Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 17

Duncan saldò lo sguardo sulle sue dita che stava tamburellando sul tavolo, e dopo una lenta e nutrita inspirazione avviò: «Quel famoso pomeriggio, quando non venni da te dopo essermi sistemato nel nuovo appartamento, ero tornato a casa per parlare con Janette che mi aveva telefonato per tutta la mattina, affinché io andassi a chiarire le cose, a discorrere sul da farsi, e lei, anziché parlare civilmente, mi fece una scenata, urlando ed inveendo contro di me.»

Chinò maggiormente lo sguardo, traendo un altro florido respiro. «All’inizio sono rimasto lì ad ascoltarla, del resto non avevo scuse né attenuanti da poter vantare per difendermi, nessuna giustificazione, ma quando ho visto i bambini che da dietro la porta del soggiorno stavano ascoltando la conversazione, sembrando quasi traumatizzati alla vista della madre in quelle condizioni, ho alzato i tacchi per andarmene, per concederle il tempo di calmarsi. Eppure ho ottenuto l’effetto contrario, perché lei, forse pensando che me ne stessi andando via per sempre, che fosse finita, ha perso terreno, il controllo, e mi ha minacciato a gran voce, che avrebbe venduto la storia ai giornali se io non fossi ritornato a casa da lei.»

Majka si soffermò su quel forse pensando che me ne stessi andando via per sempre, perché in quella pungente forma d’esprimersi lui stava dando ad intendere che non era mai stato intenzionato a lasciarla, come viceversa all’epoca le aveva specificato, che dopo quello che era accaduto tra loro non avrebbe mai potuto ripristinare la propria vita coniugale. Pertanto rinvigorì in sé la sua decisione di lasciar perdere il proposito di tornare con lui, lui che da come esponeva, non era mai stato sicuro di loro due, lui che in sostanza, le aveva spudoratamente mentito.

Ma malgrado ciò, a dispetto di tale scelta ormai definitiva lei voleva ugualmente sapere, per archiviare, e stavolta farlo sul serio.

«Questo lo avevo capito, Duncan, ma se eri cosciente che sarebbe andata così, perché quella stessa sera sei venuto da me, non era meglio troncare immediatamente?»

«Non lo credevo, Majka, non credevo che Janette lo avrebbe fatto seriamente. Supponevo che fosse un escamotage per tenermi legato a lei, e la sera di quel servizio televisivo, ed è questo che rimpiango, di averti lasciata così, triste ed ignara, ma ti giuro, io volevo tornare da te, stare con te, andando da lei volevo soltanto sistemare la situazione, indurla a ragionare, tuttavia ciò che ho saputo ha cambiato le cose, ecco perché sono venuto molto presto la mattina dopo. Non avevo dormito, ero scosso, non riuscivo a pensare lucidamente, ho messo in atto una scelta istintiva, anche se era quella più giusta, anche se doveva andare in questa maniera.»

«E quindi, cos’avevi saputo?» lo pressò lei facendosi molto attenta, nell’esser quella la parte cardinale, sostanziale del suo tanto atteso racconto.

«Janette è…» Ma fu interrotto dai bambini che, ritornando al tavolo, gli impedirono di seguitare e Duncan non lo attuò, non dinanzi a loro, prese la piccola in braccio e se la dispose sulle gambe. «Siediti, Carter.» E scostò uno sgabello per far sedere il bambino.

“Questi benedetti bambini, giusto adesso…” si sconfortò Majka rodendo tra sé.

«E tu invece, Majka, come stai in questo periodo, non me lo dicesti quella sera» travalicò lui per ovviare il discorso.


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«Perché ci tieni tanto a saperlo?» lo rimbeccò indispettita, perché la stava lasciando un’altra volta a metà, senza devolverle chiarezza, e questo lui glielo doveva, come minimo.

Lui non le rispose, non raccolse, si fece taciturno e impassibile, e Majka sospirò, tutto sommato era naturale che non ne parlasse davanti ai bambini. Non era delicato discutere della loro madre al loro cospetto, qualsiasi fosse il presupposto, specie perché sarebbe stata minata la loro serenità familiare, nel far trapelare che fosse stata proprio lei, a quel tempo, la causa dei problemi generatisi tra la madre e Duncan.

«Sto bene» si limitò dunque a proferire, ma con un ennesimo sospiro, o forse sbuffando, perché adesso sì, che si trovava in un bel vicolo cieco, in primo luogo perché aveva compreso, seppure non con esattezza, che ci fosse qualcosa di molto grave a tergo della decisione di lasciarla, che non fosse strettamente annessa al suo lavoro, o quantomeno per quello che aveva ipotizzato lei, e secondariamente perché vederlo così, tenero con quei bambini, dolcissimo con lei, nella sua bellezza che era sempre così stravolgente, e forse persino di più, tutti infausti elementi che l’avevano rigettata nel maledetto baratro, nell’angoscia, nel fervido desiderio di lui, nell’incertezza del suo rapporto con Dorian, insomma, le aveva di nuovo sconvolto la vita.

«Mi fa piacere» si rinfrancò lui, pur accompagnandosi di un tenue, malinconico sorriso.

Majka lo guardò intristita, di colpo distrutta, sentiva in quella voce un velato tormento, come se avesse desiderato dirle che sarebbe voluto stare bene anche lui, ma con lei, una serenità che sventuratamente non gli era concessa.

Sicché si rianimò, cercò di risollevarsi, di sollevare anche lui, avendo alfine ricevuto una piccola rassicurazione, seppur minuta, ma traspariva dall’atteggiamento di Duncan un sentimento vero, reale per lei. E se ciò non era comunque sufficiente per ricostruire le cose tra loro, per gioirle la vita, in compenso le donava la certezza che in un senso o in un altro lui ci tenesse davvero a lei, le erogava la forza per ricominciare, o se non di più per andare avanti.

«Hai abbandonato la tua divisa da fantasma?» perciò lo motteggiò, ma bonaria, per camminare su un terreno più comodo, in pratica non minato.

Duncan si osservò i jeans chiari e la camicia bianca. «Sì, ho deciso di cominciare a farmi vedere.»

Lei lo fissò pensierosa, incantata da quel sottotesto, ed era come se stesse assistendo al transito di una metamorfosi, come se qualcosa in lui fosse cambiato. Oppure stava incominciando a cambiare, la mestizia e la sua umanità, il suo essere che vacillava, che si stava evolvendo.

Ebbene, lo stava iniziando a vedere umano, ed ora veramente, un uomo pieno d’incertezze, sommamente sensibile, governato dal suo destino, dalle sue responsabilità che esulavano dalle sue scelte, dalla necessità di fare la cosa giusta e non per se stesso, bensì per gli altri, però non in relazione alla sua attività di scopritore di talenti, al suo egoistico sogno, magari soltanto per quei bambini.

«Sono carini, ormai sei il loro papà» infine convenne, sorridendo intenerita, con lo scopo di mettersi finalmente quella benedetta anima in pace.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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