’occhi s’impalò. «Ohi… ecco il secondo round.»

Luke intuì all’istante e si volse lentamente, con estrema calma alla sua sinistra.

Leilah incedeva verso di loro, e distinguendola abbigliata con quel succintissimo costume alla cow-girl, tutti gli astanti tratteggiarono una vivida smorfia di compiacimento, peraltro un po’ troppo conclamata per quel che concerneva la loro categoria, ovvero di uomini adulti e di conseguenza tendenzialmente posati rispetto al resto della componente maschile presente nel locale.

Sly si accostò all’orecchio di Luke, bisbigliandogli cantilenante: «Da una così mi farei anche impiccare, se mi desse la facoltà di esprimere il mio ultimo desiderio con lei.»

A rilento Luke annuì, l’espressione imperscrutabile ma attenta, fisso, intanto che la donna raccoglieva di nuovo il suo sguardo, come se ne fosse magnetizzata, a discapito del suo savio e definitivo proposito di evitarlo, intendimento eticamente coscienzioso come d’altronde era lei.

Ma allorché gli camminò accanto per oltrepassarlo in direzione di un cubo che la attendeva, in un attimo parve che tutto il resto del mondo scomparisse. Rimasero incatenati con gli occhi per numerosi secondi, come attorniati da un alone isolante, insonorizzante, tanto da non consentire di percepire null’altro, attorno a loro.

Lui accese le sue iridi, che dal ghiaccio luminescente fu come se si fossero tramutate in un blu iridescente, lei le rischiarò di rimando, il suo verde giada fu come se sfavillasse di uno smeraldo intenso, colpita, eccelsamente conquistata da quel suo modo di guardarla, intrigante, oltremodo sconcertante. Non aveva nulla a che fare con quello abituale che gli uomini le destinavano, era decisamente singolare, misto tra il predatore e il signorile, davvero fine, superlativamente raffinato, debordante una primordiale passionalità miscelata da una peculiare rispettosità, tipica di un autentico gentiluomo.

Sì, era come se la stesse contemplando, persino ammirando, e non alla stregua di un banale oggetto con cui spassarsela, diceva di più, quand’anche lei, alla fin fine, non sapesse propriamente cosa.

Ma si riconquistò, essendo in pratica inutile suddetto interrogativo, per cui si diede una rapida, dovuta scossa accompagnata da un intimo ammonimento. E frattanto che rimuoveva lo sguardo per puntarlo sulla sua meta, Luke di converso non le staccò gli occhi dagli occhi.

Seguitò ad osservarla di spalle una volta averlo lei superato, come del resto gli altri presenti nelle vicinanze che, compiaciuti, la rimirarono nel suo quieto incedere alla volta della sua postazione di combattimento, come spesso, sarcasticamente la definiva lei, al fine di sdrammatizzare nei confronti di se stessa.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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