KALERIYA, Cap. 2

Lui le riservò un ulteriore sorriso ironico, oltremodo pungolato dall’aria sensualmente indifesa che lei manifestava, quindi non resisté neanche in questa circostanza.

In men che non si dica le imprigionò le labbra con le proprie, e parimenti rapido, la cinse per la vita e la spinse con l’ausilio del proprio corpo fino al divanetto dell’ufficio, distendendosi immediatamente con lei, su di esso.

Sheila sulle prime si lasciò travolgere, ogni volta più plagiata dal suo carisma e dal suo impareggiabile eros, anche dalla sbalorditiva celerità tramite cui riusciva a metterlo in pratica, la sicurezza, la tiranneggiante padronanza con le quali riusciva a suggestionarla, a dominarla. Ma in seguito, insorto un barbaglio di lucidità, di doveroso amor proprio, lo colse alla svelta e s’impose di resistergli.

«Ti prego, non qui… è imbarazzante…» fu capace di ansare, pur ammonendosi con baldo furore, giacché con questa forma di esprimersi gli stava dando ad intendere di volerlo fare, non lì ma di volerlo. Una cosa che lei non poteva, non doveva, perché sbagliare una volta era concesso, ma ripeterlo, oltretutto a così scarsa distanza di tempo, era inaccettabile, inconcepibile, oltre che basilarmente autodissacrante.

Lui tentò di raffreddarsi, per buona sorte stava condividendo. «Hai ragione, non qui.»

E si issò dal divano, portandola poi con sé fino alla porta. Le raccolse la ventiquattr’ore caduta a causa di quell’invasione e tenendola ancora per mano, ermeticamente, dittatorialmente, in pratica come di consueto, la condusse verso gli ascensori.

«Che cosa intenderesti fare?» si stordì lei, non arrivando ad intuire un’inezia dei suoi propositi.

«Ti porto a casa mia.»

«Che…?» s’imbalsamò lei, che fu sul punto di ribellarsi, di sonoramente declinare, eppure non riuscì ad arrestarsi, e non per causa di lui, bensì per la propria. «Ma sei fuori?»

Kyle non replicò, non accennò neanche una vocale, sempre assai sicuro di sé, fin troppo, sia nei modi che nella postura, e appena si ritrovarono nel posteggio, quietamente le dispose: «Lascia la tua auto posteggiata qui, ti riaccompagnerò io.»


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«Ma, io…» s’impappinò, nocivamente impreparata a questa paradossale situazione.

Lui si volse e dopo un ammaliante, irresistibile sorriso, tanto che lei non poté di un minimo contestare, le sigillò la bocca con un espugnante, tacitante bacio.

E ulteriormente plagiata, del tutto cedevole si arrese, quando Kyle si separò da lei e la trascinò per l’ennesima volta con lui.

«Andiamo.»

«Entra.»

Sheila era stata silenziosa per l’intero tragitto, imperturbata, seppur impressionata a dismisura. Era impossibilitata a realizzare ciò che le stesse succedendo, il comportamento di lui, assurdo, per non parlare del suo, lei che si era fatta trascinare a casa di un uomo tendenzialmente sconosciuto senza opporsi di un filo, così, autenticamente ipnotizzata.

Varcò la soglia con una certa nonchalance, anche se inutile in realtà, se ne rendeva conto, in quanto poteva divenire pietosa, insipida, ma almeno un granello d’orgoglio lo voleva salvare, soprattutto perché si rendeva altresì conto di volerlo. Purtroppo lo voleva all’esagerazione, addirittura indecentemente per il suo amor proprio ormai funestamente scalfito.

Quindi dimostrarsi capricciosa, come dire, tirarsela, non era per niente opportuno, dacché in sostanza si era già concessa. Tecnicamente si era buttata tra le sue braccia, e poi quell’uomo sapeva leggerle negli occhi, sapeva cosa lei desiderasse, cosa fosse disposta a fare, era consapevole del potere che esercitava su di lei, dunque l’atteggiamento più decoroso da adottare era di tener la bocca chiusa, fare quello che sentiva di voler fare.

Ma ciò non toglieva, in qualunque caso, che non si sarebbe lasciata plagiare, perlomeno non integralmente. Per cui, con ostentata tranquillità si avviò in direzione del divano e si sedé accavallando le gambe, con le spalle dritte, l’espressione ancor più dignitosa.

«Allora, vuoi farmi tua prigioniera?» debuttò, per prenderla alla larga, in pratica per non gettarsi a tambur battente, e ancora, tra le sue braccia.

Kyle le sorrise suadente, di nuovo allusivo. «Sì, ma sotto le mie lenzuola.»

Sheila aggrottò la sua intera arcata sopracciliare, abbastanza seccata da quella rinforzata arroganza sbandierata. Ma dopotutto era stata lei ad averglielo permesso, pertanto preferì moderarsi nella propria replica, seppur accompagnandola con un pizzico di pungente salacità: «Non trattarmi alla stregua di un orsetto di tua proprietà con il quale puoi trastullarti come più ti è congeniale. Sono un essere umano, casomai te lo fossi dimenticato.»

«Non potrei mai dimenticarlo, sei troppo sexy e vivida per essere scambiata con un peluche inanimato, direi anche molto calda, veramente calda.»

Detto questo, per Kyle più che sufficiente al fine di darle risolutivamente ad intendere che, come lo voleva lui, anche lei lo voleva, era perfettamente lampante, si tolse la giacca e le si sedé dinanzi, su un pouf.

Le prese delicatamente le caviglie e le sfilò le scarpe, poi se le sistemò sulle ginocchia, iniziando ad accarezzarla per tutta la lunghezza delle gambe.

Sheila restò imprigionata da quei tocchi morbidi ma sensuali, da delirio, di un sensuoso esorbitante, quella sorta di massaggio mirato che, come per magia, rilassò poco a poco tutti i muscoli del suo corpo, ma che si contrassero nuovamente, repentini, nel momento in cui Kyle a palmi pieni, risalì le sue sinuose gambe per tirarle su la gonna, per sfilarle piano, ancor più sensuale, i collant, uno dopo l’altro.

E la carezzò sulla pelle discinta, liscia e invitante, finché cessò di perdersi in cosiddette chiacchiere, lo aveva già fatto ben troppo, e la afferrò energico ai fianchi per poterla attirare a sé, per aderire a lei, materializzare il tanto smaniato contatto con quel corpo malioso, sprigionare l’esacerbata elettricità che fremeva copiosa di svincolarsi.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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