Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 6

«Non alludevo alla mia retribuzione, intendevo solo sottolineare che sarà sempre qualcosa di temporaneo. Io ho bisogno di una sicurezza che sia persistente, cosa che senz’altro non possiederei, lasciando il mio attuale lavoro per azzardare una professione che apparentemente non sono in grado di svolgere.»

«Ce n’è un’altra?»

«Di cosa?» si confuse a quella glissata.

«Di condizione.»

«Sì, beh…» si arenò, quella le veniva difficile perché era come se gli dichiarasse velatamente di covare un interesse per lui. «La sua presenza mi pone un tantino a disagio.» Ecco, lo aveva detto, chissà se avrebbe capito?

«Va bene.»

«Va bene, cosa?» ribatté trasecolata.

«Organizzerò le prove in base ai suoi impegni lavorativi» concesse lui con un pacifico tono.

«Scherza?» Lei si sbalestrò, però poi si contrasse, nel sopravvenuto timore di avergli lanciato un messaggio errato, trasmesso una pessima impressione di sé. «Senta, non vorrei essere fraintesa, io non voglio che lei pensi che mi atteggi a primadonna e…»

«Non lo penso» la tranciò, pur senza scomporsi. «Comprendo le sue esigenze e cerco di conciliarle con le mie, tutto qui.»


Advertisment

loading...

Sul viso di Majka s’affrescò un’espressione esterrefatta, ella stessa si stupefece a dismisura, davvero non credeva a quel che stava vedendo. Si sentiva come se stesse assistendo ad un dio che si spogliava della sua divinità per scendere sulla terra, per mescolarsi tra i comuni mortali, forse un po’ esagerato come paragone, ma a lei pareva proprio così.

«Quindi è… per tutto?»

«Per tutto» certificò lui tracciando un calmo, acquiescente cenno con il capo. «Se deciderà di interpretare questo ruolo fisseremo orari ben definiti per concederle la possibilità di svolgere comodamente la sua professione, e non assisterò alle prove dello spettacolo.»

Lei lo fissò stordita, statica, turbinosamente incredula, senza snidare un’unica parola adatta per replicare, principalmente perché non c’era, le aveva per la millesima volta tappato la bocca. L’aveva magistralmente piazzata con le spalle al muro, anzi, letteralmente chiusa in un angolo.

«C’è altro?» postulò Duncan sbrigativo, nella motivata convinzione d’aver ottemperato alla chiarificazione di ogni singolo punto.

Ancora drasticamente inebetita lei scosse la testa, e recependo che codesto fosse un indiretto invito a togliersi di torno, si levò dalla sedia prendendo con sé il copione e s’indirizzò verso la porta, dopo avergli accennato un inchino per salutarlo.

«Miss Winter?» la chiamò lui, rimanendo seduto, e lei, un pochino ondeggiante, si volse silenziosa per appurare che cos’avesse ancora da dirle.

Duncan la guardò interrogativo, ma sempre impenetrabile. «La sua borsa.»

Lei trasalì, orientò lo sguardo in direzione della scrivania e si accorse d’averla lasciata lì, l’aveva del tutto dimenticata, inabissata com’era nel suo fagocitante subbuglio, benché riuscisse a non darlo a vedere, anche se quel particolare, beh, aveva rivelato in pieno anzidetto trambusto interiore.

“Eh, sì…” pensò sospirosa tra sé. “Non sbagliavo, tu sei pericoloso per davvero, non mi fai scordare la testa solo perché ce l’ho incollata al collo.”

Ebbene, quelli in atto erano i primi tangibili sintomi, o più per l’appunto un segnale, ovverosia di quanto fosse deleterio come proponimento il sobbarcarsi una responsabilità d’un tale complicato dove, all’infuori del trottare, del fisicamente estenuarsi, la sua mente sarebbe stata messa a dura prova, se non il suo cuore, pensandoci bene.

Ma, tratte le somme, potenzialmente non era un male, magari si sarebbe strattonata un po’, dato un po’ di vita alla sua esistenza che era divenuta piuttosto piatta, per non dire insipida, come altresì le aveva consigliato Hollie, e magari, volesse il cielo, si sarebbe persino divertita.

Cosicché con una certa, seppur finta disinvoltura si riavvicinò per recuperare la sua borsa, e dopo aver rinnovato quell’inchino, s’incamminò per ritornare in agenzia.

Lui la fissò silente, di nuovo assorto, minuziosamente meditativo, ma senza trapelare la ridottissima emozione, pensiero, valutazione.

«Adesso però non fare la matta alle prove» sfrigolò Hollie, issando le sue gambe per distenderle sul tavolino del soggiorno. «Ehi, ma che indisciplinati!»

«E ora che ti prende?» si sbalordì Majka, volgendosi istantanea in corrispondenza del divano.

L’amica sbuffò imbronciata. «I tuoi gatti, sono sempre poco ospitali con me.»

«Quello era, anzi, è il loro letto, e tu hai invaso il loro territorio.»

«Ok, posso pure giustificare il disappunto, ma addirittura mordermi i piedi…» si lagnò, sbuffando un’altra volta. «Ohi, piantala!» s’arrovellò, nell’aver adocchiato il gatto che con colpi secchi batteva la zampa sul tacco della sua scarpa, mentre con fare poco promettente dimenava la coda, parecchio innervosito, come se la stesse puntando, come se la volesse cacciare dal divano.

A quella scena Majka ridacchiò esilarata. «Tu e gli animali siete due cose agli antipodi.»

«Ah, preferisco più i cani, belli e buoni, che se ne stanno tranquilli a cuccia, e si fanno avanti solo quando vengono interpellati.»

«O comandati» la fulminò, dichiaratamente sarcastica.

«Ah, guarda che l’ho capita, ma dentro casa ci vuole un minimo di disciplina. Come vuoi ottenerla con un felino che ritiene casa tua il suo territorio?»

«Ti sbagli, sono disciplinati, se non altro con me, che vivo con loro un rapporto paritario ma con le giuste restrizioni, certo, è vero che a volte qualche dispettuccio lo fanno, ma solamente se li lascio soli per lungo tempo, o se quando torno a casa non li considero, non li coccolo un po’. Comunque a parer mio è perché sentono che non li trovi tanto simpatici e ti ritieni superiore a loro, come faresti con un cane» attestò lei, accingendosi a terminare di sistemare il lavabo.

«E lo sono, loro sono degli animali, e che cavoli!»

A quell’esclamazione, al mutamento di tono di voce, uno dei gatti, Jury, il più intraprendente e vispo, salì sul tavolo e le addentò fulmineo una caviglia, balzando istantaneamente dopo a terra.

Hollie scattò all’impiedi e si posò bacchettante le mani sui fianchi. «Ehi, screanzato!»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

Tag:, , ,



loading...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *