KALERIYA, Cap. 2

Sheila si disorientò, specie per la straordinaria energia che risiedeva in lui, come se non fosse mai stanco, come se non ne avesse mai a sufficienza. Lei onestamente ancora non riusciva a riconquistarsi dagli ultimi ardenti atti vissuti, dal recente sonno che tuttora la intorpidiva, sia nelle fibre muscolari che nella lucidità, e che per giunta annientava rischiosamente il suo buonsenso.

Pur tuttavia, anche stavolta si fece invadere, si lasciò sequestrare con mente e corpo. Eppure lui stranamente non la sovrastò, si issò per elevarsi da lei, addossato sul suo palmo destro per poterla guardare, per potersi giovare delle sue adorabili e setose sembianze, del suo viso quasi deturpato dal tempestivo e pervadente desiderio, i fremiti e i deliziosi sussulti sotto le sue movenze dominatrici.

Con l’altra mano le tirò indietro i capelli, passandogliela lungo tutto il volto per sentire il bollore della sua epidermide, e adagio la discese per brandirle un fianco, per farla aderire compiutamente a sé.

Ma pochissimo tempo dopo non resisté, fu una ulteriore volta magnetizzato, espropriato dall’elettricità, dalla divellente attrazione che feralmente quella donna provocava su di lui, quindi dové abbassarsi e si plasmò sensuoso a lei, appoggiato sui suoi avambracci, anelandole all’orecchio: «Sai, con tutto questo fermento ormonale, non ti ho nemmeno domandato se fai uso di precauzioni, se abbiamo rischiato, se possiamo farlo.»

Lei ansava, era decollata, stravolta.

«Allora…?» incalzò lui, anche ansante, impaziente.

Sheila gli disse quel con gli occhi, neanche un monosillabo fu in grado di pronunciare a causa di quella ritornata, sempre più plagiante invasione.

«Bene… perché sto per esplodere…» ansimò Kyle, gettandosi praticamente su di lei. Le fasciò la testa con un palmo e partì, con una tale frenesia, pressappoco violenta, devastante, che lei si stravolse ancor di più.

Gli si aggrappò alla nuca e lo strinse, gli si compresse contro, talmente vigorosa, volteggiante, che lui fu investito a sua volta. Si galvanizzò, quasi al perdere la lucidità, per quel desiderio pazzesco, prorompente, a dir meno ottenebrante, che dissipò per intero le sue rinvigorite energie, inconsultamente, incredibilmente.

E conflagrarono, letteralmente, tra amplificati ansiti e strette poderose, i loro corpi aderiti, infuocati, madidi, eccelsamente sublimati.


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La mente di lei non fu più lì, partita per chissà dove, il corpo di lui fu traumatizzato, contratto però dilettato, indicibilmente compiaciuto, nonpertanto entrambi si domandarono che cosa fosse avvenuto. Che cos’era quel qualcosa che li aveva condotti ad una deflagrazione così singolare, portentosa ma assurda, quello non era amore, era niente più di un semplice, seppur straordinario incontro di sensi.

Ma l’affinità dei loro corpi, il loro danzare all’unisono in tale sublimata esaltazione, ineffabile per quanto inimmaginabile, tutto questo si stava rivelando incomprensibile. Alcunché li legava, né ancor meno erano forniti di aspetti in comune che potessero avvicinare le loro menti in tal guisa, da cui potesse generarsi un simile feeling, un affiatamento così incidente e intenso in un occasionale connubio tra sessi.

E sebbene Kyle si fosse sentito, sin dal primo momento in cui aveva posato gli occhi su di lei, magnetizzato e avvinto, tanto da rischiare lavoro, integrità e decenza in un colpo solo, la sua posizione, il motivo principale, fondamentale per cui era lì, con lei nel suo letto, avrebbero dovuto frenarlo o quantomeno indurlo a ragionare.

Non avrebbe dovuto spostarsi così oltre, così speditamente oltre, perché se da un lato con un’analoga condotta dimostrava di essere un mero cacciatore, edonistico e malavvezzo che si prendeva ciò che voleva quando voleva, quando più gli pareva, benché in effetti fosse all’incirca un uomo similare, da un altro lato aveva travalicato assennatezza e razionalità. Ed erano indispensabili per intraprendere correttamente, equamente la sua strada, compiere passi ragionati e intelligentemente finalizzati, prima di tutto non falsi, data la delicatezza del contesto professionale nel quale era implicato.

Eppure tutte queste turbinanti e frenetiche considerazioni non presero più di tanto piede nella sua mente, dacché era ancora in uno stato di tafferuglio carnale ed emozionale. In sostanza era sfinito, prosciugato, e non soltanto fisicamente.

E di Sheila, possiamo semplicemente postillare che non aveva mai vissuto un’esperienza del genere, mai nella sua vita. Mai le era accaduto di cadere così lestamente nella seducente, erotica rete di un uomo.

Kyle terminò di effondere il suo ultimo stentato anelito, e pigramente eresse il volto per guardarla. Stette in silenzio meditativo, ma sempre sbalorditivamente irrazionale, a fissarla, con le braccia chiuse intorno alla schiena di lei, pressoché incollato alla sua pelle, come se anch’essa in quell’attimo di prodigiosa estasi, si fosse fusa insieme alla propria.

«Mi hai distrutto questa volta, Kincaid.»

«Il mio nome è Sheila» si stranì, socchiudendo le palpebre per palesargli il suo insorto disappunto, causato dalla forma impersonale con la quale l’aveva denominata, come se in tale foggia lui avesse voluto riporre le distanze tra loro.

O con tutta probabilità era lei a sentirsi così confusa, forse insicura, da ipotizzare che riscosso quel prelibato bottino, Kyle sarebbe sparito dalla sua vita alla maniera di un missile, proprio come l’aveva posseduta, travolta e scombussolata, e non perché lei ambisse a stare con lui nella forma tradizionale. Francamente quello che si era ritrovata a vivere insieme a quest’uomo, ben volentieri lo avrebbe di nuovo sperimentato.

«Va bene, Sheila, mi hai distrutto.»

“Era ora…”

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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