KALERIYA, Cap. 1

«Ogni fine settimana, dal secondo hard disk che funge esclusivamente da archivio, vengono trasferiti con operazioni pianificate automatiche, i backup al server dov’è conservato il database centrale.»

Lei si girò per guardarlo sorpresa. «E non è stato effettuato?»

«È saltato un’ora prima.»

«Capisco.» E visualizzò la finestra della Gestione disco dal pannello start, al link degli strumenti di amministrazione. «Il disco è vuoto ed è integro, intendo, non c’è nessuna partizione e nessuna etichetta di volume. In pratica è come se fosse nuovo, appena installato, cioè, appena collegato all’hardware.»

Lui inspirò e s’infilò le mani in tasca, raddrizzando ancor di più le spalle. «Quindi?»

«Quindi è vero, richiede la formattazione, è come se fosse da inizializzare» lo delucidò, mentre seguitava ad esplorare con interesse la cartella programmi del disco di sistema, nella quale era momentaneamente acceduta.

«Ok, ma si possono recuperare o no, i dati?» si spazientì, incominciando a tamburellare un piede sul pavimento.

«Sì.» Lei tirò fuori, dalla sua ventiquattr’ore, un CD e una pen drive. «Porto sempre con me i software di recupero, esiste un programma specifico che estrapola, mega per mega, i dati salvati, poiché solitamente rimangono nella memoria del disco, anche se non sono visibili, eccetto che sia stato formattato, operazione che presumo non abbiate eseguito. Però non le garantisco un 100%, non è impossibile, ma è difficile.»

«E quanto tempo ci vuole?» indagò, di nuovo sospettoso.

«Dipende dalla capacità in megabyte.» Osservò la finestra della Gestione disco per consultare le proprietà dell’hardware. «È un terabyte di volume, quanto spazio era stato occupato?»


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«Non saprei dirle, consideri una settimana di lavoro.»

Sheila inserì il CD. «Devo esaminare gli ultimi backup di questo PC, per regolarmi sulla quantità generica.» Ed aprì il collegamento delle Risorse di rete per individuare il server dov’era ubicata la cartella interessata, al fine di appurarlo.

«Il problema da cosa è stato potuto causare, è accidentale oppure è stato generato da un errore umano?» postulò lui, essendo questo un dettaglio che gli premeva parecchio.

«Può essere derivato da uno sbalzo di corrente elettrica. Capita spesso, normale routine, perfino a me è accaduto.»

«Mi pare molto strano, miss Kincaid, non c’è stato nessun abbassamento di tensione generale, non è scattato il contatore e non è nemmeno entrato in funzione il generatore d’emergenza, da come ne so io, e inoltre ogni presa è filtrata per proteggere le apparecchiature dalle sovratensioni che quotidianamente si potrebbero verificare alla linea elettrica» s’insospettì, sempre di più, a questa poco promettente teoria, giacché il PC in oggetto era il più gremito di tutti gli altri, in quanto a informazioni e documenti confidenziali.

«Allora è possibile che il disco sia difettoso, probabilmente è stato scritto in quantità eccessiva e ne è conseguito un fatale problema di sincronizzazione. In gergo può essersi imballato per l’usura.»

«Ma è danneggiato?» sorvolò, almeno per il momento.

«No, questo lo escluderei, dato che l’hardware viene rilevato dal sistema operativo, perciò è intatto e all’apparenza funziona, è unicamente la partizione ad essere scomparsa. Avvierò il recupero dei dati destinandolo direttamente al database, sempre se mi darà l’ok, e in seguito inizializzerò il disco per poterlo nuovamente utilizzare, anche se vi consiglio, per scongiurare nuovi inconvenienti del genere, prevedibili dopo questo caso, di installarne uno nuovo.» Si accomodò meglio sulla sedia, nel proposito di prepararsi psicologicamente a quella lunga corvée, non tanto per l’impegno occorrente, quanto per la noia che ne sarebbe succeduta. «Comunque per sicurezza, al termine del recovery eseguirò un test dell’hardware, o piuttosto, lo inserirò anticipatamente nelle opzioni del software prima di avviarlo, per accertarci che la scomparsa della partizione non sia dovuta ad una questione di malfunzionamento tecnico dell’hard disk.»

Lui inspirò un’altra volta, abbastanza snervato. «D’accordo, quanto tempo le occorrerà?»

«Dalle dodici alle ventiquattro ore, a seconda della quantità salvata, ma stando alla pianificazione settimanale dei backup, immagino che non sarà occupato più del 20% dell’hard disk, dunque al massimo una decina di ore» presunse, mentre apriva la directory nel CD inserito.

«Quindi rimarrà qui per tutta la giornata di oggi?» evinse lui, decisamente diffidente.

«Anche fino a sera inoltrata, se lo reputerò necessario, devo obbligatoriamente controllare gli step del software, anche se si dovesse verificare un effettivo sbalzo di tensione. In quel caso bisognerà riavviarlo da capo, deselezionando i file già recuperati per non impiegare ulteriore tempo superfluo.»

Lui la guardò assorto, dubbioso, poco convinto, pur tuttavia non accennò alcunché. Le rivolse un inchino ed abbandonò la sala.

«Dio, che lentezza…» Sheila si massaggiò la nuca e consultò l’orologio, erano all’incirca le otto di sera. «Altro che dieci ore, qui si fa nottata…»

Udì la porta schiudersi e si volse verso di essa.

«Non ha ancora terminato?» inquisì Kyle, con la sua solita aria diffidente.

Seraficamente lei accennò un dissenso con il capo, e si riposizionò con gli occhi in corrispondenza del monitor.

Lui si avvicinò e le si arrestò di fianco, laddove rimarcò un particolare che davvero non gli piacque. «Perché ha collegato la pen drive al computer?»

«Non sto copiando i vostri file, se questo è ciò che vuole insinuare. Io sono un tecnico, non mi occupo di spionaggio aziendale» gli evidenziò, rimpettita, avendo ormai capito che fosse effettivamente tale il problema dell’uomo.

«È da vedere, miss Kincaid, perché mi risultava che lei custodisse i software nel CD, o sto sbagliando?» la sbugiardò, ben salace.

«Nella pen drive ho catalogato i recenti aggiornamenti, l’ho collegata soltanto in caso di necessità» gli snocciolò, cercando di restare calma, imperturbata, ma le veniva assai difficile con quelle squallide illazioni, scarnamente confacenti alla sua dignità di persona e di professionista.

«Ne siamo sicuri?» diffidò lui, ancora.

In un guizzante impeto Sheila si voltò e lo incenerì con lo sguardo, si era stufata. «Senta, dottore, io sono qui da stamane, sono stanca e non ho voglia di guerreggiare con lei, salvo che lei non gradisca che la pianti in asso, e allora me ne tornerò a casa, dove ho cose più interessanti da fare, a questo punto.»

Lui rizzò la schiena e inspirò con nerbo. «Per quanto ne ha ancora?»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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