LA LUCE DEL RISVEGLIO, Cap. 3

Quando Colin fu salito sulla sua auto per dirigersi a San Antonio, un turbolento stato d’animo s’impadronì di lui, inesorabile. Ancora non poteva crederci, Beth non era sua sorella, nessun vincolo di sangue li legava.

E si sentì frustrato, impotente, profusamente scoraggiato, come avrebbe agito da quel momento in poi? Come avrebbe potuto fingere su una questione del genere? Come avrebbe potuto guardarla in quei meravigliosi, rifulgenti occhi screziati di smeraldo senza trasmetterle inquietudine, struggimento?

Era sempre stato difficile per lui occultare la verità, aveva sempre rifiutato la menzogna, innanzitutto come atteggiamento mentale, ed ora si sarebbe ritrovato a dover mentire, in special modo a lei, la dolce Beth, la sua piccola bambola che non meritava di vivere una situazione talmente mendace e che le si nascondessero fatti così gravosi della sua esistenza.

Esalò un profondo, angosciato anelito. «Mi dispiace, Beth, mi dispiace davvero…» si angariò, distrutto, sempre più ansante, sempre più disperso in quella nuova realtà inaccettabile, incontrastabile.

D’improvviso squillò il suo telefono, ed impegnato com’era nella guida, rispose alla chiamata senza scrutare il display. «Sì?»

«Fratellone?» Era lei.

«Ehi…» Ma si sbarrò. Non sapeva cosa dirle.

«Dove stai andando? Ero alla finestra della mia camera e ti ho visto uscire come un proiettile. Problemi di lavoro? Oppure non hai resistito e stai correndo da Alicia?» sogghignò, un tono ilare e un fare burlante.

«No, ho una complicazione da risolvere, ci vedremo domani» tagliò corto, cercando in tutti i modi di non tradire il suo malessere, lei se ne sarebbe indubbiamente accorta.

«Ricevuto, boss, non ti disturbo oltre. A proposito, mi piacerebbe fare una passeggiata a cavallo, cioè, prima dovrei insegnare a Kevin a montarci… domani pomeriggio, ti va?»


Advertisment

loading...

«È difficile, Beth, prevedo di avere la giornata piena, presumo che ci vedremo direttamente al ricevimento… ammesso che Kevin sarà ancora vivo!» sberciò lui, sforzandosi di ironizzare, nel doveroso intendimento di non farle avvertire la dispotica angoscia che gli si era inabissata dentro.

«Ok, testone, come non detto!» ripiegò lei, fingendo di essersi arrabbiata, e poi melodiosamente addusse: «Spero che non sia niente di grave. Ciao, Colin, ti voglio bene.»

«Anch’io, piccola, molto… buonanotte» si addolcì, in una cadenza miscelata da struggente emozione ed incomparabile tormento.

Colin posò il telefono sul cruscotto e si passò un palmo sulla fronte sospirando a iosa, ma pressappoco all’istante lo riafferrò. Richiamò un numero dalla rubrica, alcuni squilli, e allorché dall’altra parte si udì una risposta, «Jack? Sì, sono Colin, dove sei?» richiese al suo interlocutore.

«Sono al Tijuana con Geoffrey e Samantha, ci raggiungi?»

«Con piacere, sto arrivando. A tra poco.»

E quando si ritrovò ad attraversare la soglia d’ingresso di quel locale messicano saturo di gente allegra e un po’ alticcia, Colin cominciò pian piano a rilassarsi, prevedendo che qualche drink lo avrebbe di certo agevolato. Magari lo avrebbe aiutato ad eliminare l’abnorme vuoto che gli si era generato dentro, perché in conclusione, oltre ad aver scoperto che Beth non era sua sorella, aveva altresì ricevuto cognizione che la sua vera madre lo aveva abbandonato da bambino, senza nemmeno tanti indugi, e senza per giunta volersi sincerare che lui stesse bene, nel trascorrere di tutti quegli anni, per quasi trent’anni.

