LA LUCE DEL RISVEGLIO, Cap. 2

Congiuntamente s’incamminarono verso la sala da pranzo dove gli altri commensali li stavano già aspettando, nell’aver saltato i preamboli del tradizionale aperitivo che d’abitudine precedeva ogni pasto serale, una sorta di rito per riunire la famiglia e conversare dei fatti avvenuti durante la giornata.

Caleb era seduto a capotavola e le due sedie accanto vuote, in attesa di essere occupate dai fratelli Bell.

Beth e Colin si accomodarono, ma non prima di aver presentato un opportuno cenno di scuse per aver fatto attendere la loro presenza, e fu servita la prima portata.

L’atmosfera si era fatta incandescente, si percepiva una ignifera tensione aleggiare nell’aria, e Caleb si sforzò alla meglio di imboccare una conversazione neutrale che non andasse a toccare tasti dolenti. Ma sventuratamente il suo intento riuscì imperfetto, perché oltre l’ostilità che si era imbastita tra Kevin e Colin, anche tra Beth e Alicia, in piena evidenza, non correva buon sangue.

E rimarcò, tra l’altro, diverse sarcastiche facezie formulate dalla figlia, percettibilmente destinate alla donna e che lo sconcertarono a sufficienza, frattanto che Colin se la rideva compiaciuto sotto i baffi. Quei due non la smettevano proprio di comportarsi come il gatto e la volpe, meditò.

Cionondimeno, per una favorevole sorte avvenuta il loro convito si concluse senza nocivi incagli, e in seguito si dislocarono tutti nel grande soggiorno.

Beth e Kevin si congedarono seduta stante, comunicando di essere abbastanza stanchi a causa dell’estenuante giornata appena trascorsa, mentre Alicia, che l’indomani avrebbe dovuto levarsi prestissimo, richiese a Colin se sarebbero tornati insieme a San Antonio.

Lui la informò che per quei giorni avrebbe alloggiato alla villa e che forse si sarebbero rivisti in azienda il mattino successivo, con una tale aria formale, orticante, che costei sciorinò un’istantanea espressione infastidita, nella sgradita constatazione che il suo uomo non ambisse a dimostrare ufficialmente che la loro fosse una storia importante. Ma in conclusione per Colin non lo era affatto, ed avendo intuito l’origine di quell’atteggiamento servile, lui la congedò ancor più freddamente del solito.

Ed appena i due uomini restarono soli nella stanza, Caleb intavolò: «Non comprendo perché la tratti così, è una brava persona, possibile che non riesci ad impegnarti seriamente?»

Colin si passò snervato una mano tra i neri capelli, seccato che ora ci si mettesse pure suo padre a stressarlo su quel fronte. «Papà, non vorrei essere scortese con te, ma tu non la conosci come la conosco io. E comunque ho cose più rilevanti a cui pensare.»


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L’uomo abbozzò un mezzo gesto di resa con le labbra. «Sarà… però secondo me, sei tu a essere troppo esigente. Dovrai accontentarti prima o dopo.»

«Scusami, ma non ho voglia di sprecare tempo in queste discussioni, se non ti dispiace dovrei controllare dei documenti prima di domani mattina.» Era meglio chiuderla lì, in quanto era probabile che si sarebbe innervosito anche con lui, nel sentirsi nuovamente braccato, che in sostanza l’attacco fosse rinforzato.

Avendo distinto una spiccata irritazione affiorare dallo sguardo del figlio, Caleb accennò un immediato beneplacito col capo. «D’accordo, in verità anch’io sono piuttosto provato. Credo che andrò a riposare, buonanotte.»

«Buonanotte.»

Colin, rimasto solo, cercò di riconquistare tutta la sua calma. Quella donna possedeva un’eminente capacità di fargli perdere la sua abituale compostezza, o se non proprio le staffe.

Si accomodò su una delle enormi poltrone al centro del soggiorno, ma inavvertitamente i suoi occhi si spostarono in direzione di uno dei giganteschi quadri appesi alle pareti, e subito riscontrò che fosse mal riposto.

Lo fissò con più attenzione e discerné che si trattava del dipinto che occultava la cassaforte. Pertanto si rialzò per sistemarlo, ma intravide che la cassetta non era stata chiusa mediante la combinazione.

