Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 15

E nel frattempo che Majka barcollava all’indietro per riacquistare stabilità sulle sue gambe, Duncan con un balzo abbrancò la donna per un braccio, stavolta strattonandola lui.

«Che cosa fai, Janette, sei diventata pazza!» tuonò irruente, senza sbalorditivamente moderare il tono.

La moglie si dimenò inferocita e si liberò dalla sua presa, fissandolo oltraggiata, a momenti nauseata. «Andiamo a casa, io non ci resto qui, e tu vieni con me.»

Lui rimase immoto, impassibile, nessun gesto o parola di benestare.

«Duncan» s’indispettì, gli occhi infiammati, ancor più oltraggiata da quest’inconcepibile reazione, ma dopo una tirata, forzata inspirazione si sedò. «Ti aspetto in auto, subito.»

Detto ciò, ruotò sui tacchi e s’indirizzò eruttante all’uscita, laddove Duncan, dopo averla fissata pensieroso per alcuni secondi, si orientò in direzione di Majka che, con il volto reclinato, cercava di pulirsi il rivolo di sangue che le fuoriusciva dalle labbra.

S’avvicinò e delicato le avvolse il mento con un palmo per sollevarle il viso verso di lui.

Lei si lasciò fare e lo guardò amareggiata, triste, ferita in ogni senso, in tutti i sensi possibili. «Soltanto per te, Duncan, solo per non scadere in sceneggiate, perché se lo avesse fatto in un posto differente, le avrei insegnato io le buone maniere.»

Lui seguitava a tenerle quel mento, ad osservare la sua dolce ciliegia profanata, poi in un gesto imprevisto, la prese per mano e la condusse morbidamente nella toilette.

Estrasse il fazzoletto bianco dalla tasca esterna dello smoking, e lo posizionò sotto il rubinetto del lavabo per intingerlo d’acqua.


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Majka comprese le sue intenzioni ed attuò un sollecito passo per allontanarsi, per recuperare un’adeguata distanza di sicurezza. «Non fa nulla, non occorre, lo sporcherai e…»

«Sst» la sovrastò, inumidì il fazzoletto e glielo passò amorevolmente sulla ferita per rimuoverle il sangue. «Ti chiedo scusa, Majka, non sarei mai voluto giungere a questo, mai.»

Lei non ribatté, socchiuse le palpebre per non guardarlo, le strinse, torturata da quei dolci tocchi che le rabbrividivano ogni più minuscola fibra muscolare, intriso il cuore, sentendo quella calda mano adagiata sulla sua guancia indifesa, il sublime respiro di lui che ritmava sulla sua palpitante pelle, favolosamente catapultata in quel sogno perduto, in quel sogno che non sarebbe mai più tornato.

«Majka… Era tanto che desideravo pronunciare il tuo nome ad alta voce.»

Queste parole la stordirono, pertanto riaprì gli occhi per scrutarlo e rimase paralizzata sotto quello sguardo a dir poco celestiale, quel volto così vicino mentre la fissava sulle labbra per portare a termine la sua premurosa, magnifica opera. Tuttavia cercò di raffreddarsi, di ragionare, era giunto l’ineluttabile momento di svignarsela, il momento critico, l’ultimo che le concedesse di non ripiombare di testa nella catastrofe sinora miracolosamente evitata.

«Grazie, va bene così.» E stette sul punto di muovere un passo per saggiamente distanziarsi da lui, che però purtroppo non vi riuscì, restò empiamente imprigionata da quegli occhi così ammalianti, da quel suo cangiante colore oltremodo magnetico, diabolicamente perfezionato, sublimato dalla divina amorevolezza stillante dalla sua espressione.

«Ti ho pensata molto in questi mesi. Quasi, anzi, ogni giorno. È difficile dimenticare» la disorientò, e sul serio, perché al sentire quelle strabilianti parole lei sgranò di getto le palpebre, ammutolita, allucinata, impossibilitata a credere che lui le avesse proferite realmente.

Duncan le lasciò andare il volto, non l’aveva guardata negli occhi neanche una volta, cestinò abulicamente il fazzoletto e s’infilò le mani in tasca, elevando adesso il mento per guardarcela.

«Lo hai fatto, Duncan, hai dimenticato, altrimenti oggi non saresti con tua moglie. Evidentemente stai meglio in questa maniera, con lei e i suoi figli, o è probabile che tu non stessi così bene con me, per potervi rinunciare» s’immalinconì, perché se per lui era difficile dimenticare, lei per contro stava soffrendo ancora molto, moltissimo. Dimenticarlo era impossibile, le era bastato rivederlo per prenderne coscienza, un dolore assopito ma persistente, incancellabile.

«Non è vero, Majka, io sono stato bene con te, davvero.»

«Allora non era un benessere consistente, importante, e quello che provavi non era talmente forte da passare in primo piano rispetto al tuo lavoro» concluse lei, tristemente sommessa.

«Quello che provo» rettificò lui accentuando il verbo, ed innalzò le braccia per circondarle le guance, sempre supremamente caldissimo.

«Come dici?» si smarrì lei con un fil di tremula voce, fissandolo ondeggiante.

«Quello che provo non si può cancellare» sussurrò lui esplicativo, sintetico, significativo, e questa volta non si contenne, chinò il capo e la baciò tenero ma sensuoso sulle labbra, d’un’emozione così travolgente, vertiginosa, di una tale oltreumana intensità che lei fu subito costretta ad aggrapparsi di prepotenza alla sua schiena, sconvolta e a dir nulla ciondolante, a causa dell’indicibile sentimento che le stava trasmettendo con l’ausilio di quel paradisiaco contatto, trascendentale, sì, sembrava amore, puro e vero.

E nel tempo in cui Duncan abbandonò le sue labbra, lei si trattenne con gli occhi chiusi, stava tuttora volando, non era capace di ritornare sulla terraferma, di risvegliarsi da quell’incantesimo, quando d’un tratto percepì le superbe braccia di lui avvolgerla a sé, quasi stritolarla per la potente stretta, per quel favoloso abbraccio che le permise di sciogliersi definitivamente, integralmente. Per cui adagiò librante una guancia sul suo cuore, continuando a farsi stringere, a farsi vezzeggiare da quella meravigliosa mano che le sfiorava oltremisura amabile i capelli.

«Majka.» Duncan tirò indietro la testa per scostarsi e lei rabbrividì a come lui avesse pronunciato il suo nome, una paradisiale melodia che le permise di legarsi inconsultamente a lui.

Duncan sorrise deliziato, percependola morbosamente legata a sé, ermetica, quasi possessiva, come se non intendesse più disgiungersi dal suo abbraccio. «Guardami, piccola Cindy, voglio guardarti.»

Lei tremò ancora, un po’ riottosa si slegò dal suo torace e lo guardò negli occhi, trepida e luminosa.

Lentamente lui sollevò le braccia e le passò i dorsi delle mani lungo i lati del viso per lisciarle i capelli, inebriato da quella ritornata, mirifica veduta. «Sono cresciuti. Sono splendidi.»

E Majka, al ricordo dell’antico taglio netto dato alla sua capigliatura e non solo, il memorabile emblema che le ricondusse alla mente, si mangiucchiò pensosa, nervosamente il labbro, incappando però nella ferita che la punse istantanea, e le sfuggì un impercettibile lamento di dolore.

Lui sorrise di nuovo, affascinato dalla sua sbarazzina aria spontanea, incantevole. «Non ti ricordavo così bella.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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