Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 15

«Non puoi aspettare la fine del primo atto?»

«No, Hollie, vado adesso, è meglio» si ostinò Majka, rivolgendole un’occhiata fittamente pregnante, dato che soltanto nel bel mezzo della rappresentazione non avrebbe rischiato qualche devastante incontro.

L’amica afferrò il messaggio e non s’incaponì, indirizzando però un’occhiata eloquente a Dorian, seduto affianco a lei, per incitarlo ad alzarsi, ad accompagnare Majka alla toilette.

L’uomo la ricevé in pieno, eppure non raccolse, non voleva certo ricoprire il ruolo di guardia del corpo, figurarsi fare le veci di un cane da guardia. Sarebbe stato indecoroso e svilente per Majka, che la sua compagna dovesse essere controllata a vista, e ad ogni modo si fidava di lei, innanzitutto perché se avesse avuto bisogno di lui, come gli aveva richiesto di partecipare allo spettacolo, non avrebbe avuto difficoltà a richiederglielo.

Senza attendere oltre Majka si diresse all’uscita, a passo assai svelto, camminando rasa alle pareti della sala per non farsi adocchiare, giacché se Duncan era lì, anzi, c’era di sicuro, senz’altro si era accomodato in qualche palchetto, e dall’alto, in questo furtivo sistema di incedere, non l’avrebbe certamente avvistata.

Ma più avanti feroce si ammonì, poiché se anche lui l’avesse vista, figuriamoci, non l’aveva cercata finora, dopo ben un anno di tempo, in sintesi se n’era sbattuto altamente di lei, dunque era improbabile che lo avrebbe fatto al presente, come in effetti le aveva accentuato Hollie, in quel posto che poteva essere peggio di un campo minato per lui.

Sicché si raddrizzò, giusto per non sembrare una ladra, davvero poco dignitoso per lei. Avrebbe demolito quella stessa dignità che aveva voluto preservare, laddove aveva invece strenuamente lottato per non gettarla in pasto ai leoni, persino a costo del suo sventurato sentimento, soffocandolo, bistrattandolo, bistrattando pure se stessa.

E comunque era doveroso camminare a volto scoperto, legittimo, prima di tutto perché lei non aveva nulla di cui vergognarsi, men che meno da rimproverarsi, malgrado quel calunnioso servizio televisivo che di certo in numerosi avevano seguito, essendo stato trasmesso in prima serata, peraltro sulla rete nazionale e di conseguenza era facile che qualcheduno potesse riconoscerla. Però nessuno di costoro sapeva come stessero in concretezza i fatti, e di chiunque avesse dubitato, ritenuta una rubamariti o una poco di buono che si faceva avanti nella carriera a forza di nottate incandescenti, beh, se ne faceva un baffo.

Una volta giunta ai servizi, velocemente espletò il suo bisogno e si appressò al lavabo per lavarsi le mani, dandosi una contemporanea controllata allo specchio.

«Ciao, Majka.»


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Lei trabalzò, si pietrificò, aveva riconosciuto quella voce, purtroppo le sue previsioni non avevano ricevuto riscontro positivo. Sulle prime non ebbe il coraggio di volgersi alla sua sinistra, anzi non voleva, no, non voleva vederlo, non era pronta, non ce l’avrebbe fatta a resistergli.

Perciò rimase immobile, dritta e muta di fronte allo specchio, cercando una speditiva soluzione per distrarsi, per non concedergli attenzione e pertanto incitandolo indirettamente ad andarsene, magari fingendo di telefonare, che qualcuno la chiamasse, chiamare Dorian, però dopo, oltre a rendersi conto di quanto fosse patetico il suo comportamento, per giunta poco rispettoso nei riguardi del suo compagno, si accorse che per la frenesia aveva lasciato la pochette in teatro, doppiamente stupida.

Ma poi percepì un intenso profumo raggiungerla, un dolce profumo familiare, buonissimo, troppo, troppo irresistibile da poter ignorare, e per l’ennesima volta ipnotizzata, inavvertitamente, si volse piano verso di lui.

E s’illuminò, s’ipnotizzò del tutto nel vederlo bellissimo dinanzi a sé, che la guardava tenero e stringente, sorridente, una visione che le strappò il fiato dai polmoni.

E non poté parlare, fiatare, rimase fissa così, plagiata e incantata, impossibilitata a muoversi, a fuggire.

Duncan diede luogo a qualche calmo passo per avvicinarsi. «Come stai, Majka?»

Deglutendo lei abbozzò un segno assertivo, tuttora incatenata da quello spettacolo, già, era questo il vero spettacolo della serata, come sempre, però in un battito di ciglia si riconquistò, s’infuriò ignifera con se stessa. Non doveva permettergli di suggestionarla, né tanto meno di sedurla anche se solo a parole, o attraverso la sua unica presenza, e poi finire per abbandonarla ancora.

Gli accennò un inchino per salutarlo e solertemente lo oltrepassò per uscire dalla toilette, senza spiccicare una singola parola, nel timore che dalle sue labbra potesse venir fuori un nonsoché d’inappropriato, di giungere a materializzare la sua intima resa, ufficializzarla mediante parole istintive che non aveva nessuna intenzione di pronunciare. Ma, subito dopo aver varcato la soglia, si sentì delicatamente afferrare per una mano, bloccandosi lei all’immediato.

E si voltò adagio per guardarlo, piuttosto perplessa per l’incredibile gesto, però in un meccanico, seppur salubre istinto, di colpo si sciolse dalla sua mano, dandosi una simultanea guardata in giro per constatare se qualcuno li avesse visti, anche bizzarro che Duncan non se ne fosse preoccupato, considerando che si erano lasciati proprio in base a quella ragione.

«Mi dispiace» le mormorò con fare pacifico, pur guardandola attraverso un’aria tremendamente spenta, rimescolata da mortificazione e rimpianto.

«Non devi, era quello che volevi, quindi non ne vedo il motivo» lo sgominò, provocatoriamente velenosa, edificando irriducibile una posa combattiva. Elevò intorno a sé tutte le barriere possibili per non lasciarsi intenerire, sopraffare dal desiderio di scaraventargli le braccia intorno al collo e stringerlo, amarlo, raccogliere il muto richiamo che proveniva dai suoi occhi, di qualsiasi natura esso fosse.

«Ti sbagli, non lo volevo, ho solo dovuto farlo» eccepì, serbando pacato la sua aria elegiaca.

Majka fece per replicare, nuovamente acida in quanto si ostinava a scaricare le sue responsabilità sulle esigenze o benessere altrui, quando avvertì qualcuno agguantarle di prepotenza un polso alle sue spalle, il quale la strattonò e sberciò: «Sei ancora tra i piedi, ragazzina!»

Lei guardò la donna tramortita, così come Duncan, era esterrefatto, ma entrambi non poterono realizzare la situazione che costei, la moglie, innalzò un braccio e colpì con un brutale manrovescio, attraverso il dorso delle dita, il volto di Majka, prendendola con l’anello sulle labbra, quasi a spaccargliele per il violento impeto, facendole schizzare il viso dalla parte opposta.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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