Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 6

Majka osservò quel biglietto da visita per giorni, messo in bella mostra sul tavolo del soggiorno, fisso, e anormalmente neppure i gatti lo avevano fatto fuori. Di regola quel tavolino doveva essere sempre sgombro perché qualsiasi oggetto lì sopra adagiato, era come se recasse loro fastidio, seppur non si permettessero di salirvi, sempre che non avessero gradito rimanere senza pelliccia.

E si era scervellata, aveva pensato e ripensato fino all’esasperazione, vagliato tutti i pro e i contro, cos’avrebbe guadagnato da un , e cosa avrebbe perso con un no, ma ogni suo pensiero, tutti i suoi interrogativi e le conseguenti risposte, erano confluiti a quel maledetto , e per una unica, esclusiva ragione. Voleva rivederlo.

In conclusione, accettare la sua proposta era il solo modo per poterlo rivedere, dato il soggetto inafferrabile, pressoché invisibile, l’unico sistema per non farlo uscire radicalmente dalla sua vita, in qualunque verso fosse. Non sapeva precisamente il perché, dal momento che in concreto non sentiva di esserne innamorata, come forse aveva lasciato intendere ad Hollie, eppure ci aveva ben ragionato ed aveva ottenuto la convinzione che la sua fosse una semplice infatuazione. Magari era una pura ammirazione la sua, intensa ma platonica, o poteva anche darsi che la intrigasse nella personalità avvincente e fuori dal comune, per la sua riscoperta, lodevole professionalità.

Le piaceva molto, moltissimo come essere, senza tener nota della sua straordinaria avvenenza che era buffo, o forse magico, chissà, ma le sembrava che diventasse più bello ogni volta in più che lo incontrava, che fruiva dell’opportunità di guardarlo. Ma era questo assai ben distante dal provare un sentimento d’amore, fermo restando che era tecnicamente impossibile, ragionatamente inverosimile innamorarsi di una persona dopo averla incontrata una decina di volte, con cui ne aveva conversato a malapena un paio.

Ergo amore non era, non nel senso romantico del termine, su quest’aspetto aveva conseguito una determinata chiarezza, le era chiaro. Non provava alcunché di amoroso per lui, anzi, quella medesima sera aveva terminato di trascorrerla con Dorian, avevano dato corso ad un’effettiva relazione, certo, non era un fidanzamento, lungi da lei, non ne era microscopicamente intenzionata, bensì era una semplice frequentazione che andava al di là della pura amicizia.

Ciò posto, v’era tuttavia un nonsoché di potente che la spingeva ad accettare. Magari era realmente la sua vocazione e lo stava percependo soltanto al presente, ma soprattutto perché alla fin fine Blair, malgrado il suo comportamento eversivo, per giunta profumatamente infantile, insisteva a volerla nella propria compagnia, il che denotava che l’uomo vedesse qualcosa in lei, un qualcosa di eclissato, di non individuato, ma che premeva incalzante per poter uscire, per poter emergere.

In definitiva lui era un talent scout, oltretutto uno dei più celebri e attendibili sulla piazza. Quindi, astraendo dal sospetto iniziale in base a cui lei aveva ipotizzato che costui volesse prettamente sedurla, il quale peraltro si era dissolto in seguito ad attente e dinamiche valutazioni, il mero obiettivo di Blair era professionale.

Aveva visto in lei del talento, come non ne aveva idea, innanzitutto da quali particolari lo avesse rilevato, però lo aveva visto. E lei ora era vividamente curiosa di sapere, sapere cos’avesse di così superbamente speciale da attirare l’attenzione di un uomo del genere.

Sicché, dopo averci rimuginato abbastanza, anche più del dovuto considerando che lo aveva attuato a vuoto perché ogni sacrosanta volta aveva raggiunto la conclusione di accettare, un bel giorno, d’emblée, impugnò il telefono e lo chiamò.

Rispose la casella vocale, ma la sua voce le procurò un improvviso tremito, nocivamente destabilizzante, e a tutta prima fece per chiudere senza lasciare nessun messaggio, nell’istintivo pensiero che fosse ancora in tempo per svignarsela, una sorta di panico che la incitò facinoroso a scappare con la coda tra le gambe.


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Eppure, dopo aver udito il bip, incontrollatamente formulò: «Sono Majka Winter, ho deciso di accettare», così sintetica e determinata che quando si ritrovò col telefono in mano, a comunicazione interrotta, si sbalordì di sé, in quanto quella telefonata era stata volta ad accordarsi per un colloquio preliminare da dove avrebbe preso la sua decisione. Doveva prima verificare di cosa specificatamente si trattasse e non di certo accettare a scatola chiusa, anche porre le sue condizioni, insomma, non ce lo voleva in sala prove, sicurissima che lui avrebbe minato la sua disinvoltura e la buona riuscita della sua preparazione.

Non trascorsero nemmeno cinque minuti che udì un bip provenire dal suo telefono cellulare, era giunto un SMS, e supponendo il mittente, all’istante lo aprì e lo lesse.

Alle cinque di oggi pomeriggio, nel mio ufficio, in teatro.

«Ma che presuntuoso…» osservò, subito accigliata, giacché non le concedeva l’opportunità di organizzarsi, se le fosse calzato quell’orario, se avesse impegni in programma. Però d’altronde sinora era stato fin troppo conciliante con lei, e sottostarvi era il minimo, quantomeno per pareggiare i conti.

O forse si era seccata per il risvolto telegrafico, freddo, neanche una firma, un cordiale saluto, era come se lui avesse dato per scontato che lei avrebbe accettato l’incontro a quell’ora. Ebbene, contrastava di netto con il suo superlativo, sorprendente atteggiamento di qualche giorno precedente, quando lo aveva incontrato, o più per l’appunto riscoperto nella toilette del teatro.

E va bene che nel pomeriggio era libera, ma lui non lo sapeva, e tale pensiero la infastidì in maggior misura. La preoccupò, perché in codesta forma Blair le stava trasmettendo il messaggio che qualunque altro suo impegno sarebbe risultato secondario rispetto a quello preso con lui, persino di lavoro.

Dunque i primi, imponenti pilastri da fondare erano giusto questi. Si sarebbe trattato sempre ed esclusivamente di un hobby, non la sua occupazione primaria, dato che a come figurava quell’uomo era tuttora convinto che fosse una sua cogente ambizione, e a questo punto sarebbe stato lui a dover accettare o meno.

«Si accomodi, miss Winter.»

Majka aprì la porta abbastanza sconcertata, poiché Blair l’aveva invitata ad entrare senza domandare chi fosse, senza sapere che fosse effettivamente lei ad aver bussato alla sua porta.

Lui era di spalle, in piedi di fronte alla scrivania, e adagio si volse, un’espressione formale, distaccata, un’altra volta diversa.

«Venga pure avanti.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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