Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 15

Fu un dire che spezzò qualcosa, forse quello stesso incantesimo, dato che Majka, udendo questa frase per lei equivoca, riascoltandola a iosa nella sua mente, ne ricevé una perforante fitta al cuore, ferale. Il pensiero che, se all’apparenza potesse rappresentare un complimento, una decantazione promettente, era invece come se essa rivestisse uno sgradevole messaggio, ovverosia che nell’arco di tempo in cui erano stati separati, lui avesse voluto rammentarla in una banale e ininfluente forma, addirittura sminuente, di certo per dimenticarla, e ciò riportava a galla una triste realtà, lei che si stava martoriando nella fatua, seppur inconsapevole illusione.

E poi, perché si stava lasciando un’altra volta incantare? Lui non accennava a dirglielo, a dirle cosa in concreto provasse per lei, ci girava stressantemente intorno. Altro che amore puro e vero, baggianate, non le dichiarava neppure di voler stare insieme a lei, il minimo da dirle in quel frangente, se era vero che lui non l’avesse dimenticata, mentre a giudicare dal suo atteggiamento era ancora notevolmente combattuto.

Esisteva sempre quel dannato sogno che spadroneggiava, a detrimento di tutti, finanche di se stesso, quindi ovviamente anche di lei, un sogno che aveva facoltà di concretizzarsi unicamente tramite quell’altrettanto dannata professione, la quale era ancor più tiranneggiante, dacché lo limitava nei rapporti umani, lo induceva a restare legato ad una donna che indubbiamente non amava, non nel senso stretto, non come si doveva.

Sì, l’uomo che aveva amato, che purtroppo in angosciosa evidenza amava ancora, proprio come in precedenza lei aveva congetturato era un essere limitato, vanesio ed egocentrico, ed ora ne aveva ricevuto lei, amara riprova.

E fu un riscontro che la gelò, l’amareggiò ancora, smoderatamente, ma nel contempo si rimproverò furiosa con se stessa per rendersi di un tal superficiale, perché di fondo era possibile che volesse vederlo così misero puramente per toglierselo dalla testa, per liberarsi da quella che era divenuta una permanente ossessione, nella stupida convinzione che lui in qualche maniera la amasse, mentre a quel che risultava, ciò che provava per lei non era sufficiente.

Lui non l’amava come non amava la moglie, e a questo punto dubitava nientemeno che lui amasse se stesso. Il suo amore era universale, suddiviso in parti uguali ma inconsistenti, insufficienti per condividere, dedicare la propria vita ad un singolo individuo.

«Adesso che mi hai guardata, che hai capito, che io ho capito, posso anche togliere il disturbo.» E si girò inasprita per abbandonare risolutivamente il campo, quel campo che a come figurava era minato soltanto per lei.

Ma Duncan la prese ad un polso per impedirglielo, per fermarla. «Aspetta.»

«E cosa dovrei aspettare a parer tuo, che tu mi ripeta che ti dispiace, ma che devi farlo, che non puoi, che sei obbligato, è questo che devo sentire?»

Lui non rispose.


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A quel loquace silenzio Majka sfoderò un lieve ghigno, a momenti salace. «Non c’è ragione che io resti qui, ormai sappiamo qual è il tuo sogno ed io non posso farne parte, non ne farò mai parte, anzi, potrei distruggertelo, ed è questo di cui tu hai paura, vero?»

Lui rimase sempre in silenzio.

«Sembra che tu non ci abbia mai pensato» affondò lei incrudelita, trascinando fuori tutta la sua inveterata rabbia, il lancinante senso di impotenza che aveva avvertito a quell’epoca, i quali dapprima erano stati camuffati dal dolore, ma ora quella collera era viva, immutabile, aveva bisogno d’esser sfogata, di fargli male, o farsi male, annientarsi per poter ricominciare.

«Ci ho pensato, Majka, e non solo a questo, ecco perché sono qui» concretò infine lui, ostentando però un fare imperturbato, tanto da farla immediatamente innervosire.

«Non ti pare un po’ troppo comodo? Aspettarmi al varco, solo se accade, se per caso m’incontri, ma non saresti mai venuto da me. Cos’è, sei un fatalista?» lo dardeggiò, per poco non furibonda. «Non ti credo, Duncan, perché quando mi hai scaricata ti sei presentato a casa mia alle sette del mattino, perciò quando t’interessa corri, e come corri, come quella sera che sei tornato da tua moglie per risolvere la questione di quel maledetto servizio televisivo, senza nemmeno una parola che mi rassicurasse, che mi confortasse. Mi hai lasciata così, nel dubbio, per poi ritornare e freddamente liquidare con qualche sporadica frase, con un tuo solito regalo d’addio.»

«Non era mia intenzione ferirti, ma purtroppo ero costretto, lo sono stato e lo sono tuttora, anche se per motivazioni differenti da quelle che presumi, e ti giuro che non avrei voluto per nulla al mondo, l’ultima cosa che io avrei mai voluto, è che tu pagassi per causa mia» si schermì, forse impiegando termini inadeguati, poiché se per lui era un metodo per spiegarle, per farle comprendere le emozioni che sentiva senza necessariamente riportarle i particolari, per lei quell’enunciazione significò un qualcosa di diametralmente dissimile, oltretutto sempre dannatamente ripetitiva.

E infatti ghignò inviperita, per via dell’indigesta conferma ottenuta, la penosa risposta che cercava. Lui non sarebbe ugualmente tornato con lei, in alcun caso, ammesso che ci fossero mai stati insieme, essendosi frequentati per pochi giorni, poche ore, già, un’avventura.

«È comunque successo, Duncan, mi hai ferita, e non puoi immaginare come io mi sia sentita. Per assurdo neppure quando sono stata tradita mi sono sentita così, inutile, una meteora, sì, una inutile, stupida meteora, oltre che ottusa per aver creduto in te, essere rimasta affascinata da te, dal tuo mondo interiore, il tuo sogno, tutte armi che a quanto sembra utilizzi per mietere le tue vittime, sciocche e piccoline, tante piccole Cindy che non hanno l’opportunità di comprendere chi sei, illuse, perennemente sognatrici.»

«Majka, mi è accaduto soltanto con te, te lo avevo precisato e te lo ribadisco. Non ho mentito, e non lo sto facendo neanche adesso.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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