E fu sbaragliato da una fulminea, madornale morsa allo stomaco. Nonpertanto tentò di liberarsene, di ricacciare l’efferata inquietudine che lo aveva nientemeno abbrancato, sin dall’attimo in cui aveva aperto quella dannata cassaforte.

«Colin!» Una giovane donna dalla capigliatura color tabacco tagliata a carré, appena lo avvistò all’ingresso gli andò di corsa incontro e gli diede un affettuoso bacio sulla guancia. «Ti vedo un po’ teso, Alicia ne ha combinata un’altra delle sue?»

Samantha era un’ottima amica, avevano frequentato lo stesso liceo ed anche il college insieme, quantunque non avessero la medesima età. Lei distingueva in un baleno gli stati d’animo di Colin, tenendo conto, in qualsiasi caso, che lui non era il tipo da eclissarli più del dovuto, in particolare con le persone a cui era emotivamente legato.

«Va bene» colse la donna, nell’appurare che l’amico non detenesse alcuna voglia d’intavolare il discorso. «Vado a prenderti un drink, nel frattempo tu raggiungi gli altri.»

Colin non pronunciò una sola parola, ma in cambio le foggiò un lieve cenno di ringraziamento con il capo. Samantha era molto discreta ed era anche per questo che seguitava a frequentarla, anzi, in certe occasioni la sua presenza era stata determinante.

L’amica lo aveva aiutato non poco in alcune situazioni scomode dove si era ficcato, parlando sempre di donne, e poi lui adorava il rapporto che lei intrecciava con Geoffrey. Erano una coppia eccezionale, per Colin davvero esemplare, che perdurava da numerosi anni ormai, tant’è che erano diventati per lui una sorta di esempio.

E forse era appunto la loro storia a devolvergli fiducia nei rapporti di coppia, o forse meramente nel gentil sesso, grazie a Samantha che era una donna speciale, al contrario di tutte coloro con le quali lui aveva flirtato sin da quando era stato un adolescente.

Colin s’instradò verso il tavolo indicatogli da Samantha. «Siete già ubriachi a quest’ora!» ridacchiò, accostandosi divertito ai due amici che stavano facendo a gara con tequila, sale e limone.

«Senti chi parla!» sbraitò Geoffrey, ma gingillante. «L’uomo che regge l’alcool più di qualunque altra persona al mondo!»

«Ehi, non screditarmi!» Colin rise allietato. «Qualcuno potrebbe sentirti e così domani andrai tu in ufficio al mio posto.»

«Magari! Però qui sono già tutti stracotti e dubito che mi abbiamo sentito!»

Colin si sedé accanto a loro e dopo poco giunse Samantha, che sorreggeva in mano quattro bicchieri di tequila.

«Allora, Colin, la tua sorellina si sposa, brindiamo» stornellò Jack, nel sollevare in aria il suo bicchierino di tequila. «Ma come mai non l’hai portata con te?»

«Con quel megalomane del suo fidanzato sarebbe stato complicato, soprattutto perché sarei stato obbligato a portare anche lui» enucleò Colin, palesemente infastidito.

Forse stava esagerando nel suo sarcasmo, però in effetti prendersela con Kevin era la cosa più adeguata da fare in quel frangente, per sdrammatizzare, riuscire a distogliere i suoi pensieri da quella inconcepibile, insopportabile situazione in cui mai avrebbe neanche solo immaginato di potersi ritrovare impegolato, anzi, ci si era caoticamente disperso.

«Colin, uhm… noto che quel tizio non ti ha fatto una buona impressione.» L’uomo aggrottò la fronte, l’aria divertita ma indagatrice.

«Dovresti vederlo… comunque alla salute!» brindò, innalzando il suo bicchiere ed ingurgitandone in meno di un secondo il contenuto.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

Tag:, , ,



loading...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *