Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 9

Majka chiuse la connessione sbuffando, era stramorta, estenuata da quella notte ovviamente insonne trascorsa a rimuginare, per tutte quelle emozioni e gli scossoni delle ultime travagliate settimane, le prove dello spettacolo, il lavoro in agenzia, senza contare il pezzo forte della sera precedente. Insomma, una radente catena di eventi che l’aveva privata di gran parte delle sue energie, nonché della sua stabilità emotiva, la quale avrebbe avuto bisogno di un discreto tempo per ripristinarsi, in pratica per tornare lei alla sua vita normale, e dimenticare, se possibile, al fine di non infliggere ripercussioni alla sua serenità futura.

Quando raggiunse il camerino, dopo un percorso nel quale aveva incontrato soltanto gli addetti alle pulizie e il custode dello stabile, tirò un largo sospiro di sollievo. Non c’era nessuno che conoscesse e questo l’avrebbe aiutata a fare ogni cosa con comodo, dacché casomai le avessero posto delle domande, per non rispondere, per non tradirsi, avrebbe dovuto fare tutto di corsa.

Ma poi guardò quel divano, quello specchio galeotto, il rossetto che era rimasto lì aperto sulla toeletta, poiché una volta usciti Blair e la moglie dal camerino, lei aveva lasciato tutto così com’era ed era fuggita a casa, spento i telefoni e ficcatasi alla svelta sotto le coperte, cercando di prendere subito sonno, anche intimamente riscaldata dai suoi gattoni che non avevano fatto che vezzeggiarla, felici di averla finalmente a casa con loro. Tuttavia non c’era stato verso, era stata con gli occhi sbarrati al soffitto, pensando, sognando ciò che aveva vissuto in quel magico camerino.

Sospirò, era tempo di farsi forza, di andare oltre, cosicché estrasse dalla sua sacca i cartoni ripiegati e li montò, vi applicò il nastro adesivo ed iniziò a impacchettare.

E si rese conto che troppi di oggetti ne aveva sparsi lì dentro, era come se quel luogo fosse per lei diventato una seconda casa, un secondo punto di riferimento, e ci si trovava bene, per davvero, senza peraltro tener nota della questione che lì era stata posseduta, amata da quell’uomo ineguagliabile. Sì, lui l’aveva amata, nel più alto senso del termine, o comunque era riuscito a farcela sentire, ed era questo che più la sconvolgeva, che le impediva d’anche semplicemente dormire, di vivere.

Udì un rumore e non gli diede peso, però un buongiorno che udì, la irrigidì in un lampo. Si girò di scatto e lo vide, Blair, che la osservava con la sua consueta aria imperscrutabile, ma palesemente stanco.

Majka deglutì e in simultanea tossicchiò, allo scopo di farsi scendere quel magone improvvisamente salitole in gola. Rispose veloce al saluto e si riconcentrò sulla sua incombenza, a malapena, combinando un gran caos, ma sempre meglio che farsi intrappolare per l’ennesima volta da quegli occhi.

«Allora è deciso.»

Lei annuì rimanendogli giudiziosamente di spalle, ma non appena lo avvertì avvicinarsi, scattò in piedi e si voltò per guardarlo pressoché minacciosa, per trasmettergli l’altolà, di non fare più un solo passo nella sua direzione.

Lui non si arrestò dal suo calmo incedere verso di lei, esibendosi sempre con la sua aria sicura e decisa, una condotta che in quell’istante, la fece pressappoco imbestialire.


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«Cosa c’è, Majka, perché mi guardi così?»

«Non sono io che devo spiegartelo, mi sembra abbastanza naturale dopo come ti sei comportato, non trovi anche tu?» lo colpevolizzò, in una vampata indispettita, nel sentirsi prendere clamorosamente per i fondelli.

Duncan s’infilò le mani in tasca e non le rispose, soffermandosi imperturbato a fissarla dritta negli occhi, a viso idealmente scoperto, come se le stesse fornendo l’opportunità di farsi osservare, studiare. Ma in quel mezzo lei, avendo salubremente fugato la traiettoria di quello sguardo diroccante, rilevò un particolare che non aveva notato prima, impegnata com’era stata a restare salda su se stessa.

Lui indossava una camicia bianca ed un paio di jeans, era divino, neanche un accessorio nero fuorché la cintura in cuoio abbinata alle scarpe. Non che non le piacesse rimirarlo vestito di nero, al contrario, lo glorificava quel colore, si abbinava perfettamente a quella sua chioma corvina e satinata, la carnagione ambrata, quegli occhi più trasparenti dell’acqua, però in effetti era bizzarro. Non lo aveva mai visto in questa mise, e assurdamente in quel frangente le parve una specie di simbolo, un arcano messaggio del suo corpo.

Ma si scrollò e rimosse lo sguardo, meglio non perdersi in quella vista, per cui riprese assennatamente la sua attività.

Duncan la osservò silente per qualche minuto, fisso, senz’accennare nessuna intenzione di andarsene, e lei ad un certo punto s’infastidì, sentendosi un po’ troppo squadrata, esaminata.

«Cosa vuoi, Duncan, se non hai nulla da dire puoi anche andartene. Suppongo che tu abbia di meglio da fare la domenica mattina, anziché stare qui a perdere tempo con me, potresti benissimo trascorrerla con la tua famiglia» lo stangò, sfarzosamente velenosa.

«Di norma sì, ma non oggi.»

«Beh, c’era da immaginarselo, che tu non trascorressi nemmeno la domenica coi tuoi figli» esplorò sottilmente, per appurare se ne avesse sul serio, datosi che il nome menzionato dalla moglie, Earline, le era rimbombato in mente a ripetizione, e quella era una realtà che doveva conoscere, mettersi l’animo in pace, perché sapere che avesse prole, l’avrebbe innegabilmente allontanata da lui, molto più che nel saperlo sposato.

«Non ho potuto» notificò lui concisamente.

A quella celere e divellente conferma, lei ricevé un ferino colpo al cuore e si ammutolì.

Tuttavia lui andò oltre, puntualizzando: «Anche se non sono miei, sono di mia moglie, mi sarebbe piaciuto trascorrere la giornata insieme a loro.»

Majka fu come se fosse stata liberata da un brutale peso assassino, pur nonostante non si ammorbidì, tutt’altro, era il caso di ripristinare ancor più le distanze, se non astio tra di loro. «Ah, capisco, sempre il lavoro, davanti a tutto, a tutti gli esseri umani, giusto?»

«Non sto lavorando, sono qui perché ne sono costretto.»

Lei trasecolò, se non era il lavoro che lo costringeva a trattenersi in quel luogo perfino di domenica, allora che cos’era?

E lo osservò per capire, delucidarsi da siffatta perplessità, e difatti lui aveva l’aria stanca, soltanto ora se ne stava accorgendo, era come se non avesse dormito.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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