Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 5

Lei non afferrò l’allusione, troppo intenta ad analizzare quella sua inattesa, oltre che sbalorditiva proposta. «Che genere di spettacolo è, sempre una commedia?»

«Non esattamente, e non è neanche un musical, ma se deciderà di tentare le illustrerò il copione» affabulò, dal fare ancor più delicato e indulgente.

«Lei sarà lì, intendo, in sala prove?» scandagliò d’inaccorto impulso, non sapendo nemmeno quale risposta preferisse, perché un avrebbe comprovato la teoria di Hollie, ma al contempo significava che sarebbe dovuta sottostare ad una tortura trovandoselo costantemente davanti e intorno, e un no l’avrebbe sollevata ma delusa. Insomma, un bel turbinio contrastante.

«Dipende da lei» palesò sinteticamente.

«Intende se farò bene il mio lavoro?» evinse, scrutandolo negli occhi per comprenderne il nesso, data la velatura a doppio senso insita in siffatta precisazione.

Lui mosse il capo in segno di negazione e non rispose.

A questa enigmatica postura, lei raggrinzò le sopracciglia e damascò una piccola smorfia, cercando d’interpretarla. «Devo dedurre che posso scegliere?»

Duncan stavolta sorrise, le insignì un inchino, e si volse per uscire dalla toilette.

«Che voleva dirmi con quel sorriso?» s’interrogò Majka sottovoce, dopo averlo visto svanire. E poi perché lui non si era recato ai servizi, era entrato solo per parlare con lei, l’aveva seguita?

«Che sciocca…» si rabbuffò, ancora in sommesso, adesso se la stava tirando troppo. Però l’evidenza era questa, quindi quel sospetto, dolce sospetto, si ripresentò.


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Poi osservò il biglietto, era il caso di farlo, di rischiare, di buttarsi giù da quel burrone?

Sì, era un autentico rischio, se non suicidio, come infatti sosteneva Hollie, perché alla fin fine non le interessava d’una virgola di poter interpretare quel ruolo. Quello che voleva era ritornare lì, forse vederlo, chissà, con quella sua nuova aria, così sublime, stringente, ed era forse questo che lui intendeva nell’aver puntualizzato che la sua presenza dipendesse da lei, se fosse lei a volerlo, se sul serio desiderasse essere sedotta da lui.

“Magari…” pensò, ma dopo pochissimo si scosse. Doveva stare con gli occhi ben aperti, precisamente come l’amica le aveva consigliato.

Il lasciarlo entrare nella sua vita era azzardato, considerata la sua elitaria posizione, senza peraltro valutare l’essere ombroso, particolare, misterioso a tal punto da far perdere la bussola ed anche la testa, un essere che mediante i suoi interpretabili e multisfaccettati, disarmanti silenzi aveva la capacità di mandare in turbinosa confusione chiunque, fin troppo singolare e sicuro di sé. Si vedeva lontano un miglio che si ritenesse, anzi, che fosse capace di qualsiasi cosa se soltanto l’avesse desiderata, che fosse una donna, o un essere umano nel suo più pieno significato, semanticamente trattando.

In effetti non era una brillante idea, tutt’altro, si sarebbe unicamente complicata l’esistenza, perché sposato o no, quell’uomo era un soggetto pericoloso, in qualunque senso immaginabile.

In aggiunta, lui non era stato per niente esaustivo su quanto lei avrebbe dovuto fare, perché se quella in programma non era propriamente una commedia, si trattava certamente di una rappresentazione drammatica, teatro impegnato. E se lei non era stata in grado di districarsi in un banalissimo musical, era indubbio che cimentarsi in questa sarebbe stato peggio che scalare una montagna, sempre quantificando tempo e impegno che avrebbe dovuto riservargli.

Scrollò le spalle e s’instradò diretta all’uscita, dove fortuitamente lo scorse andarsene con una donna, senz’altro la moglie per l’intimità che palesavano, mentre stavano oltrepassando le porte in vetro girevoli del teatro, lui che le adagiava una mano sulla schiena denudata dall’abito, un incantevole sorriso rivoltole, e costei che con un’aria sgargiante, stucchevole, si lasciava vezzosamente condurre.

Majka aguzzò la vista per distinguerla bene, per inquadrare la varietà di donna che facesse breccia nella scorza di quell’androide imperturbabile, e la valutò tecnicamente poco avvenente, diciamo bruttina per un tipo come lui, esteticamente parlando. Aveva un viso asciugato, con zigomi sporgenti e naso affilato, i tratti navigati e tirati, e da quell’angolazione si riusciva anche a distinguere un bel paio di occhi cerchiati, borse ben evidenti nonostante fossero camuffate dal make-up, mentre i capelli medio lunghi liscissimi d’un castano chiaro ramato, sottili e appiattiti, le asciugavano ancor di più il volto.

«Uhm, sembra un cadavere che cammina…» bisbigliò pianissimo, arricciando sindacante la bocca, forse una valutazione un po’ perfida, ma in totale franchezza la trovava abbastanza inguardabile, ed anche un tantino raccapricciante.

Poi trasferì la sua analisi sul fisico, che invece era un po’ troppo allungato, smilzo per accompagnare, glorificare l’imponente figura di lui, quantunque fosse provvisto di curve abbondanti nei punti giusti, clamorosamente sproporzionate. Saltava all’occhio che la signora avesse impiantato delle protesi, scelte anche male nelle dimensioni perché disarmonizzavano la sua figura.

“Ma come sei anatomizzante…” pensò rimbrottandosi da sé. “E pure invidiosa…” assodò, con un sospiro pressappoco depresso, perché se quella tizia non era esteticamente il top per Blair, voleva indicare che fosse una specie di cervellona, come minimo, dacché a quanto risultava le apparenze contavano poco per un tipo analogo. Forse era brava sotto le lenzuola, magari era l’unica donna che riuscisse a tenergli testa, e con un uomo come lui doveva essere almeno una genialoide, se non altro superiore alla media.

“Ma ti stai ascoltando, Majka, che razza di pensieri fai?” si bacchettò ancora tacita, per questo suo manifestarsi superficiale, che si appigliasse a meri difetti fisici per non sentirsi inferiore. O forse perché se si sentiva fisicamente superiore a quella donna, anche se non tanto a onor del vero, era altresì conscia che cerebralmente non avrebbe mai potuto competere con lei, figurarsi con lui.

«Sei pronta per andare?» E lei sobbalzò.

«Oh, sì, devo solamente fare una sosta in guardaroba per ritirare il mio soprabito.»

Dorian le foggiò un amabile sorriso. «Lascia, dammi il coupon, me ne occupo io.»

Majka lo ringraziò attraverso un altrettanto amabile sorriso e subito s’affrettò a cercare il tagliando nella sua pochette, ma incidentalmente s’imbatté nel biglietto da visita di Duncan e si trattenne a guardarlo immota, pensierosa.

«Non lo trovi?»

«Sì, sì, eccolo.» E insieme ad un altro sorriso glielo porse, scostando impulsivamente lo sguardo verso l’ingresso, ma i coniugi del momento erano spariti.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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