Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 14

Majka fu svegliata dal campanello dell’ingresso, anche se in effetti non è che avesse dormito, non continuativamente. E, sospirando, così come aveva eseguito per quasi tutta la notte, si avviò lungo il corridoio per aprire la porta, ma sempre dopo aver verificato l’orario, se fosse un’ora decente per ricevere visite.

Erano da poco passate le sette e dieci, quindi lo ritenne accettabile, probabilmente era Hollie che, dall’enfasi manifestata la sera precedente e dal suo abbigliamento vistosamente glamour, aveva fatto nottata e non era tornata a casa. Chiaramente non poteva ritornarci prima di darsi una riassettata, soprattutto perché un conto era rincasare alle sette in lampanti condizioni scompigliate, dimostrando in tal sorta di non aver dormito, e un conto era tornarvi a mattina inoltrata, col pretesto di aver dormito da qualche amica. E lei le aveva dato spesso e volentieri man forte sotto tale aspetto, assicurandole che l’avrebbe accolta in qualsiasi momento ne avesse necessitato, che sarebbe stata sempre disponibile in casi analoghi.

Si diede una rigogliosa stropicciata agli occhi per ripristinarne la piena operatività, anche una veloce controllatina generale allo specchio appeso accanto alla porta ed aprì, ma immobilizzandosi all’immediato, scorgendo dinanzi a sé Duncan che la guardava silente e impassibile, ma distintamente provato.

Con un movimento del capo lo invitò a varcare la soglia, allungò un paio di passi all’indietro ma trattenendosi nell’androne, sicura che la sua permanenza sarebbe stata breve, ed aspettò taciturna che lui chiudesse la porta dietro di sé.

Duncan immise un esteso respiro, prima d’apaticamente esordire: «Scusami se sono venuto così presto, ma era necessario.»

Lei intuì la correlazione, era lì in incognito, per cui plasmò un cenno assertivo per incitarlo a proseguire, muta, immota, attendendo il colpo finale.

Lentamente lui immise un altro, profondo respiro. «Sono qui per dirti che non possiamo più vederci, volevo farlo subito.»

Lei quella stoccata l’accusò per bene, eppure si tenne stabile su se stessa, non mosse un infinitesimo arto, scostò solo lo sguardo verso destra reclinandolo, lo intristì al colmo, immensamente, non voleva, non poteva più guardarlo negli occhi.

«Ok.»

Lui la guardò intenerito, distrutto, quel dignitoso modo di accettare le sue condizioni, la silenziosa ma dilaniante angoscia che ne percepì, lo spinsero a sopprimere quella distanza tra loro e ad abbracciarla, un così caldo abbraccio che lei vi si disperse. Posò armoniosa la guancia sul suo cuore e chiuse gli occhi per concentrarsi sul suo calore, per goderne fino all’inesauribile, pensando dolorosamente che questa sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe sentito quel sublime calore, beneficiato d’un suo meraviglioso abbraccio.


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Duncan introdusse un ennesimo intenso respiro, le carezzò la testa con la mano e vi adagiò le labbra, tra i capelli, ne assaporò malinconico la fragranza e la soffice tessitura. «Non credevo che sarebbe stato così difficile.»

Majka si strinse nelle spalle, rabbrividì a quella morbida e melodiosa voce, alla sensazione di vivido ed inesprimibile calore, e non disse nulla, seguitò a farsi stringere, a palpitare.

Adagio Duncan si separò, le coprì intera una guancia con un palmo arrivando col pollice a carezzarle delicato il mento, fissando tormentato quelle sue deliziose ciliege che lo chiamavano, bramoso di sentirle, di travolgerle, di farsene travolgere, e alla fine soccombé. Sollevò anche l’altra mano per contornarle il volto e s’inclinò per baciarla, lieve ma sempre caldo, dolcissimo.

Lei spiccò il volo e morì, quello era un bacio sancente, il loro addio tangibile, pertanto ne godé fino all’ultimo possibile. Stava tremando, intimamente piangendo, tuttavia rimase salda, cercando di non turbarsi, di non disperarsi.

Ma lui dové dividersi, doveva allontanarsi da lei, prestamente, perciò in un tempestivo attimo la lasciò andare e indietreggiò di un passo per distanziarsi. La guardò per qualche infinito istante e, con triste mestizia, le diede la schiena per raggiungere l’uscio.

Majka si trattenne fissa ad osservarlo, muta, le sue corde vocali che spingevano per vibrare quel richiamo, per chiedergli di non andarsene, forse supplicarlo, ma stavolta la sua mente, la sua pragmatica razionalità ebbero la meglio. Per cui non fiatò, seguitò a guardarlo mentre Duncan posava la mano sulla maniglia, fermo, di spalle, anche lui non voleva andare via.

Così si volse lento verso di lei e si fissarono negli occhi per altri interminabili istanti, silenti, come fuori dal mondo, forse dicendosi che si amavano, ma che purtroppo non disponevano della possibilità di stare insieme, non era loro concesso.

E Duncan non resisté nemmeno adesso, senza più alcun indugiare si riavvicinò e l’abbracciò ancora, fortissimo, però non la baciò, preferì non farlo, altrimenti temeva che non avrebbe mai trovato il coraggio di andarsene. Quindi la strinse con un palmo alla nuca e si accostò alla sua guancia per donarle un dolce e casto bacio, si attardò su di essa per un po’, lei chiuse un’altra volta gli occhi e volò, lo sentì all’inverosimile.

Migliaia di pensieri turbinarono nelle loro menti, una miriade di sensazioni invase i loro cuori, in quel momento che parve magico, a tratti irreale, surreale. Fu come se fossero stati scaraventati in un altro luogo, lontano, lontanissimi da quella esiziale realtà, si estraniarono per fruire appieno di questo conclusivo, magnifico contatto, si strinsero e si abbandonarono, si abbandonarono al loro destino.

Poi lui si separò, lo sguardo altrove, muovendosi a straziato rilento, e senza più guardarla, senza pronunciare nessuna parola d’addio, una qualsiasi materializzata ed efferata convalida che potesse impedirgli di rispettare la sua ineluttabile decisione, prese la porta e scomparve al di là di essa.

Majka sussultava, tremava, cercava di frenare l’impulso di corrergli dietro, correre ed urlargli che avrebbe accettato tutto per stare con lui, maledizione, anche se avesse dovuto fare l’amante, se lei avesse dovuto vivere nell’ombra, d’indignitoso nascosto. Però non le interessava, era disposta a sacrificare perfino la sua dignità pur d’averlo, pur di poterlo amare.

E se realmente lei glielo avesse proposto, cosa sarebbe accaduto? Avrebbe lui cambiato idea semmai ne fosse stata disposta, doveva farlo, buttarsi giù da quello che era diventato sul serio un burrone, sperando che lui l’avrebbe afferrata, salvata dall’inevitabile schianto?

Doveva fidarsi, tentare? Fidarsi del suo istinto, della voce del suo cuore, la voce della sua anima… già, la sua anima, era la sua anima a parlarle, ad urlarglielo, esattamente come sosteneva Duncan, era quella voce che lei avrebbe dovuto sempre ascoltare.

Quindi chissà, forse era proprio lui ad aspirare che lei gli offrisse questa opportunità, che lo eseguisse di sua spontanea volontà. E magari con quel comportamento lui intendeva trasmetterle appunto questo, essendo inoltre una proposta per così dire, indecente da rivolgere ad una persona come lei, dai lapalissiani saldi principi di correttezza ed onestà, per non automaticamente, velatamente insultarla, anche solo sfiorandone l’argomento.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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