Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 5

«Brava! Bravissima! Sei stata ultrafantastica!» gridò Majka, battendo fervidamente le mani davanti al palco dove gli attori stavano rivolgendo al pubblico il loro saluto, mediante la tipica reverenza di chiusura dello spettacolo.

Majka era entusiasta, aveva le lacrime agli occhi, Hollie era stata superba, magnifica, nientemeno commovente, un vero talento.

E si volse per guardare la platea alle sue spalle, gli spettatori si erano tutti levati in piedi, scrosciati in una specie di standing ovation, e doveva dire che le rappresentazioni di Blair facevano proprio colpo, in qualsiasi verso. Era davvero uno scopritore di talenti, ciascun ruolo era stato studiato alla perfezione, ognuno degli attori aveva rappresentato a pennello il personaggio assegnato, come se gli stessi personaggi fossero stati disegnati su di loro, e il risultato, beh, era a dir nulla stupefacente, perfetto, poiché tutti avevano dato e ottenuto il massimo, persino i più anonimi e principianti.

Poi pensò a lui, Blair, chissà dov’era, era vero che non lo avrebbe incontrato, Hollie ci aveva preso. Però era come se ne fosse un po’ delusa, perché per l’emozione, la fibrillante esaltazione, avrebbe tanto desiderato potergli porgere i complimenti di persona. Le era salita una incontrollabile stima per lui, un qualcosa da dover in assoluto esternare.

«Vogliamo andare o aspettiamo Hollie, magari andiamo a salutarla in camerino?» le prospettò Dorian, mentre la invitava con un gesto ad uscire dalla sala.

«Oh, no, lasciamole godere questo momento di celebrità insieme ai suoi colleghi, la chiamerò domani mattina» respinse lei, nel fortuito, ora lucido pensiero che fosse meglio filare via prima d’incappare in incontri sgradevoli e pessimamente gestibili. «Ti dispiace aspettarmi all’ingresso, io ho bisogno di andare alla toilette, farò presto.»

Con un morbido sorriso Dorian assentì, e s’incamminarono insieme lungo il corridoio, dove ad un certo punto si divisero e Majka si recò ai servizi.

Un po’ in agitazione, quasi tremolante per via dei residui emozionali che tuttora correvano scalpitanti lungo le sue fibre muscolari, lei esaudì il proprio bisogno fisiologico e in seguito si sporse in prossimità dello specchio per esaminarsi il make-up, per controllare se si fosse sbavato dopo la piccola commozione vissuta.

Si asciugò le mani con una salvietta, quando udì d’un tratto la porta aprirsi. Sulle prime non vi diede peso, e continuò ad esaminarsi allo specchio, nel mentre che gettava la salvietta nel cestino posizionato di fianco al lavabo.

Dipoi però, una stranissima sensazione s’impadronì di lei, e si voltò istintivamente alla sua destra, verso la porta d’ingresso.


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Duncan era lì, immobile che la guardava, bellissimo in smoking, uno spettacolo incantevole, forse il vero spettacolo della serata. E questa fantomatica, sconvolgente veduta rischiò di sottrarla alle sue regolari funzioni vitali.

Tossicchiò, si diede una segreta, doverosa ricomposta per inocularsi idoneo coraggio, e scioltamente gli andò incontro tendendogli la mano. «Congratulazioni, è stata una bellissima rappresentazione, direi indimenticabile, mi sono davvero emozionata.»

Duncan le intrappolò quella mano, fissandola con un bagliore negli occhi. «Sarebbe stata di gran lunga migliore se ci fosse stata lei come protagonista, miss Winter, quella parte sembrava creata appositamente per lei.»

Lei s’intimidì, arrossì, cercò di sorvolare. «La ringrazio per ciò che ha fatto, cioè, non ho ricevuto nessuna comunicazione dai suoi legali, nessuna richiesta di risarcimento, e per qualunque cosa sappia che sono disponibile, se nelle mie possibilità.»

«C’è qualcosa che potrebbe fare per me» cadenzò lui, attraverso una voce talmente calda che lei s’inebriò.

«Sarebbe?» Tentò di rimaner salda, imperturbata, perché con quelle sguarnenti premesse, qualsiasi richiesta in ballo che fosse sopravvenuta, temeva che l’avrebbe conclusivamente mandata in rovina.

Duncan estrasse un bigliettino dalla tasca interna della sua giacca. «Questo è il mio numero di telefono, sto già organizzando il prossimo spettacolo. Non sono previsti baci né scene di sesso, e la parte della protagonista, o piuttosto, la protagonista è lei.»

«Non capisco» si frastornò, perché a prescindere che non era il genere di richiesta che si era aspettata, le giungeva inoltre bizzarra, dato che era ormai assodato che lei fosse una frana in quel campo, o come minimo inaffidabile, ed era logico che lui, essendone al corrente, non si sarebbe mai sognato di proporre tale ruolo, addirittura da protagonista, proprio a lei.

L’uomo stilizzò un istantaneo sorriso, a metà strada tra l’ironico e l’allietato, derivato dalla gioviale mina spontanea che gli si presentava dinanzi. «Non è una rappresentazione biografica della sua vita, miss Winter, non tema, ma il personaggio è stato ideato come se fosse stato ispirato a lei, disegnato su di lei.»

Assai colpita da quell’inusitato, magnetico tono, lei si trastullò con il biglietto tra le mani, saldandoci lo sguardo. «Che tipo è?»

«Glielo ribadisco, è come lei.»

Majka elevò gli occhi indagatori su di lui, perché se dapprima non gli aveva concesso eccessiva importanza, ora, il fatto che lui lo ripetesse, e con una simile, tranquilla convinzione, la indusse un bel po’ a riflettere. «E come fa ad esserne sicuro, se non mi conosce neanche?»

«È il mio lavoro, miss Winter, di norma io vedo quello che gli altri non vedono, guardo oltre» le illustrò placidamente.

«Lo fa con tutti?» Un subitaneo fremito la scosse, a causa della sperata risposta che attendeva.

«È naturale.»

E Majka ne fu delusa, al ricevere la disilludente certezza che l’uomo non lo ponesse in opera esclusivamente con lei. Nulladimeno tentò di travalicare, dacché in effetti era stata abbondantemente sciocca come speranza, o meglio, lei si stava sentendo una sciocca illusa.

Ma saggia, si sforzò di sorvolare ancora: «Lo sa, mi è come parso che i personaggi fossero reali, non so se mi spiego, ma sembrava che gli attori fossero i personaggi stessi.»

«È il mio lavoro» ribadì sorridendole con un’aria diversa, non pareva lui per quanto morbido, carezzevole, quasi non lo riconosceva.

Sicché, forse ipnotizzata da quel suo nuovo, straordinario modo di fare, incredibilmente conciliante lei si ritrovò a domandargli: «Quando dovrebbe essere, cioè, le prove, quando avranno luogo?»

«Sono già incominciate le audizioni, e per la fine del mese daremo inizio alle prove.»

«Che velocità…» denotò, con un’alzata delle sopracciglia.

«Sì, neanche a me piace perdere, anzi, sperperare tempo vanamente» rievocò lui allusivo, rinnovando quel sorriso.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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