Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 9

«Non ti vedo molto in forma» constatò allora, fissandolo indagante, giacché un sottile sospetto l’aveva assaltata. «Una pessima nottata?»

«Direi, la poltrona del mio ufficio non è sufficientemente comoda» estimò lui con fare piuttosto sfibrato, ma non riducendo d’uno spillo la sua regia fierezza.

«Scusa, ma…» osò, increspando seria la fronte. «Non sei ritornato a casa tua, questa notte?» Le risultava inesplicabile perché lei, dopo essere fuggita dal camerino, rammentava bene di averli intravisti andare via insieme, lui e la moglie, di nuovo a quelle maledette vetrate girevoli del teatro, e Duncan era stato in smoking, quindi qualcosa non le quadrava, insomma, era un po’ confusa.

Lui la guardò fisso e sollevò il mento. «Sono stato buttato fuori, da casa mia.»

«Che?» Majka s’ingarbugliò, ondeggiò. «E perché?»

«Lo sai.»

«Stai dicendo che le hai raccontato di noi?» s’allucinò, sbarrando le palpebre scatenatamene incredula.

Lui scosse piano, tranquillo il capo. «Non è stato necessario, lo ha capito dai miei occhi, dai tuoi, dal tuo profumo che ha sentito su di me.»

«Questo lo trovo assurdo» dubitò, perché seppur cervellona come aveva congetturato, quella donna non poteva esserne talmente sicura da giungere a sbatterlo fuori di casa. «Non può mica leggere nel pensiero, e poi quel profumo poteva essere di chiunque, non per forza il mio, avrebbe anche potuto trasferirsi sui tuoi indumenti dopo un semplice contatto, un saluto e…»

«Me lo ha domandato, Majka, ed io non ho risposto, non ho voluto mentire» s’introdusse lui, mesto ma permanentemente imperturbato.


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Lei rimase a bocca schiusa, si lasciò cadere sulla sedia e agitò basita il cranio.

«Ed ora che farai?» si addentrò dopo un po’, dopo essersi all’incirca ricostituita.

«Ora, visto che sei qui, devo chiederti un favore.»

«E quale?» Lo scrutò circospetta, non le si prospettava un granché bene la strada che lui stava per imboccare.

«Devo cercare un appartamento, ma prima di domani non avrei un posto dove andare. Non è opportuno che io rimanga qui, né oggi, né stanotte.»

«In conclusione?» s’insospettì, adesso forse aveva capito.

«Ti richiedo ospitalità, soltanto per questa notte» le ricercò lui con aristocratica, impeccabile educazione.

«E la chiedi proprio a me?» guizzò lei disorientata, oltre che un po’ disturbata, perché se da un lato la elettrizzava l’idea di averlo in casa sua, dall’altro si sentiva usata, per quel suo modo di fare distaccato, come se tra loro non fosse accaduto un bel niente, e invece per lei era successo tantissimo.

«Perché momentaneamente preferisco che nessuno lo sappia, tu sei l’unica ad esserne al corrente e quindi sei l’unica che potrebbe aiutarmi. Mi occorre del tempo per valutare come comportarmi e di conseguenza non posso alloggiare né a casa di amici né tanto meno in un albergo, mangerebbero la foglia e non voglio essere al centro di pettegolezzi o bottino per riviste scandalistiche.»

Lei lo fissava scettica, anche alquanto accigliata. «Se soggiornassi a casa mia succederebbe, o no?»

«Non lo definirei soggiornare, si tratta di una notte, e se tu accettassi lascerei la mia auto qui, è ancora presto, e nessuno mi vedrà venire da te se prenderò un taxi» le chiarì tranquillamente.

«È un tantino squallido, non credi?» si disturbò lei, e questa volta interamente, focosamente.

«Sarebbe squallido se fosse un tentativo di sedurti, di usarti per una notte, ma io non intendo farlo e l’idea non mi ha neanche sfiorato la mente. Ti sto richiedendo una cortesia, soltanto il favore di agevolarmi in questa impasse imprevista, anche perché sono piuttosto stanco. Ho urgente bisogno di dormire, gli ultimi tempi sono stati massacranti e sto seriamente iniziando ad accusare il colpo.»

Sospirando in sordina, Majka si fermò a riflettere sul da farsi. Quello che stava vivendo era un contesto che man mano la rendeva sempre più scombussolata, perché se da un versante con le sue parole lui aveva chiuso con lei, formalmente, quantunque in effetti non fosse mai stato aperto nulla di concreto, dall’altro invece non se la sentiva di rifiutare. Lui le aveva offerto una grande opportunità, non aveva neppure voluto essere risarcito per i danni che gli aveva combinato, e per ultimo, non meno importante, lo amava, e dunque voleva aiutarlo.

E poi la stava colpendo, fuor di misura, perché tra tutti coloro a cui avrebbe potuto chiedere, che senza dubbio conosceva molto più di lei e coi quali avrebbe potuto confidarsi, checché ne volesse dire sopra sulla questione di volerlo conservare come una specie di segreto di Stato, ma a prescindere che il fattaccio si era scatenato per causa del loro intimo meeting, Duncan ne stava parlando solo con lei, lo stava chiedendo a lei, in sostanza si fidava unicamente di lei.

«Fino a domani?» ispezionò guardinga, per essere certa che non l’avrebbero tirata troppo per le lunghe, abbastanza deleterio per lei, se non funesto.

«Fino a domani» confermò lui, accompagnato da un cortese sorriso. «Andrò via in mattinata, e più tardi, ad un orario accettabile telefonerò al mio agente per trovare un appartamento. Non c’impiegherà molto, presumo che riuscirà a risolvermela nel giro di ventiquattrore.»

«Io lavoro in un’agenzia immobiliare, al limite potrei trovartelo io» si largì d’impulso, ma in un contemporaneo, interiore ammonimento feroce.

«Non occorre, ti ringrazio, è preferibile di no, e ad ogni modo non voglio coinvolgerti più del necessario, sempre che tu intenda aiutarmi per questo particolare.»

«E va bene, temporaneamente puoi dormire nel mio appartamento, in fondo per me non è affatto un disturbo, io però vivo con due gatti, quindi…» tentò, troncando allusivamente la frase, forse scaturito dalla speranza che tale dettaglio lo avrebbe dissuaso, giacché quel contesto poteva rendersi assai periglioso e tortuoso per il suo cuore che senza pietà né omissione, batteva per lui.

«Majka, sono io che devo adeguarmi, e comunque adoro i gatti, ne ho anch’io, o piuttosto, ne avevo, nella mia villa di Beverly Hills.»

«Guarda, in questo caso dipende, i miei coinquilini sono due tigri, davvero poco clementi se non gli sei simpatico. Hollie ancora pena per farsi accettare, e sono quasi dieci anni che ci prova.»

«Mi piacciono le tigri» sorrise lui, e lei lo guardò ammaliata, già, la tortura era iniziata.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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