KALERIYA, Cap. 3

«Dottor Reeves, c’è una consegna per lei.»

«Vale a dire?» sospettò lui, non essendo in attesa di alcunché, sia per il suo vero lavoro, che per quello fittizio.

«Un pacchetto, faccio passare il corriere?»

Trey si fece più sospettoso, tamburellando nervosamente le dita sulla scrivania. «Io sono momentaneamente impegnato, non può prenderlo in consegna lei?»

«Purtroppo no, dice che gli è stato espressamente richiesto di consegnarlo di persona» eccettuò la donna, avvalendosi di una voce sobriamente affabile.

«D’accordo allora, lo faccia passare» l’autorizzò lui, seppur leggermente teso, nell’avveduto pensiero che fosse un collo non proprio gradito, ovvero che qualcuno avesse smascherato la sua reale identità.

Il commesso si presentò dopo pochi secondi, e Trey lo ispezionò nella fisionomia. Di primo acchito non gli sembrò un tipo a rischio, perciò tranquillamente lo invitò ad avvicinarsi alla scrivania, firmò la ricevuta ed afferrò il pacchetto.

Era una confezione regalo, molto curata, con tanto di nastro rosso tutto intorno, ma anonimo, nessun marchio pubblicitario che gli indicasse la provenienza.

E lo osservò per qualche minuto, in attesa che il fattorino lasciasse l’ufficio. Lo pesò scrupolosamente con un palmo per capire cosa contenesse, era leggero, quindi non poteva trattarsi di un ordigno, anche perché l’uomo lo aveva senz’altro scosso ben bene durante il trasporto. Sui lati non v’era nessuna dicitura fragile, di conseguenza era naturale che non avesse impiegato attenzione.

Eppure non ne fu tanto sicuro, un piccolo tarlo ce l’aveva, quindi indugiò ancora, dato che l’ordigno poteva essere fornito di un comando a distanza, o che si attivasse all’apertura della scatola. Però poi d’istinto slegò il nastro e piano, molto lentamente, assai contratto, sfilò il coperchio e… beh, ciò che vide lo lasciò molto più che di sasso.


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Era un orsetto in peluche, di un color giallo pastello molto chiaro, quasi sul panna, uguale al colore dei capelli di Sheila, e come collare aveva un nastro rosso con appesa una piccola memory pen giocattolo, mentre al polso esibiva un niveo bigliettino allacciato.

Sorrise, oltremodo deliziato da quell’originalissimo dono. In seguito il suo sguardo si posò sul biglietto dov’era stato trascritto il nome di un ristorante, l’indirizzo e l’orario, le sette di sera.

E sorrise di nuovo, anche quell’invito era significativamente originale, affascinante.

«Mi dispiace, orsacchiotto, ma non potrò venire. Purtroppo non dipende da me.»

«Mi scusi, adesso devo lasciarla, la richiamo io più tardi» si congedò Trey dal suo interlocutore, avendo udito una voce maschile familiare, sospetta, provenire dal corridoio, dietro la porta chiusa del suo ufficio.

Riagganciò il ricevitore e si alzò istantaneamente dalla sua poltrona per accostarsi all’uscio, tese l’orecchio e aspettò.

«Ci vediamo domani mattina, signorina, le auguro una buona serata» udì enunciare, e Trey in un balzo si raddrizzò, lo aveva riconosciuto.

«E dove diavolo va…» s’interrogò, scrutando inquietamente il suo orologio. Non erano nemmeno le quattro del pomeriggio, di norma costui non andava mai via così presto dall’azienda, tutt’altro, era addirittura uno dei pochi che si tratteneva oltre l’orario d’ufficio.

Udì la sua assistente rispondere al saluto e in seguito dei passi allontanarsi, pertanto si catapultò all’istante sulla sua ventiquattr’ore, ne estrasse il cellulare dalla linea sicura e compose un numero.

«Sto scendendo perché il canarino è uscito dalla voliera, vado a ripescarlo» criptò, non appena risposero alla sua telefonata.

«Ma hai individuato la direzione in cui è volato, noi ancora non lo avvistiamo fuori dalle mura. Da quanto tempo è corso via?» s’informò l’altro, anch’egli in codice.

«Da un minuto, due al massimo, magari faccio in tempo a discernerlo. Premunitevi di una rete per poterlo eventualmente catturare» lo ragguagliò, sbrigativamente.

«Ricevuto, procediamo.»

Trey agguantò la sua ventiquattr’ore e si precipitò fuori, pur cercando di contenersi al cospetto della sua assistente, alla quale rivolse un veloce, modulato saluto.

Prese le scale di emergenza e per buona sorte adocchiò l’auto interessata che usciva dal parco macchine, si scaraventò nella sua e si accinse a seguirlo, a buona distanza di sicurezza.

Il suo telefono squillò. «Sì, ce l’ho. Voi?»

«Affermativo.»

«Ottimo, ma tenetevi a dovuta distanza, me ne occupo io casomai dovesse sostenere qualche incontro ambiguo.»

Trey terminò la comunicazione e si accorse che l’uomo stava posteggiando l’autovettura, si arrestò con la propria e spense il motore.

«Ehi, ma…» si sbigottì, nell’aver rilevato il posto dove stava introducendosi, l’ultimo che lui avrebbe presunto. «Sta andando dal barbiere… chi accidenti devi incontrare?»

E questo non fu nulla, perché la sua stupefazione si esacerbò allorché l’uomo, uscito dall’esercizio, rimontò sul veicolo e si recò in un negozio di abbigliamento, in seguito di calzature, da cui ne uscì azzimatamente rivestito, dalla testa ai piedi.

«A che razza di meeting devi partecipare… A quanto risulta hai ricominciato, eh, paravento» ironizzò, seppur abbastanza impensierito. Tutto questo movimento era inusuale, in primis il comportamento dell’uomo, giacché non abbandonava mai la società talmente presto per fare del semplice shopping, e se realmente c’era in previsione un incontro professionale così importante, a lui lo avrebbe di sicuro comunicato.

Ma più avanti si rilassò, perché probabilmente si preparava a presentarsi ad un incontro galante, visto che non era sposato, forse era persino più single di quanto lo fosse lui. Oltretutto era un sessantenne sul viale del tramonto, sebbene ancora molto attraente, sofisticatamente carismatico, e questo particolare personale, semmai fosse precisamente codesto il motivo del suo tiro a lucido, innegabilmente l’uomo non avrebbe vantato l’obbligo di renderglielo noto.

E poi sembrava tranquillo, pareva felice, fiero e impettito, quindi era più che probabile che tale fosse la motivazione. Cionondimeno non era il caso di ragionare per deduzioni, per apparenze, non di certo con un tipo similare, pertanto appena lo scorse rimontare sull’auto, mise in moto e partì, percorrendo sempre a distanza il suo itinerario.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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