KALERIYA, Cap. 3

«Allora avevo ragione, te la vuoi spassare stasera» rimarcò Trey, nascosto con la sua automobile dietro alcune piante, nel posteggio antistante ad un ristorante.

Afferrò il suo cellulare e digitò un numero in memoria.

«Credo che la corsa finisca qui» telegrafò, allorché il suo interlocutore rispose, mentre osservava l’uomo scendere dalla propria autovettura.

«Niente di interessante dalla tua postazione?»

«Ho idea di no, a quel che emerge è tutta normale routine. Comunque aspetto di vedere l’altra metà del rendez-vous» si divertì, con fare sereno, oramai pervenuto alla dimostrazione tangibile delle sue positive congetture.

«Grandioso, allora…» Ma Trey lo sovrastò: «Mio Dio…» Era raggelato.

«Che succede?» si allarmò l’altro, come un bolide, il suo tono lo aveva sbalestrato.

«Ti richiamo fra poco» lo liquidò lui, e troncò ancor più raggelato la comunicazione.

Dinanzi all’ingresso del ristorante il suo sorvegliato aveva vividamente accolto tra le braccia una giovane donna, una donna conosciuta, purtroppo ben conosciuta. Era Sheila.

E stravolse gli occhi, credendo di immaginarselo, ma più oltre fu folgorato da un dettaglio. Innalzò lo sguardo verso il muro alla sua sinistra, dov’era trascritta la via, e a tutta corsa aprì la ventiquattr’ore estraendone il peluche. Lesse il biglietto e constatò che l’indirizzo coincideva, anche l’orario, il nome del ristorante, tutto.


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Dimenò il capo, oltremodo impietrito, tuttavia il telefono lo risvegliò, era il suo supervisore.

Lui come un automa rispose, a mezza bocca.

«Chandler?»

«Sì…» confermò, con voce atona, spenta, flagrantemente atterrita.

L’uomo si allertò, ancor peggio del precedente interlocutore. «Ehi, che ti prende?»

Trey per un secondo tacque, scrollando di nuovo la testa, con esuberanza, al fine di ricostituirsi dall’urto selvaggio. «Nulla… nulla…» dissimulò, ma veramente poco credibile.

«Sicuro?» dubitò Galloway, dato il suo tono inequivocabile.

«Sì… sicuro» si riconquistò, seppur a malapena e a metà.

«Eccellente, intendevo riportarti che abbiamo indagato sulla donna ed abbiamo accertato che…»

«Non ora» lo bloccò lui, ferreo, quasi artico.

«Che?» si strabiliò, a quell’imposizione.

«La richiamo tra qualche minuto, capo, adesso non posso» mentì, però doveva riprendersi per intero dal colpo, prima di poterne disinvoltamente discutere, anzitutto per idoneamente accogliere eventuali altre notizie in proposito.

«Intesi, mi trovi sul cellulare, devo lasciare libera la linea dell’ufficio per il momento» permise l’altro, immaginando che Trey fosse impelagato in una situazione malagevole, critica, nella quale non poteva parlare con piena tranquillità.

Trey chiuse la connessione telefonica e lanciò l’apparecchio sul cruscotto. Osservò l’orsetto che aveva ancora tra le mani, trastullandoselo con le dita, assorto, il capo chino, lo sguardo inchiodato su di esso.

Che cosa significava quell’invito? Perché Sheila gli aveva recapitato un simile messaggio se dopo si era fatta trovare con Emerson Haines, uno dei dirigenti della società dove lavorava, almeno pubblicamente, che per giunta sarebbe potuto essere suo padre?

Era un avvertimento, oppure uno scherzo di squallido gusto? O aveva intuito chi lui fosse, che tenesse l’uomo sotto controllo, e lei lavorava con costui, quindi anche per Sheila il lavoro ufficiale di tecnico informatico era una copertura?

E si scosse. No, questo no, non poteva essere una di loro, era troppo palese che fosse pulita in tal senso. Lui aveva potuto appurarlo in più occasioni, la sua collaborazione era di sicuro inconsapevole, clandestinamente indotta.

Ma allora cos’era? Stava dunque lei giocando, un sottile gioco di seduzione per avvisarlo, per punirlo?

Era vero che lui non si era comportato esattamente alla stregua di un gentiluomo, all’apparenza sembrava che l’avesse usata per una notte, anche per come si erano salutati la mattina precedente. Lui era stato evasivo, a dir poco vago, non le aveva richiesto nessun genere di recapito per essere in grado di contattarla, a parte che se lo era già procurato per segrete vie traverse, tuttavia mediante tale condotta lui le aveva dimostrato scarso interesse, una determinata refrattarietà a potersi sentire e magari approfondire la loro conoscenza.

Però, astraendo dalla sua missione, lui era proprio fatto così, raramente si perdeva in chiacchiere, sia prima che dopo, e difficilmente il suo interesse andava al di là dei rapporti puramente fisici, il mero contatto corporeo, pratico. Ma non per carenza di rispetto, perché considerasse la controparte un oggetto con cui svagarsi e sovvenire alle sue mere esigenze ormonali, bensì perché andare oltre, andare più a fondo di ciò, per lui poteva divenire rischioso, trasformarsi in un ponderoso grattacapo, il ritrovarsi ad eludere discorsi o a nascondere la sua realtà, in sostanza obbligato a mentire, senza contare l’incolumità della sua ghirba.

Ma d’altro canto, nell’attuale circostanza lui si sentiva strano, forse deluso, o magari soltanto amareggiato, presumibilmente perché Sheila, nonostante si fosse lasciata sedurre in quattro e quattr’otto, elemento che poteva abbondantemente generare sospetti per quel che concerneva il contesto, gli era apparsa differente. La stimava, era dignitosa e sapeva il fatto suo, era fornita di una mente che lo intrigava e di una competenza affascinante nel suo campo, difficile per una donna, senza poi considerare il suo aspetto fisico, davvero attraente, oltremisura infiammante.

Percepì qualcuno entrare nell’auto e scattò il volto alla sua destra, rimanendo in un lampo paralizzato, nel vedere di fianco a sé Sheila che chiudeva lo sportello e che, sorridendo, si sedeva sul sedile del passeggero.

«Allora, ti è piaciuto il mio regalo?»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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