KALERIYA, Cap. 1

«L’indicatore oscilla dalle due alle quattro ore, però la stima è teorica, non lo so precisamente. Ciò che so in concreto è che i file da recuperare sono in totale di circa duecento gigabyte, come in effetti avevo ipotizzato, anche se dipende dal fatto che il software stia recuperando i file indistintamente, voglio dire, inclusi i documenti che erano stati precedentemente cancellati e che di conseguenza non sarebbe necessario estrapolare. Ma non avendo idea di quali siano quelli di vostro interesse, li ho selezionati tutti, poi interverrete voi per sforbiciare gli elementi recuperati» si mitigò, saldando di nuovo la sua attenzione sul monitor.

«Ha mangiato qualcosa?»

Sheila si sbalordì, ma non si dissestò. «Ho con me delle barrette energetiche, preferisco mantenermi leggera in casi analoghi, per essere vigile e non perdere la concentrazione che una digestione eccessiva mi provocherebbe.»

«Le porto un caffè?» le propose, insolitamente gentile.

«Beh, sì… grazie, sarebbe l’ideale» si destabilizzò, non solo per questa proposta inaspettata, ma anzitutto dal tono morbido che lui aveva impiegato, sicuramente atipico per un soggetto del genere.

Kyle non disse altro e si mosse per uscire, sempre con quell’aria tenebrosa ma per lei dopotutto carismatica, un tantino inquietante, però non era male davvero.

Sospirò esausta, si tolse gli occhiali e si sciolse i lunghi capelli da troppo soffocati dal suo formale chignon, per farli dunque respirare. Si levò la giacca del tailleur e la adagiò sullo schienale della sedia, stava iniziando a sentire caldo per quanto le aderisse, o forse era la stanchezza, e quel tipo di vestiario non le consentiva di muoversi in piena scioltezza, senza considerare il calore sprigionato dalle macchine.

Lui rientrò dopo poco, e a quella nuova mise restò un po’ spiazzato. Tuttavia non si scompose più di un tot, le si accostò e le porse la tazza di caffè.

Nel ruotarsi col busto, lei si scoprì sensibilmente il décolleté, data la stretta aderenza della camicia e la sua abituale assenza di lingerie. E fulmineamente lui, fu oltremodo attirato da un tale avvincente particolare, pur nonostante ovviò di nuovo.

«Come procede, ci sono stati intoppi?»


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«No, tutto liscio e regolare» schematizzò, mentre prendeva la tazza per berne un sorso.

«Permette?» Alla stregua di un’irriducibile freccia Kyle si chinò per impugnare il mouse e, per la velocità dello scatto, Sheila restò frastornata, immota.

Lui puntò il cursore sull’icona delle Risorse del computer, allo scopo di esplorare la pen drive ma lei, con un balzo, si alzò dalla sedia per sbarrarlo.

«Si fermi!»

Kyle si rialzò all’istante, fissandola negli occhi speculativo, pure alquanto sindacante. «Cosa c’è, qualche file personale che non dovrei leggere?»

«Non vorrà mica buttare all’aria tutto il lavoro!» si scapigliò lei, vistosamente sdegnata dalla sua scarsa considerazione, dall’inesistente rispetto esibito.

«Non stavo per annullare l’attività del software» precisò lui, estesamente indispettito da quel suo modo di trattarlo come un incompetente.

«È ovvio, ma non deve intasare la CPU con altre operazioni, potrebbe di nuovo bloccarsi il sistema, e francamente il rischio non vale la candela. Non intendo trascorrere un’altra giornata rinchiusa qui dentro, senza luci e senza finestre, e inoltre la smetta di insinuare, di diffidare, ne ho piene le tasche.»

«Questi processori non sono delle mezze carrette, miss Kincaid, sono sufficientemente potenti per sorreggere l’avvio contemporaneo di più software. Oppure una professionista come lei, non si è preventivamente preoccupata di visionare le prestazioni del sistema?» l’apostrofò, ostentandosi riccamente allusivo.

«No, a quanto mi risulta, considerato che non sono forniti di stabilizzatori adeguati, non avendo contrastato un problema di semplice tensione, e voglio rammentarle, chiarirle che questo è il mio lavoro. Lei faccia il suo e non s’intrometta nel mio.»

Lui s’innervosì, con un altro scatto l’afferrò per le spalle e la spinse contro il muro, inclinò minaccioso il volto verso il suo e sibilò: «E per lei sia chiaro che non voglio trovare un minimo, un solo file della società in quel supporto di memoria, siamo intesi?»

Impavida, Sheila sollevò il viso e, per la ristretta vicinanza, lo quasi sfiorò con le labbra sul mento. Indurì i suoi lineamenti, minimamente intimorita e lo rimbeccò: «Di cosa ha paura, dottor Reeves, che le scopra i suoi clandestini traffici?»

Lui ghignò, forse stuzzicato, eresse una mano e le incarcerò il mento con un palmo, giungendo a stringerle le guance con le dita. «Te lo ripeto, neanche uno.»

Sheila scintillò il terso ceruleo delle sue iridi. «Non darti pensiero, Mein Führer, le tue terga sono in salvo con me.»

Kyle socchiuse le palpebre e fissò la sua bocca. «Sei piena di sorprese, regina dei computer, ma non brigare con me, ti tengo d’occhio.»

«Direi molto più d’occhio» controbatté causticamente lei, muovendo un facondo sguardo in direzione delle sue dita che le avevano bloccato il viso, sostando comunque immobile sotto le sue spavalde mani, nel pugnace proposito di trasmettergli che non aveva nessuna paura di lui.

«Chi ti ha ingaggiata, dev’essere molto in alto per riuscire a scavalcare me» sottilizzò lui, trattenendosi fisso, intrigato in quella posizione.

«Allora è questo, il tuo ego è stato scalfito. Ecco perché non sopporti la mia presenza, perché non sei stato tu a scegliermi, a comandare» lo svergognò lei, acida, ormai decollata, indisposta a sottostare passivamente a quella sorta di autocratici soprusi.

Kyle slittò la mano per raggiungerle col pollice il lato della bocca, fissandoci ancora la vista. «Sei troppo sexy per fare questo lavoro, e mi stavo domandando come mai proprio tu, quando ci sono decine di candidati che sarebbero potuti essere convocati.»

«E che dovrei fare in base a questo, secondo te, la coniglietta in un night club?» s’incappellò, ragguardevolmente infastidita da una simile spudoratezza, arbitraria presunzione.

«No, ma…» E scivolò uno sguardo anatomizzante in basso, oltremisura insinuante. «Da come vesti, insomma…»

«Anche tu non indossi la cravatta, sei un amministratore, non un giocatore di poker» s’inviperì lei, solennemente oltraggiata dalla sua maniera di guardarla, anzi, analizzarla, maschilista e davvero poco gratificante.

«Mi piace giocare, begli occhi, ma non esagerare.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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