Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 9

Ad una così granitica opposizione Duncan si soffermò a fissare Majka in silenzio, immerso in chissà quale recondita meditazione, indecifrabile per lei che incominciò a sentirsi spaesata, ormai disperata, nel vivido desiderio che lui in qualche maniera ritrattasse, che non le terminasse di disincantare il precedente, magico momento vissuto, magari anche con un semplice sorriso rincuorante. Pur tuttavia quel richiamo si reiterò, e si udì inoltre bussare alla porta del camerino con dato fervore, per cui pacatamente lui si eresse dal divano.

Si sistemò tempestivamente lo smoking e si controllò i capelli per verificare se fossero in ordine, di nuovo egli presentabile, il tutto senza mai guardarla, finché non si volse e la scorse che si stava accostando adagio allo specchio, più o meno ricomposta. Ma rimarcando che lei faticava ad allacciarsi la cerniera dell’abito, con qualche lento passo che la fece segretamente tremare, le s’avvicinò e con movenze ancor più lente e sensuose, gliela richiuse.

Muta e perturbata, Majka gli accennò un segno di gratitudine con la testa, senza ora lei guardarlo, si ritrovava in terribile imbarazzo per ciò che era appena accaduto, non lo stava affatto realizzando per quanto imprevisto, pazzesco. Eppure lui, anziché allontanarsi si trattenne così, incollato alle sue spalle, sulle quali adagiò le mani per accarezzargliele in caldi e magnetici tocchi, e d’istinto chinò il volto per baciargliene una, sempre senza scollarsi. Ripeté quei sensuali baci fino alla radice del suo collo e lei s’inebriò, rischiò di prendere ancora il volo.

Duncan udì ancora quella voce, francamente molesta, pertanto issò indolente il capo e la guardò dallo specchio, arrestando gli occhi sulle sue labbra, gonfie, talmente invitanti, alla vista soffici, così purpuree per l’aggressione dolce dei suoi baci appassionati, che mosse morbida una mano per avvolgerle il mento, singolarmente magnetizzato da esse, per portarsele alla bocca e gliele sequestrò in un bacio pieno, disarmante, lei che fissa, ulteriormente ipnotizzata accoglieva quelle labbra, Dio, stava per venir fuori dal suo senno.

Poi lui la liberò, seppur alquanto renitente, si scostò d’un passo e lei ne approfittò difilato per sedersi, stava rischiando di non reggersi più sulle sue gambe.

Duncan recuperò l’assegno e glielo depositò dinanzi, sulla toeletta. «Mettilo via.»

«Ma io…»

Duncan s’inclinò maestoso su di lei, la colpì con un sorriso che le abortì qualsiasi vana parola e, senza poter resistere, sollevò una mano per fasciarle nuovamente il mento con un palmo, mentre con il pollice le invadeva la bocca, premé con esso per sentirla, per beneficiare della serica, seduttiva aderenza con la sua pelle.

«Rimetti il rossetto.»

A stento Majka sbozzò un assenso, accentrata da quegli aurei occhi, turbata dal prodigioso potere che esercitavano su di lei, e lui non poté un’altra volta resistere. S’inclinò maggiormente fin quasi a sovrastarla, e la baciò di una lunga e divina, inesprimibile intensità.


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«Le tue labbra, le tue labbra sono come ciliegie. Metti quel rossetto, Majka, mettilo» esigé pressappoco ansante, nel tempo in cui fu capace di abbandonarle, ma riprese comunque a toccargliele con le dita, avido, affamato d’un altro bacio, e di chissà quanti altri ancora.

Ma si diede una mezza scossa, si rimise eretto ed andò ad aprire la porta.

E non trascorse nemmeno un minuto, che sull’uscio apparve una donna, quando Duncan aveva ancora la mano adagiata sulla maniglia, posa che non consentì a quest’ultima di discernere se l’uomo stesse entrando o uscendo dalla stanza.

«Tesoro, ma dov’eri finito, ti ho cercato per tutto il teatro» gagnolò costei, evidentemente la moglie, la quale avanzò per introdursi nel camerino, spingendoci anche lui con un palmo aderito al suo torace, nell’intento di ripararsi da occhi ed orecchie indiscrete.

Una brutale stoccata privò Majka del suo respiro, nulladimeno quello fu un’inezia, perché dallo specchio, mentre cercava alla bell’e meglio di mettersi quel benedetto rossetto, vide la donna allacciargli le braccia intorno al collo e baciarlo melliflua sulle labbra.

Fu un colpo assai duro, altroché, eppure la moglie, dopo averlo baciato, per un attimo si arenò. Guardò prima lui negli occhi e dopo anche il volto di Majka, qualcosa non l’aveva convinta.

Ma Duncan, quietamente, atteggiamento che la ferì copiosamente giacché dava a intendere di non aver fatto assolutamente nulla con lei, che ancor peggio non fosse microscopicamente cambiato nulla in lui, senza oltretutto includere il come riuscisse a fingere nel conservarsi freddo e imperturbato, diretto alla donna esordì: «Janette, ti presento Majka, è la protagonista dello spettacolo.»

«Lo so chi è» segnalò l’altra a mezza bocca, pressoché insofferente, e senza rivolgerle un unico sguardo, un cordiale saluto di presentazione od una mano nemmeno a parlarne, agguantò un polso di Duncan per trascinarlo fuori con sé. «Dobbiamo tornare immediatamente a casa, ho appena saputo che Earline non si sente affatto bene. È probabile che le sia salita di nuovo la febbre.»

Inutile puntualizzare che Majka rimase abbastanza offesa da quel comportamento altezzoso, come se l’avesse guardata dall’alto in basso, sminuita, neanche fosse stata un insignificante soprammobile anziché una persona, per cui restò in assoluto silenzio, trattenendosi apatica a guardarli uscire dal camerino.

Tuttavia, allorché si ritrovò al di là della soglia, prima di andarsene lui le lanciò uno sguardo insolito, per lei sempre incomprensibile, ma d’altronde come tutta quella pazzesca, inaudita storia.

E sospirò, perché si era ficcata in quel guaio?

«Hollie…» pispigliò, invocandola virtualmente, una volta che i due si furono dissolti dal suo campo visivo. «Io ci ho provato, ti giuro che ci ho provato, ma a quanto pare sono già fritta e rifritta…»

«Ci vediamo, anche più tardi?»

«Ne dubito, oggi resterò per l’intera giornata a casa, anche perché ho intenzione di riposarmi.»

«Via, è domenica, puoi bivaccare tutto il giorno!» protestò Hollie, manifestando un fare più eccitato del normale.

«Bivaccare non è il termine esatto, visto che questa mattina devo occuparmi di liberare il camerino e in seguito dovrò sistemare i cartoni a casa. Vorrei anche fare qualche pulizia che non sia tanto superficiale, perciò avrò poco tempo per riposare» si contrappose Majka, mentre ingranava la marcia per ripartire dall’incrocio su cui era stata in sosta, per l’attivazione del semaforo rosso.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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