LA SOFFERENZA NON UCCIDE, LA PAURA NON FA VIVERE, Cap. 2

Leilah stava indossando il corsetto in pizzo nero, e dopo una tenue spallucciata argomentò: «Premettendo la sua età, che sarà all’incirca sui quarant’anni, ma è un uomo, si percepisce sia dall’aria vissuta che per la posizione che occupa, però anche dai modi, sembra un aristocratico. Io sono solo una ragazzina in confronto a lui, se non una comune plebea e senz’altro parecchio più inesperta, sai a cosa mi riferisco, a lui piacerà sicuramente il genere di donna più avveduto e maturo, diciamo pure disponibile.»

«Oh, Leilah, ma che discorsi… hai venticinque anni suonati, non sei mica una teen-ager!» straripò, nel non perdersi in banali panegirici per giungere a contestarla, seppur convintissima che la sua collega avrebbe potuto benissimo ambire al top, anche se fosse stata effettivamente una ragazzina acerba.

«Sì, beh, comunque non è solo per questo» puntualizzò, un filino reticente.

«E cos’altro ci sarebbe?» osò di nuovo l’altra, ma forse pentendosi, perché Leilah con quel suo mutamento di tono lasciava intendere che si stesse di nuovo chiudendo in se stessa. Perciò, un passo falso da parte sua avrebbe immancabilmente minato qualcosa tra di loro, nel dimostrarsi lei troppo ostinata a voler conoscere particolari sui suoi più intimi e tutelati pensieri.

Tuttavia Leilah, sempre più stranamente non si trattenne, non si ritrasse, al contrario, seguitò a svincolarsi: «È il suo addio al celibato, sta per sposarsi.»

«E che t’importa, se è così mondiale come tu dici, pensi che un’altra si farebbe tanti scrupoli al posto tuo?» Non aveva cognizione di cosa ne pensasse in proposito, di fondo non la conosceva quasi per nulla.

Penny non sapeva quale fosse il suo pensiero in relazione agli uomini impegnati, o con più esattezza agli uomini in generale, e questa loro provvidenziale conversazione le stava tornando utile anche per evincere se Leilah fosse di un’unica parrocchia, ovverosia per accertare se le sue preferenze sentimentali fossero esclusivamente maschili. Non avendola mai vista insieme ad un uomo, neanche in qualità di amico, anzi, era sempre sola che più sola non si poteva, a un dato punto aveva congetturato che esse fossero di varie nature, oppure nientemeno antitetiche a quelle tradizionali.

«È probabile di no, chi lo sa, ma in teoria non è un comportamento corretto, prima di tutto per me stessa. Così facendo non ne ricaverei una buona opinione di me» respinse lei, curvandosi sotto l’appendiabiti per reperire gli stivali.

«Andiamo, Leilah, sai come sono fatte le donne quando si tratta di accaparrarsi un uomo, senza peraltro parlare delle diaboliche strategie che partoriscono. Alcune sono perfino senza pietà, e se quel tizio ti ha colpita, secondo me un vero fenomeno, dovresti approfittarne a tutto spiano, così ti toglierai finalmente quel broncio per la perennità della tua insoddisfazione in campo sentimentale!» si sbilanciò, e stavolta sul serio.

«Senti, Penny» si seccò, come previsto. «Con tutti gli uomini che ci sono in circolazione, liberi e ben piacenti, non vedo affatto il caso di andarmi a ficcare sordidamente in un’altrui relazione. Rubare l’uomo ad un’altra donna è proprio meschino, moralmente condannabile, anche se… insomma…»


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«Ne varrebbe la pena» finì per lei, avendo decifrato a menadito il concetto.

«Uh uh» aggiudicò, insieme ad una fioca smorfia. «Sì, e alla grande» le confessò, inaspettatamente, specie per se stessa, nell’essersi ravvisata diversa, sia per questa sorta di cicalata che non aveva mai approntato con la sua collega, ma forse con nessuno, sia perché aveva compreso il motivo in base al quale le stesse accadendo.

Era quell’uomo che astrusamente, davvero inspiegabilmente, l’aveva condotta a parlare di lui, a farsi notare da lei e fino a questo estremo, tanto da sperperarci tutto quel tempo, chiacchiere ed anche fin troppi dilemmi senza alcuni sbocchi ad utilità.

«E allora che aspetti!» la invogliò Penny, cinguettante, enfatizzata. «Però devi farmelo vedere, senza nessuna protesta. Sarà sicuramente un extraterrestre per averti ridotta così!»

Lei diede vita ad una risata astronomicamente divertita, Penny era davvero spassosa, simpaticissima. Era una delle pochissime persone di sua conoscenza che riuscisse a farla ridere di cuore, spensierata, a renderle gradevolmente semplici ed oltretutto divertenti, finanche le situazioni più intricate e moleste.

«Giusto, la dici proprio bene… mi sento una sciocca bamboccia, a momenti non ci credo neanch’io d’imbarcarmi nella mente tutti questi problemi per un uomo che ho incontrato solo due volte! Comunque no, preferisco evitare, ho già troppe seccature a cui devo far fronte, devo tenerlo alla larga, cioè, sono io che devo stargli lontana. Ma tanto sono convinta che lui non sia arrivabile, figuriamoci, è pure fidanzato, quindi…»

Poi afferrò il pantaloncino in jeans da una gruccia per infilarselo, ma lo sospese subito a mezz’aria, ancorandoci sgomentata lo sguardo. «E questo?»

Penny si arrestò a fissarla perplessa, non le era chiara la domanda né tanto meno l’espressione. «Che?»

«Intendo dire che questo pezzo di stoffa non mi copre neppure il copribile» si scandalizzò lei, introducendo al contempo un esuberante respiro di rassegnazione.

«C’est la vie!» esemplificò l’altra, innalzando i palmi per sventolarli ironica. «Guarda che cosa sono obbligata ad indossare io» le evidenziò, mostrandole un attillatissimo pantalone in lamé tutto a fori. «Sarei più nuda, che essendo nuda per davvero!»

«Giusto anche questo, ma vestirmi alla Calamity Jane è veramente degradante, umiliante, è ridicolo…» recriminò lei, dopo un’increspata molto seccata delle labbra.

«Questo passa il convento» metaforizzò Penny, scattando le spalle con atteggiamento remissivo.

«Ebbene sì…» sospirò, pressoché a sbuffare. «Ma soltanto perché ho bisogno di soldi, altrimenti li manderei al diavolo. Ti giuro, odio questo lavoro, dovermi mostrare nuda e saltellare come un’oca, non è davvero la massima aspirazione per una che, come me, odia essere considerata un oggetto.»

«Beh, per nessuna donna presumo… ma se fosse per te, andresti in giro sempre in tuta e scarpe da tennis, dico bene?»

«Sempre meglio che essere scambiata per una pupa senza cervello… però non ho altra scelta, il mese scorso mi hanno aumentato l’affitto e adesso ne ho bisogno più che mai» si svigorì, restringendo le palpebre per vestirsi, come se non avesse voluto vederselo indosso quel misero pezzo di stoffa.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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