Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 14

«Non vorrei, è un po’ delicato da spiegarti, però niente di incisivo, intendo, non per noi.» Doveva dirglielo prima di proporgli di andare insieme allo spettacolo, magari sempre senza menzionarne il nome ma doveva avvisarlo, nel caso che si fosse verificato qualcosa d’inaspettato. Tutto era possibile quando rientrava in ballo Duncan Blair, per la sua assodata imprevedibilità, ed era indispensabile che lei lo mettesse al corrente dei rischi, che fosse sincera, anzitutto in base alla precedente occasione, laddove non lo era stata affatto.

Sì, perché avendo rischiato di incrinare il loro rapporto, che fosse di pura conoscenza, lavorativo o a maggior ragione sentimentale, lei aveva debitamente deciso di essere sempre franca con Dorian, tenuto altresì conto che lui lo meritava. Era stato straordinario con lei, non le aveva portato rancore, tutt’altro, l’aveva aiutata, sollevata dalla sua sofferenza, l’aveva capita e amata, persino compreso il suo gesto, la sua assenza di malafede in quella critica congiuntura.

Onde per cui, era giusto che fosse chiara con lui, in primo luogo corretta, d’altronde come di norma era, ma quando ricompariva anche soltanto l’ombra di Duncan tutto le si stravolgeva, il suo essere, i suoi principi, pregi e tendenze irreprensibili di personalità, la sua dignità, incrinando così anche i suoi rapporti sociali, insomma, la sua vita. E non doveva più permetterlo.

Dall’altra parte della comunicazione Dorian non insisté, non voleva porla a disagio, avendo notato che invece fosse abbastanza importante, altrimenti lei non lo avrebbe chiamato nel pieno corso della giornata lavorativa. «Ok, ascolta, io posso trovare un buco di mezz’ora, tu sei sempre lì?»

«Sì, fino alle sei, ti aspetto.»

E allorché lui giunse di gran fretta in agenzia, Majka era impegnata al telefono con un cliente che la tenne intrappolata per più di dieci minuti. Dorian, che era stato fermo sulla porta ad attendere, ad un certo punto le fece cenno indicando con un dito le lancette del suo orologio, doveva battersela, tuttavia lei lo bloccò con un palmo, licenziando quasi sgarbatamente il suo interlocutore.

«Addio provvigione…» si depresse, mentre riagganciava il ricevitore, però era senz’altro più importante chiarire la situazione con Dorian, perché lei, al contrario di Duncan, e si rimpettì fra sé per la superbia, collocava dinanzi a qualsiasi cosa l’umanità, i rapporti umani anziché il lavoro, ammesso che tale criterio non le avesse impedito di mangiare.

Ma quella specie di millantatore, come le aveva evidenziato non pativa di simili problemi, anzi, da come ne parlava i soldi gli uscivano dalle orecchie per quanti ne avesse, ragion per cui era fondamentalmente un egoista che pensasse esclusivamente a se stesso, alle sue esigenze. Altro che paladino dell’arte, delle velleità umane, era solo un pietoso pretesto per amplificare la sua vanità.

«Dimmi tutto, ma vado di corsa, perciò dovremo essere sintetici» accelerò l’uomo, facendosi avanti fino alla sua scrivania.

«Era per questa sera, tu sei libero o hai da fare?» La prese ancora alla larga, dato che non aveva fruito del tempo necessario per strutturare il discorso nella sua mente, o tutt’al più per avvalersi di un certo fair play, di una doverosa delicatezza.


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L’uomo adesso si sbalordì. «E mi hai fatto venire fin qui per questo, per chiedermi di uscire con te?»

«Hai ragione, cioè, in teoria sì, però Hollie mi sta torturando da una settimana per andare a teatro stasera, al Pantages per assistere ad uno spettacolo dove recita un tizio che le ha fatto perdere la testa, e pure la trebisonda, a quanto pare.»

«È organizzato dalla New Sight?» dedusse l’uomo simultaneamente pensoso, avendo infine inteso cosa ci fosse di rilevante a tergo di quella istanza.

Lei annuì e si mordicchiò trepidante le labbra, in posa piuttosto timorosa.

«Vuoi che venga con te?»

«Magari.» In un ansito lei si ravvivò, avendola lui magnanimamente sgravata da quel ponderoso fardello che era la richiesta della quale non aveva tuttora trovato una struttura adatta per potergliela delicatamente formulare.

Dorian rifletté per una decina di secondi, intenzionato a non saltare ad illazioni affrettate, malgrado gli risultasse fin troppo palese il nucleo del problema.

«Ok, avrei da fare ma posso sempre rimandare» concordò infine «anche se non sono molto d’accordo su questa tua richiesta.»

«E perché?» controbatté, nonostante che fosse ben consapevole di quanto stupida fosse questa sua replica. Dorian era una persona molto intelligente, posata e riflessiva, oltre che selettivamente intuitiva, perciò era logico che avesse indovinato l’inghippo.

«Perché mi vuoi con te solamente per paura, hai paura di andarci da sola, e questo significa che temi d’incontrarlo, che in conclusione pensi ancora a lui.»

«Dorian, io non lo so, voglio essere onesta con te, a prescindere dal fatto che voglio andarci con te e ci andrò solo se tu verrai, però non ho idea di quello che potrei provare, qualora dovessi rivederlo» si scoprì, disperdendo smunto un sospiro.

«Questo non si può prevedere, è naturale, voglio soltanto conoscere il presupposto della mia presenza, perché per quanto ti ami, Majka, non sono disposto a fungere da scudo, anche solo per ripararti da te stessa. Quindi in questo caso preferirei che ci andassi da sola, principalmente per comprendere cosa vuoi, quali siano i tuoi reali sentimenti, se vuoi realmente stare con me.»

«Dorian, tu lo sai com’è andata tra noi, che ci siamo rimessi insieme unicamente appena mi sono sentita pronta, predisposta, e non voglio che tu dubiti sui miei sentimenti per te. L’ho fatto appunto perché non volevo usarti, anche a fronte del mio comportamento iniziale nei tuoi confronti» gli rammentò per eliminargli ogni infinitesimo dubbio. «Io ho voltato pagina e adesso voglio stare con te, voglio fare tutto con te, affrontare tutto insieme a te.»

«Va bene» s’addolcì, rincuorato da quella sua deliziosa dichiarazione. «Se le cose sono sistemate in questo ordine, verrò volentieri.»

Ed aggirò la scrivania per coronare la propria approvazione tramite un tenero bacio sulle labbra, si accostò al suo orecchio e tra i capelli le frusciò: «Ti amo, dolcezza, e voglio solo che tu sia felice, con o senza di me.»

Subito lei gli sorrise grata, raggiante per quanto fosse comprensivo, veramente meraviglioso.

«Ah, dimenticavo di dirti, più tardi dovrebbe chiamarti Hollie per convincerti. Bloccala all’istante precisandole che verrai, prima che ti elabori un autentico assalto e ti sfianchi col suo diluvio di parole!»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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