Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 2

«C’è solo un metodo per saperlo.» E all’istante si diresse verso il suo notebook, custodito nella ventiquattr’ore poggiata affianco all’ingresso dell’appartamento.

«E quale?»

«Mi hanno inviato un’e-mail con la parte che dovrei imparare per domani» le specificò, prendendo il notebook per sistemarlo sul tavolo, e vi collegò la piccola stampante portatile.

«Grandioso! Allora forza, vediamo» si rianimò, sbalzando dalla sedia per avvicinarsi.

Majka avviò il sistema operativo che era stato impostato in modalità standby, e consultò la posta in arrivo. «Lo riconosci questo indirizzo di posta elettronica?»

«Pare di sì… sì, è vero, sono loro» accertò, muovendo sorridente la testa in segno affermativo.

A quel rassicurante segnale lei aprì l’allegato del messaggio, ma un immediato particolare la demoralizzò. «Perdinci, Hollie, guarda qui… sono all’incirca cinquanta pagine. Come farò ad impararla per domani pomeriggio?»

«Ehi, manca un giorno, ce la farai!»

«Sii seria, sono già le sette, e oltretutto domani sarò per l’intera mattinata fissa in agenzia per questioni amministrative.»

«E allora?»


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«Allora» caricò, attraverso una stressata scandita del termine, «questo significa che dovrei starci su tutta la notte.»

«E dài, un piccolo sacrificio, cosa ti costa per una volta. Ma ti rendi conto, si potrà lavorare insieme!» schiamazzò saltellando a ripetizione su se stessa.

«Devo dormire, domani mi occupo della contabilità» contravvenne agitando obiettante il capo. «No, non posso, non posso permettermelo. Non devo rischiare di restare senza lavoro per un banale hobby, che per giunta non mi ha mai attirata un granché.»

«Mica lo perderai il lavoro, prenderai solo più caffè per stavolta, su, ti prego!» saltellò di nuovo, incrociando le dita implorante.

«E va bene» soccombé, pur con un sospiro ritroso. «Ci penserò.»

«Non devi pensarci, devi studiare!» strombazzò, molto più che enfatica.

«D’accordo, però adesso dammi tregua, ok?»

«Ok» ripiegò ridendo smagliante, soddisfattissima. «Io devo andare che sono in ritardo, sono stata invitata ad un party di compleanno a cui non posso mancare e quindi non posso esserti di sostegno per stasera. Però domani fammi sapere com’è andata, e impegnati, mi raccomando, anzi, stracciali!»

Hollie uscì come un tornado dall’appartamento, quasi schizzando con le ali ai piedi. E lei, sospirando, in uno stato d’animo diametralmente opposto a quello dell’amica, inviò la stampa del documento, afferrò i primi fogli fuoriusciti dal dispositivo e, riscontrando un che di non quadrante, un po’ interdetta li analizzò ad uno ad uno.

«Ehi, ma che diavolo…» Majka si sconcertò leggendo i dialoghi sottolineati che, in teoria, erano quelli che avrebbe dovuto imparare. E, causalmente  insospettita, o perlopiù disorientata, riconsultò di tutta fretta l’e-mail rileggendo il trafiletto che le interessava: memorizzare le parti sottolineate ed evidenziate.

«Allora è così…» si stordì, con gli occhi sbarrati, quasi senza respiro. «Ma questa… questa è la parte della protagonista…»

«Perfetto, siamo pronti. Dov’è il signor Tolbert?»

«Sono qui» s’esibì costui comparendo prontamente sul palco, e si affiancò a Majka che s’era già posizionata per iniziare.

«Prego, procedete con la scena numero quattro del secondo atto» prescrisse Rupert, allungandosi sullo schienale della poltroncina per assistere comodamente alla prova.

Majka immise un ampio respiro vivificante, era sfinita dopo la notte trascorsa insonne e la mattinata che, per beffa, era stata persino più impegnativa di quanto preventivato, davvero sfibrante. Comunque ora c’era, era fatta, e il minimo da fare, era di mettere a frutto tutti i suoi travagliati sforzi.

E si misero in posizione, lei avvolse il viso dell’uomo che, dal suo versante, le posò con delicatezza le mani sui fianchi.

«Pronti… via.»

«Perché, perché mi hai fatto questo, Chad, io ti amavo, perché…» singhiozzò Majka, gli occhi lucidi e supplichevoli, stringendo con fervore il volto di lui.

«Jocelyn, io ti amo, te lo giuro» s’angariò quest’ultimo, alzando una mano per carezzarle teneramente i capelli.

«Stai mentendo… sei un bugiardo!» scattò, e lo spinse di prepotenza lontano da sé, avvicinandosi poi ancora per battergli irruente i pugni sul torso, mentre scrollava la testa a più non posso, coi lunghi capelli che si muovevano fluenti, prepotenti assieme a lei. «Sei un bastardo!»

«Jocelyn…» rantolò lui ingentemente mortificato, tentando a stento di fermarla in quelle poderose percosse, anche inaspettate, giacché non erano state previste nel copione.

«Che cosa… cosa?!» strepitò lei respirando a fatica, d’un disperato oscillante. «Dio…» E si abbrancò il viso con le mani, inginocchiandosi di peso a terra. «Stavamo per sposarci, perché… perché!»

Lui le s’inginocchiò dinanzi e la carezzò di nuovo, stavolta su una guancia. «E lo faremo.»

«No!» urlò, guizzando il capo per rifiutare quella carezza, e riprese ad agitarlo furiosa, scossa e martoriata, fragorosamente singhiozzante. «Io non sposerò mai un traditore come te, mai!»

«Ma… piccola, amore…»

«Basta!» E lo fissò risentita, imbestialita. «Non chiamarmi più amore, intesi, non farlo più!» E scattò in piedi per piantarlo lì, allontanandosi con un balzo da lui. «Vattene via, Chad, non voglio più vederti, mai più…»

L’uomo tentò di portare avanti un passo per raggiungerla, ma lei lo bloccò con un palmo innalzato, intimandogli con uno sguardo truce di non avvicinarsi.

«Jocelyn, è stato un errore, ne sono cosciente. Però dovresti saperlo, io sono un uomo, siamo fatti così.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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