Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 4

«Non ci siamo» inspirò Genaro Begay, il primo coreografo, intanto che guardava insoddisfatto Majka e Patrick Maynard, il coprotagonista maschile del musical.

Erano trascorsi quattro giorni dall’inizio delle prove di ballo, e numerose volte erano stati fermi su quella scena, o con più esattezza sulla conclusione del passo a due che impersonava la scena madre della rappresentazione, la determinante congiuntura in cui Jocelyn scopriva di essere innamorata di Gus, il suo insegnante di ballo, e nella quale v’era il loro primo bacio.

In pratica era da lì che incominciava la commedia vera e propria, dopo aver lei mandato a monte il suo matrimonio con Chad, pertanto rappresentava il clou dell’emozionalità da dispiegare, il supremo aspetto emotivo della storia. E invece, all’inverso d’ogni generale aspettativa, si stava essa rivelando d’una freddezza smisurata, quantomeno per quel che concerneva l’interpretazione di Majka, la quale non era stata finora in grado di sciogliersi sotto quell’abbraccio scenico.

D’un tratto s’alzò dalla sedia Duncan, e tutti i presenti si bloccarono sbigottiti ad osservarlo, in un silenzio pressappoco funereo, dacché in quei giorni l’uomo non si era mai mosso, sempre fisso lì, immoto come una specie di tetro mausoleo, a guardare e a valutare, senza mai parlare né intervenire, nessun suggerimento od osservazione, come se fosse stato un mero elemento facente parte dell’arredamento.

Majka lo fissava disorientata incedere verso di lei, impossibilitata a distinguere che intenzione avesse di fare, se lui avesse alfine deciso di sbatterla fuori per la sua incompetenza, o al limite di dedicarle una bella ramanzina con i lauti fiocchi. In effetti, pur essendo di base una ballerina, laddove avrebbe logicamente dovuto dare lei il meglio, stava viceversa dando il peggio, e che di peggio non si poteva.

Però in completa sincerità non riusciva a sciogliersi, poiché a parte la questione che in tutti i passi a due che aveva ballato con i suoi partner nel periodo in cui aveva studiato danza, non le era mai accaduto di dover baciare uno di costoro, il fatto in sé di baciare un uomo nella finzione le procurava copiosa inquietudine, abnorme disagio.

Non ci riusciva a lasciarsi andare sotto le labbra di uno sconosciuto, non era incline a fingere, almeno non da tal lato, perciò, sin da pochi passi antecedenti all’azione, diveniva vorticosamente rigida non concedendo libertà al partner. E forse, anzi, sicuramente, Blair lo aveva arguito e non ne era affatto compiaciuto, visto che di baci nella commedia ce ne sarebbero stati molti altri.

Duncan giunse ad un passo da lei, delineò un significativo cenno a Patrick di allontanarsi da loro, e compostamente si dispose alle spalle di Majka, con il torace incollato alla sua schiena.

“O mamma” pensò lei contraendosi all’inverosimile. “Non vorrà farla lui la scena…”

L’uomo sollevò il suo braccio sinistro e ne adagiò la mano a palmo aperto sul ventre di Majka, scostandosi con il capo alla sua destra per guardarla di profilo, esattamente la posizione finale del passo a due.


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Alzò l’altro braccio e fissandola, sommessamente esordì: «La mano, miss Winter.»

Majka sussultò per quella voce fin troppo rasente al suo orecchio, rigidissima, con gli occhi puntati dinanzi a sé, ma avendo cognizione di non potersi sottrarre, ammesso che era unicamente colpa sua se erano addivenuti a quel punto estremo, elevò il braccio destro e ne mosse la mano per coprire quella di Duncan, sforzandosi valorosa di mantenersi salda e imperturbata, magari anche professionale, se putacaso avesse avuto fortuna.

Eppure, non appena ne percepì il calore, ancor più destabilizzante di quello che lui le stava trasfondendo al ventre, benché lei fosse protetta dalla barriera dell’indumento, un brivido immane la indusse a sussultare maggiormente. Tremò e in una fiammata avvampò, irrigidendosi fino allo spasimo.

Duncan si avvicinò alla sua tremula guancia, arroventandole la pelle del viso col suo lento respiro ritmato, celestialmente armonico, e lei, malgrado ne fosse astronomicamente riluttante, dovendo rispettare la scena si diede vigoroso animo e spostò il volto nella sua direzione per guardarlo negli occhi.

Lui socchiuse a rilento le palpebre, in uno sguardo che la fece a dir meno tremare, portentosamente affatturante. Fu per lei paralizzante, ma non solo per lei, ne furono magnetizzati perfino gli astanti, i quali non lo avevano mai scorto in quel genere di intimo atteggiamento, nessuno mai, lo aveva veduto.

Intanto Majka si era mummificata, pareva inanimata, il fiato sospeso che non riusciva a ripristinare. Rimasero per qualche secondo incatenati e in seguito lui, come da nefasto copione, le involse quella fragile mano e adagio gliel’alzò fino a tenderle il braccio verso l’esterno, attendendo un essenziale istante affinché ella si plasmasse mentalmente ai suoi movimenti.

Avvertito un esile segnale di cedevolezza e dunque propizio per agire, Duncan le roteò la mano per farle disporre il palmo all’insù, gliela impugnò inducendola morbido a chiuderla, gliela strinse ed accarezzò, poi le avvolse le dita in posizione baciamano e lentamente, se le portò alle labbra.

Lei era tramortita, pressappoco ansante, tuttavia inspiegabilmente sciolta, sciolta sotto questa delicata ma soggiogante presa, per quelle soavi mani così decise, il calore di quelle labbra che le lasciarono le dita per consentirgli di farla girare armoniosamente su se stessa e ultimare la sequenza con un casqué su una gamba di lui, completamente inclinato col torace su di lei, vis-à-vis, ad un palmo di distanza.

E restarono così, occhi negli occhi, lei che lo osservava smarrita ma fluida, integralmente abbandonata tra le sue braccia, leggera, aspettando il colpo finale, quel maledetto bacio incenerente. Ma, di punto in bianco, Duncan scattò il volto verso Patrick e gli enunciò: «Le va bene così, signor Maynard, o devo anche baciarla per illustrarle, insegnarle come deve fare?»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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