E si stupefece di siffatta circostanza, quindi l’aprì per intero, al fine di verificare se fosse tutto in ordine, quando il suo sguardo fu attratto da un fascicolo di documenti semiaperto che emergeva in prossimità dell’apertura.

Li afferrò senza troppo pensarci e li dispiegò, cominciando a leggere le prime righe.

«Mio Dio… ma cos’è questa roba…» Per un attimo restò senza fiato, agitò con impulsiva violenza la testa e rilesse il contenuto una seconda volta, rimanendone barbaramente inorridito.

«Kendra!» urlò senza dovute riserve, e a quell’inquietante richiamo, la donna comparve febbrilmente sulla soglia della stanza. «Faccia venire qui mio padre, immediatamente.»

Caleb era intento a fumare un sigaro cubano, in piedi vicino alla finestra della sua camera da letto, ed ancora non si era svestito, del tutto ghermito dal vortice dei suoi pensieri.

Quella giornata era stata densa di avvenimenti, eppure non affatto positivi, prendendo atto delle reazioni di Colin nei riguardi di Kevin, ma particolarmente in quelli di Alicia, perché in fondo aveva creduto che lui si decidesse a chiederla in moglie. E forse l’intervento di Beth, nell’annunciare il proprio matrimonio, lo aveva indotto a sperare che il figlio prendesse esempio, o se non di più che si sentisse stimolato a compiere quel passo e che abbandonasse, senza esagerati indugi, la sua vita sentimentalmente dissoluta.

Tutto sommato vantava una posizione professionale esemplare e di sicuro avrebbe potuto conquistare tutte le donne che voleva, perché si ostinava tanto? Perché perdere il suo totale tempo dietro al suo lavoro, senza beneficiare di una seria relazione amorosa che gli avrebbe donato felicità e completezza?

Ma poi ipotizzò che forse non era più come ai suoi tempi, quando la principale meta nell’esistenza di un uomo ed anche di una donna, era di metter su famiglia con lo scopo di generare una ricca progenie. I tempi erano ormai cambiati e infatti, al contrario di come aveva desiderato, Colin s’era ancor più ritratto sulle sue. Quella sera la povera Alicia si era addirittura sentita di troppo, dati i suoi atteggiamenti bruschi ed assai poco amabili, di sicuro non agevolati dall’atteggiamento refrattario di Beth, che Caleb non capiva come mai l’avesse punzecchiata a quel modo.

Eh sì, non era davvero andata come aveva fantasticato, anzi, tutto l’inverso. Anche quel Kevin non era esattamente quello che lui avrebbe auspicato per la sua bambina, era frivolo e superficiale, ed Elizabeth meritava inconfutabilmente qualcosa di meglio.

Ad un tratto udì bussare alla porta. «Chi è?»

«Signor Bell, c’è suo figlio che desidera parlarle, mi sembra molto urgente.» Kendra era generalmente apprensiva, e il tono perentorio di Colin l’aveva pressoché annichilita.

«Arrivo.» L’uomo spense il suo sigaro e s’apprestò a discendere le scale ma si arrestò, appena scorse il figlio seduto su una delle poltrone, con lo sguardo chino ma cupo, teso, tirato fuor di misura.

«Colin?» Al richiamo lui sollevò i suoi profondi occhi chiari e parve che avessero cambiato colore, per quanto fossero sconvolti.

Sul momento Caleb non comprese, tuttavia si preoccupò per bene, nel distinguere la sua espressione pressappoco agghiacciata. «È forse successo qualcosa?»

Lui stette senza proferir parola, mentre Caleb riprendeva a scendere la scalinata. Lo fissava incredulo, era come impietrito, sembrava quasi che avesse visto un fantasma.

«Ti senti bene?» L’inquietudine di Caleb avviò ad esacerbarsi, nel constatare che il figlio insisteva a fissarlo impassibile, parendo incapace di pronunciare una singola vocale.

E Colin, di un rigido a dismisura, si issò infine dalla poltrona e gli mostrò i documenti che teneva in mano. «Dimmi che non è vero.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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